Bullismo, dopo la tragedia di Pordenone la domanda è: a quando una legge?

Diritti
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I nuovi casi di cronaca fanno emergere ancora di più l’esigenza di una legge. Intervista alla senatrice Pd Elena Ferrara.

Sono sempre di più i ragazzi vittime di bullismo o cyberbullismo. L’ultimo, solo in termini di tempo, il caso di Pordenone, con una ragazza di 12 anni viva per miracolo, dopo essersi buttata dalla finestra di casa sua. Prima di lanciarsi nel vuoto, la piccola aveva lasciato due lettere sulla scrivania: una ai genitori, scusandosi per il gesto e l’altra ai compagni di classe, con una frase emblematica: “Adesso sarete contenti”. Un malessere che non è riuscita a contrastare da sola e per cui non ha chiesto aiuto a nessuno.

Ma non è, purtroppo, un caso isolato. Il fenomeno è in crescita e preoccupa moltissimo, ma in Italia non esiste ancora una legge che tuteli i ragazzi.

I numeri delle vittime di cyberbullismo
L’ultimo rapporto Istat ha fatto emergere che, tra i ragazzi di età compresa tra i 14 e i 17 anni, che usano cellulare e Internet, il 5,9 per cento ha denunciato di avere subito ripetutamente azioni vessatorie tramite sms, mail, chat o social network. A subire più di tutti, sono le ragazze: il 7,1 per cento contro il 4,6 dei ragazzi.

Chi sono i bulli? E come sono cambiati nel tempo?
Secondo la definizione del sito dei Carabinieri, il bullismo è un comportamento che “mira deliberatamente a far del male o a danneggiare. Spesso è persistente ed è difficile difendersi per coloro che ne sono vittime”. Non possono essere quindi considerati come degli scherzi, ma sono un vero e proprio crimine che, sempre secondo i Carabinieri, “nasce da un abuso di potere e un desiderio di intimidire e dominare”. Gli strumenti principali per vessare le vittime, sembrano essere sempre più i social network, veicolo di minacce e scherno che portano una visibilità mai ottenuta prima e, per questo, ancora più difficili da superare.

Che cosa sta facendo il Parlamento italiano?
Nel maggio 2015, il Senato ha approvato all’unanimità un disegno di legge per la prevenzione e il contrasto del cyberbullismo, che però è attualmente fermo all’esame di due Commissioni alla Camera.
La prima firmataria del ddl, Elena Ferrara, senatrice del Pd, non nasconde la sua amarezza per questo ritardo e auspica maggiore sensibilità su questo tema, sempre, e non solo quando succedono fatti di cronaca. “L’obiettivo principale della legge – dice Ferrara – è quello di tutelare i minori utilizzando la prevenzione come strumento cardine. L’educazione è infatti fondamentale per far capire ai ragazzi che reale e virtuale spesso coincidono, e per creare un codice di comportamento virtuoso sui social, che deve essere acquisito ed interiorizzato”.

Per questo si chiede aiuto alla scuole: già ad aprile 2015 il Ministero dell’Istruzione ha introdotto dei programmi di sostegno che facciano capire ai ragazzi che cosa è considerato un reato sui social e le conseguenze che possono subire, sia sul piano penale che emotivo. Ma non solo: per supportare i ragazzi è nato all’ospedale Fatebefratelli di Milano il primo centro pediatrico, guidato dal Prof. Bernardo, un luogo in cui trovare sostegno e ritrovare la serenità di una infanzia e adolescenza spensierata.

Il disegno di legge prevede, inoltre, alcuni strumenti che tutelino non solo le vittime di bullismo ma anche i ‘carnefici’. Primo fra tutti un accordo con i community manager per segnalare con più facilità e occultare i contenuti ritenuti offensivi entro 48 ore, altrimenti interverrà il Garante della Privacy. Per quanto riguarda i bulli invece, viene introdotto un ammonimento, che dovrà, però, essere accompagnato da una convincente azione di recupero.

La difficoltà maggiore sembra quella di convincere l’opinione pubblica, che non c’è la necessità di introdurre un nuovo reato di cyberbullismo. “Non c’è la necessità di un un nuovo reato – dice la Ferrara – perché i reati ci sono già e sono puniti penalmente, come quello di stalking e diffamazione”.

Inutile sequestrare i telefonini o imporre il Daspo ai ragazzi, la prevenzione sembra essere la chiave “dobbiamo ricordarci che i protagonisti di queste storie sono dei ragazzi, spesso con meno di 16 anni, ed è necessario far di tutto per sostenerli e recuperarli se sbagliano. Le sanzioni, semmai, dovrebbero riguardare i genitori”.

La strada sará lunga perché, se e’ vero che fino ad oggi i grandi hanno sottovalutato il problema, e’ anche vero che un cambiamento culturale e’ indispensabile per ristabilire i canoni del bene e del male ai tempi dei social.

 

 

 

 

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