Brexit, Fmi taglia le stime di crescita. Renzi: “I danni li sentiranno soprattutto gli inglesi”

Economia
International Monetary Fund Managing Director Christine Lagarde gestures as she speaks about the global economy at the Johns Hopkins School of Advanced International Studies in Washington April 2, 2014. The European Central Bank should ease monetary policy to combat the risk of "low-flation" that could crimp euro zone output and consumer spending, the head of the International Monetary Fund said on Wednesday.

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Per il 2016 Washington rivede l’aumento del Pil “sotto l’1 per cento, con rischi al ribasso”

Il Fondo monetario internazionale abbassa le previsioni di crescita 2016-2017 per l’Italia motivando la revisione delle stime con l’incertezza causata dalla Brexit. “Dal referendum nel Regno Unito, i prezzi azionari si sono trovati sotto una rinnovata pressione. L’indice azionario principale in Italia, il Ftse Mib, è sceso del 9 per cento”, spiega il Fmi precisando che le dimensioni del debito pubblico italiano rappresentano un’altra minaccia per l’adattamento post-Brexit in quanto limiterebbe il margine di bilancio per rispondere agli shock, visto che “è salito a quasi il 133 per cento del Pil, il secondo più alto nella zona euro”

Il premier Matteo Renzi a Rtl 102.5 commenta i dati sottolineando come “tutti abbiano ridotto tutti le stime dopo la Brexit”. Tuttavia – aggiunge – i danni credo che li sentiranno soprattutto gli inglesi, mentre noi, i francesi, i tedeschi, tutti, potremo avere un piccolo rallentamento dell’economia di qualche “zero virgola”, l’impressione è che per loro sarà un bel problema”.

La crescita c’è ma deve migliorare
“L’economia italiana si sta riprendendo gradualmente da una recessione profonda e prolungata. È cresciuta dello 0,8 per cento nel 2015 e ha continuato ad espandersi nel primo trimestre del 2016” osserva il Fmi. Le condizioni del mercato del lavoro stanno via via migliorando, e il nonperforming loans sui prestiti sembra stabilizzarsi intorno al 18 per cento del totale dei crediti. Ciò nonostante, le sfide strutturali rimangono significative. La produttività e la crescita degli investimenti sono bassi; il tasso di disoccupazione rimane superiore all’11 per cento, con livelli più elevati in alcune regioni e tra i giovani; sui bilanci delle banche pesano altissime sofferenze e processi giudiziari lunghi; e il debito pubblico è risalito a quasi il 133 per cento del Pil, un livello che limita lo spazio fiscale per rispondere agli shock. In questo contesto, la ripresa è probabile che sia prolungata e soggette a rischi. La crescita dovrebbe rimanere poco al di sotto dell’1 per cento quest’anno e raggiungere circa l’1 per cento nel 2017″ (ad aprile il Fondo stimava un incremento del Pil pari 1% per quest’anno e all’1,25% per il 2017).

Livelli pre crisi al 2020
I rischi, sottolinea il Fmi, sono rappresentati anche dalla “volatilità dei mercati finanziari, dall’aumento dei rifugiati e dai venti contrari che spirano verso un rallentamento del commercio mondiale”. Questo percorso di crescita, precisa il Fondo, implicherebbe un ritorno a livelli pre-crisi (2007) solo verso la metà degli anni 2020 e un ampliamento del divario di reddito in Italia, con la media dell’area dell’euro a crescita più veloce. Ma soprattutto, potrebbe esserci un lungo periodo di risanamento dei bilanci, e quindi di vulnerabilità.

Cosa fare?
Bilanciare gli sforzi per ridurre il debito con il supporto alla crescita. Secondo il Fmi la strada rimane quella di andare avanti con decisione sulle “riforme pro-crescita, dando maggiore priorità al taglio della spesa e a una fiscalità meno discorsiva”, ampliando per esempio la base imponibile e introducendo una moderna tassa immobiliare”. Il Fondo monetario ha osservato che molti direttori vedono la necessità di instradare “il debito su un percorso discendente più solido per migliorare la resistenza agli shock, e di conseguenza raccomandano un adeguamento uniforme scaglionato nel corso del 2017-19″ per “ottenere un piccolo surplus strutturale”. Altri Direttori invece, hanno richiesto “una particolare attenzione alla gestione dei rischi, anche attraverso gli sforzi ambiziosi di privatizzazione”.

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