Brexit tra stop and go. Gli interrogativi che l’Ue deve sciogliere subito

Europa
epa05256360 Jean-Claude Juncker (L), President of the European Commission, greets the President of the European Council, Donald Tusk (R), prior to the debate about the agreement to return migrants and asylum seekers from Greek islands to Turkey, in the European Parliament in Strasbourg, France, 13 April 2016.  EPA/PATRICK SEEGER

Il Consiglio europeo di oggi non ratificherà alcuna decisione sul processo di uscita del Regno Unito. Ma alcuni segnali faranno capire in che direzione si muovono i 27

Si apre nell’incertezza il Consiglio europeo di oggi a Bruxelles. Il vertice di ieri sera tra Angela Merkel, François Hollande, Matteo Renzi e Donald Tusk ha lasciato più dubbi che certezze. La Cancelliera tedesca è favorevole a concedere al Regno Unito tutto il tempo necessario per gestire la situazione politica interna prima di avviare la procedura di uscita dall’Ue, mentre Francia e Italia preferirebbero una maggiore accelerazione. Quello su cui tutti sono d’accordo, però, è che non è possibile aprire trattative sotterranee, né procedere con una Brexit a metà: “Chi esce da una famiglia non può sperare che tutti gli obblighi spariscano e si mantengono solo i privilegi”, ha ripetuto anche stamattina Merkel di fronte al Bundestag.

Se dal Consiglio europeo di oggi e domani non dobbiamo quindi attenderci passi formali, di certo alcuni segnali politici potranno aiutare a capire come si evolverà questa vicenda e – al contempo – che direzione intende prendere la nuova Unione europea a 27, una volta che il Regno Unito non ne farà più parte.

Le trattative
“È  inammissibile che ora il governo britannico cerchi di avere contatti informali con la Commissione, ho ordinato ai miei direttori generali di evitare ogni contatto”. Jean-Claude Juncker è stato chiaro oggi intervenendo di fronte al Parlamento europeo, riprendendo quanto detto già ieri da molti: non ci saranno trattative sotterranee, ma l’avvio di una procedura formale alla luce del sole. Per il momento, sembrerebbe che i leader europei siano intenzionati a chiudere la porta a qualsiasi soluzione pasticciata, con una sorta di uscita a metà del Regno Unito, ad esempio mantenendo la libera circolazione delle merci e non delle persone. L’intento, insomma, sembrerebbe quello di mostrare un’Ue non disposta a scendere a compromessi.

I tempi
Il pallino, in questo caso, è in mano a Londra. L’articolo 50 del Trattato di Lisbona non assegna alcun termine per la presentazione della notifica da parte dello Stato membro che vuole abbandonare l’Unione. In questo senso, va letto il pressing di ieri sera di Merkel, Hollande e Renzi a fare presto, invito già peraltro esplicitato da Juncker, Schulz e Tusk all’indomani del referendum. Dal momento in cui la notifica giunge a Bruxelles scattano i due anni di tempo, al termine dei quali i trattati europei non saranno più applicabili al Regno Unito. Il termine può essere prolungato con una decisione unanime (quindi non semplice) del Consiglio europeo.

Chi gestisce l’uscita
L’articolo 218 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea affida al Consiglio il compito di autorizzare l’avvio dei negoziati, definirne le direttive, designare il negoziatore (o il team di negoziatori), autorizzare la firma e concludere gli accordi. La decisione finale avviene a maggioranza qualificata e previa approvazione del Parlamento europeo. Formalmente, quindi, la Commissione non è chiamata ad alcun ruolo in merito. Ma la risoluzione approvata oggi dal Parlamento europeo chiede al Consiglio di affidare proprio alla Commissione il ruolo di mediatore nelle trattative con il governo britannico. E sempre stamattina David Cameron ha incontrato Jean-Claude Juncker.

 

 

L’equilibrio tra Commissione e Consiglio
È il primo interrogativo ‘di sistema’ che si presenta di fronte alla nuova Europa post-Brexit. Il referendum britannico, infatti, sembra aver impresso un brusco dietrofront al processo di spostamento di centralità dal Consiglio europeo alla Commissione. Cioè, dai singoli Stati membri all’esecutivo comunitario. La figura di Juncker appare ormai fortemente indebolita ed è messa sotto attacco soprattutto dalla Germania, tanto che oggi il presidente della Commissione ha reagito con durezza durante il suo intervento al Parlamento: “Io non sono né stanco né malato. Combatterò fino al mio ultimo respiro per un’Europa unita e migliore”. Al contrario, Angela Merkel sembra aver ripreso saldamente la guida dell’Ue e il coinvolgimento di Italia e Francia in quello che è stato impropriamente definito un ‘direttorio’ rafforza l’impressione di una nuova decentralizzazione del potere, da Bruxelles alle singole capitali degli Stati membri, con in testa Berlino.

Immigrazione
Chiusa la rotta balcanica, grazie soprattutto all’accordo con la Turchia, l’Europa è chiamata ad avviare l’attuazione del piano sottoscritto a La Valletta nel novembre scorso, con un nuovo quadro di cooperazione con i Paesi di partenza e di transito. Sotto l’esame del Consiglio c’è la proposta elaborata dalla Commissione, a partire dal cosiddetto Migration compact proposto dall’Italia. Sul tema dell’immigrazione si gioca buona parte della capacità degli Stati membri di assumere decisioni condivise, nonostante le posizioni fortemente differenziate in partenza (e gli investimenti necessari). Una prova del fuoco per il Consiglio.

Il Piano Juncker
Il Consiglio darà la propria valutazione sui risultati del piano d’investimenti proposto dal presidente della Commissione e valutarne la possibilità di proroga per il prossimo anno. Dai 250 interventi attivati finora, ci si aspettano circa 100 miliardi di euro di investimenti, a fronte dei 315 miliardi previsti per il triennio 2015-2017. Ma se su questo terreno doveva giocarsi il recupero di credibilità dell’Europa agli occhi dei cittadini, non si può che parlare di un fallimento. Sul piano degli investimenti per crescita e occupazione, uno scatto in avanti è chiesto con forza ormai da tutto il Pse (su input iniziale italiano).

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