Brutto clima, per Trump il riscaldamento globale è una bufala

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lIl neo-presidente contro gli accordi di Parigi punta su trivelle e carbone. Il precedente di Bush che fece uscire gli Stati Uniti dal protocollo di Kyoto

E alla fine è arrivato alla Casa Bianca un «clima-scettico». Un uomo che ha dichiarato al mondo che il cambiamento climatico è un «concetto inventato dai cinesi per impedire all’economia americana di essere competitiva».  E che ha promesso di «annullare» l’accordo di Parigi sul clima, entrato in vigore il 4 novembre. Cosa succederà adesso? Donald Trump potrebbe realmente «annullare» quest’accordo internazionale, destinato a mantenere il riscaldamento globale al di sotto dei 2°C? Ségolène Royal, ministro dell’ambiente francese e, ancora per qualche giorno, Presidente della COP21, ha assicurato che «contrariamente a quello che sostiene, non potrà abbandonare l’accordo per tre anni e, successivamente, servirà un altro anno di preavviso. Infatti, per tutti i Paesi è molto complicato uscire dall’accordo dopo averlo ratificato».

Giuridicamente la Royal ha ragione e infatti, se leggiamo i primi due commi dell’articolo 28 dell’accordo di Parigi, la risposta è semplice: no, e in ogni caso non subito. Il suo principale margine di manovra risiede nell’articolo 28 del documento, approvato il 12 dicembre in seno alla COP 21 a Parigi. Questo articolo permette ad ogni «parte» (i 195 Paesi impegnati nel documento e l’Unione europea) di rinunciare all’accordo e cioè di sottrarsi «trascorsi tre anni dalla data dell’entrata in vigore del presente accordo».

E la rinuncia ha effetto dopo un anno «a partire dalla data della procedura di uscita», precisa il secondo comma dello stesso articolo. Tre anni più uno: quattro anni. Donald Trump potrebbe dunque difficilmente finalizzare questa procedura di uscita dall’accordo, prima della fine del suo primo mandato. Inoltre, essendo l’Accordo già entrato in vigore, al momento della sua elezione, la procedura immaginata dal nuovo Presidente repubblicano, costituirebbe una violazione del diritto internazionale da parte degli Stati Uniti, ufficialmente «parti dell’accordo ».

Anche se giuridicamente, quindi, la procedura di uscita sarebbe difficile, politicamente l’elezione di Trump rischia di pregiudicare la lotta al cambiamento climatico, avviata convintamente dall’amministrazione Obama. L’Accordo di Parigi si basa infatti su degli impegni nazionali di riduzione delle emissioni di gas serra volontari, ciò significa che se i Paesi decidono di non implementare politiche nazionali climatiche, efficaci ed adeguate, l’accordo resterà un guscio vuoto.

Quale sarà la risposta internazionale? In particolare, cosa farà la Cina, primo inquinatore mondiale, che per la prima volta, come gli Stati Uniti di Obama, ha ratificato l’Accordo? E quali saranno le reazioni negli Stati Uniti, Paese profondamente eterogeneo, in cui ci sono Stati che ancora sfruttano il carbone e altri, invece, già molto impegnati a favore delle energie rinnovabili, come la California? Secondo alcuni osservatori, nonostante le invettive politiche di Donald Trump, gli Stati Uniti, in particolare gli Stati federali, continueranno nei fatti, ad andare avanti nella realizzazione di politiche climatiche, anche se il loro margine di manovra sarà più ristretto.

Ma non è tutto. In campagna elettorale Donald Trump ha promesso di sopprimere l’Agenzia di protezione dell’ambiente (Epa), di eliminare le restrizioni alla produzione di energie fossili e di rilanciare il controverso progetto del mega oleodotto di Keystone XL, bocciato da Obama nel 2015. Del resto sul suo sito, il programma è chiaro: «Noi sosteniamo il carbone. Noi sosteniamo il fracking (la fratturazione idraulica, ndr) senza pericolo. Noi autorizzeremo delle ampie zone di trivellazioni offshore… ».

Ma questo ritorno al passato, alle fonti fossili, potrà davvero contare sulla volontà delle imprese e dei mercati? Nonostante i cambiamenti a breve termine della politica americana, l’economia mondiale si è già rivolta verso un futuro «low carbon» e, di fatto, saranno probabilmente gli stessi mercati a determinare i cambiamenti della politica climatica americana. Le imprese e gli investitori, valuteranno le scelte che consentiranno all’economia americana di essere competitiva in un mercato globalizzato, anche considerando che molti dei loro principali partner commerciali, investono già significativamente in tecnologie e infrastrutture a basso contenuto di carbonio.

E mentre l’agenzia di rating Standard and Poors (S&P), già propone, senza ironia, alla nuova amministrazione il suo supporto «per continuare ad avviare iniziative a favore dello sviluppo sostenibile», il mondo della finanza sembra aver capito la portata della sfida climatica. Gli investitori, di fronte alle evidenze scientifiche e all’imperativo economico di agire, considerano la gestione del rischio climatico un’opportunità da cogliere, un’opportunità, che può offrire solo la necessaria transizione verso u n’economia senza fonti fossili. Resta da capire quale sarà l’atteggiamento di Donald Trump presidente: seguirà le orme di George W. Bush, che fece uscire gli Stati Uniti dal protocollo di Kyoto, nel 2001? Oppure, dimostrerà di voler davvero rendere «più grande l’America» proseguendo sulla strada tracciata dall’amministrazione Obama? C’è solo una cosa che possiamo augurarci: «God bless Planet Earth».

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