Brucia la tomba di Giuseppe, destra israeliana sul piede di guerra

Medio Oriente
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E’ il primo episodio di violenza del “venerdì della rabbia” invocato da Hamas. Lieberman shock: “Autorità palestinese come l’Isis”. Altra tensione in tutti i Territori

Il Medio Oriente è una polveriera, la sensazione è che nelle prossime ore possa succedere qualsiasi cosa. Un gruppo di giovani palestinesi, venerdì mattina, ha profanato, dandole fuoco, la tomba di Giuseppe a Nablus, in Cisgiordania. E’ il primo, grave, episodio di violenza in quello che Hamas, durante la Juma’a (la preghiera), ha decretato essere il “venerdì della rabbia”. Un altro anello che va ad aggiungersi alla catena di odio e intolleranza che sta rapidamente facendo precipitare i Territori verso il buco nero della terza intifada.

L’IDF (le forze di difesa israeliane) hanno reagito con fermezza: “E’ un episodio gravissimo, stiamo lavorando per localizzare e arrestare i colpevoli. Condanniamo con forza qualsiasi attacco ai luoghi sacri”. I militari sono già al lavoro per ricostruire quanto è andato distrutto e rendere agibile il prima possibile il sito, anche per i pellegrini. La destra israeliana è sul piede di guerra: “L’attacco a luoghi sacri ebraici ha superato il livello di guardia”, afferma il ministro dell’Agricoltura Uri Ariel. “E’ il risultato dell’incitamento palestinese”.

Ancora più duro Avigdor Lieberman, presidente del partito di estrema destra Israel Beitenu (letteralmente, Israele casa nostra): “Quanto successo è la prova che il comportamento dell’Autorità palestinese non è differente da quello dell’Isis: giovani palestinesi afferrano coltelli (la terza intifada non è ancora iniziata ma ha già un nome, l’intifada dei coltelli, ndr) e ammazzano ebrei innocenti, ora danno fuoco ai luoghi sacri e ai monumenti storici, come fanno i membri dell’Isis”.

La tomba, identificata come il luogo biblico in cui riposa Giuseppe, è situata alle pendici del monte Gerizim a Nablus, vicino il campo profughi di Balata. Non è stata inserita nella lista dei sepolcri sacri la cui giurisdizione fu trasferita ai palestinesi dopo gli accordi di Oslo del 1995, e diventò parte centrale di un’enclave israeliana nell’area. Nel 2000, però, dopo lo scoppio della seconda intifada, Israele ha abbandonato l’area, troppo difficile da difendere.

Negli ultimi anni la zona circostante il sepolcro è tornata ad essere al centro del conflitto, nonostante ogni mese, di notte, molti devoti ebrei si organizzassero per visitare la tomba, sotto il coordinamento dell’IDF e delle forze di sicurezza palestinesi. La situazione è stata al centro di un colloquio telefonico tra il presidente Mahmoud Abbas e il segretario di Stato americano John Kerry avvenuto giovedì. Colloquio in cui Abbas ha garantito a Kerry che avrebbe fatto tutto il necessario per riportare la calma nei Territori.

Promessa che è stata messa già a dura prova. E la situazione, dopo l’appello di Hamas nelle preghiera del venerdì, potrebbe ulteriormente degenerare. Si temono altri atti di violenza, sia in Cisgiordania che al confine con Gaza. Altissima, in particolare, la tensione a Gerusalemme Est, dove, a dispetto della relativa calma delle ultime 24 ore, le forze di polizia hanno deciso di limitare l’accesso alla moschea Al-Aqsa solo alle donne e agli uomini con più di 40 anni.

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