Breve storia del Renzi garantista

Politica e Giustizia
Il presidente del Consiglio Matteo Renzi durante le comunicazioni in aula al Senato in vista del Consiglio Ue del 17 e 18 marzo. Roma 16 marzo 2016. ANSA/ANGELO CARCONI

Il tema arriva tardi nell’agenda renziana, ma dopo la svolta del 2013 sono state tante le occasioni che hanno delineato l’originale profilo anti-giustizialista del premier. Ecco tutte le tappe del percorso

La denuncia della “barbarie giustizialista” che negli ultimi vent’anni ha tormentato l’Italia, pronunciata lunedì da Matteo Renzi nell’aula del Senato, rappresenta il passaggio forse più importante, e certamente quello di maggior rilievo istituzionale, nella definizione del profilo garantista del leader del Pd. Non è però certo una novità negli interventi renziani.

In diversi momenti della sua storia politica, l’attuale premier ha toccato il tema di una giustizia che non funziona come dovrebbe nel nostro Paese. Ma soprattutto, si è caratterizzato per la denuncia di quel sistema perverso che coinvolge una parte (minima) della magistratura, certi organi di informazione e alcune forze politiche, che ne ha segnato il distacco dalla storia più recente della sinistra italiana, che con quegli ambienti spesso è andata a braccetto. Il saldarsi nell’asse a lui avverso dei protagonisti della “barbarie giustizialista” (M5S e Fatto quotidiano, su tutti), insieme all’avvio di alcune inchieste che hanno toccato – pur senza coinvolgerli direttamente – membri del suo governo, lo hanno portato  a spingere ulteriormente su questo tasto.

C’è da dire, però, che il cammino renziano lunga la strada del garantismo è iniziato solo in tempi recenti della sua storia politica e non sempre è stato perfettamente lineare. Per certi aspetti, infatti, il leader dem non ha solo rotto la “catena” che legava certi ambienti in passato dominanti della sinistra con il mondo giustizialista (Claudio Cerasa ne ha scritto magistralmente nel suo libro, intitolato appunto Le catene della sinistra), ma ha anche messo i paletti di fronte al garantismo ‘peloso’ che ha contraddistinto l’epopea berlusconiana.

In principio fu l’area Castello (2008)
Firenze 20081126 Cro: SEQUESTRO AREA FIRENZE CASTELLO; l'area posta sotto sequestro in data odierna dai Carabinieri del Ros di Firenze. ANSA - CARLO FERRAROColpisce che i primi passi del Renzi rottamatore siano stati paradossalmente facilitati proprio da un’inchiesta giudiziaria. Era il 2008 e le indagini della procura di Firenze sullo sviluppo urbanistico dell’area Castello, di proprietà della Fondiaria-Sai di Salvatore Ligresti, misero fuori gioco l’allora assessore della giunta Domenici Graziano Cioni dalle primarie che lo vedevano tra i favoriti e che invece vedranno poi la vittoria dello stesso Renzi, contro l’establishment locale e nazionale del Pd. Durante la campagna, l’inchiesta non fu cavalcata troppo dallo sfidante – allora presidente della provincia – che però in più di un’occasione sottolineò la contiguità tra i mondi sotto la lente dei magistrati e alcuni suoi avversari.

“Fuori” dalle priorità (2011)
fuori_renziAncora nel 2011, quando da Firenze l’attenzione di Renzi inizia a spostarsi verso Roma, l’attacco al giustizialismo non è uno dei temi della sua agenda. Non ne parla in Fuori!, il primo vero libro-manifesto che ne segna il cambio di passo, né entra tra i cento punti programmatici emersi dalla prima Leopolda. Tra questi, certo, ci sono la riduzione delle ferie dei magistrati, la valutazione della loro attività e un accenno alla responsabilità civile, ma sono temi (per alcuni già dirompenti, e lo si vedrà quando – una volta al governo – li trasformerà in provvedimenti)  che riguardano più in generale la riforma della giustizia, senza entrare nel merito di un garantismo ad ampio raggio.

Con(tro) Bersani (2012)
Democratic Party (PD) leader Pier Luigi Bersani (L) and Mayor of Florence, Matteo Renzi, attend a TV show entitled "Bersani-Renzi, final confrontation" in Rome, Italy, 28 November 2012. Pier Luigi Bersani is set to take on Mayor of Florence Matteo Renzi in a runoff in the primary to select the centre-left's premier candidate next weekend after none of the contenders won more than 50 percent in Sunday's first round.   ANSA/CLAUDIO ONORATINé nel discorso di Verona, con il quale Renzi ufficializzò la candidatura alle primarie del centrosinistra, né durante la successiva campagna che terminerà con la vittoria di Pier Luigi Bersani, la contrapposizione garantismo vs. giustizialismo emergerà particolarmente. Anche perché questo non è certo un tema di scontro tra i due avversari. Lo stesso Bersani, infatti, aveva compiuto qualche timido passo in avanti per affrancare il Pd dal fronte giustizialista, che proprio in vista delle elezioni del 2013 si va saldando invece in parte sotto le insegne della Rivoluzione civile di Antonio Ingroia (più ceto politico che elettori) e in parte attorno al Movimento Cinquestelle (molti elettori e, almeno allora, zero ceto politico).

La svolta (2013)
I primi cenni arrivano soltanto quando Renzi si prepara a guidare il Partito democratico. L’aspirante segretario ha studiato molto per prepararsi a questo passo, ha avuto tempo e modo non solo di approfondire alcuni aspetti programmatici ma anche di far maturare il proprio pensiero. La svolta è evidente quando, nel maggio 2013, pubblica Oltre la rottamazione, il libro che lo lancerà non tanto e non solo nella scalata al Pd, ma soprattutto nell’avvio della definizione di un nuovo profilo dell’area politica di centrosinistra e di un nuovo modello di bipolarismo meno muscolare.

OltreLaRottamazione-Renzi“Nei vent’anni appena trascorsi – si legge nel testo – la giustizia è stato un campo di scontro. Forse il principale terreno di divisione tra opposte fazioni”. Renzi sa che il tema è delicato: “Quando tocchiamo questo tasto, dobbiamo stare attenti, muoverci felpati, piano piano. È un nervo teso”. Poi, però, spiega il suo pensiero: “Gli italiani non ne possono più. Non sopportano che ogni questione giudiziaria diventi un derby. Non sopportano l’uso della legislazione personale per affrontare i guai processuali di qualcuno e non sopportano gli atteggiamenti barricaderi di una minoranza della magistratura, che finisce con il gettare discredito sulla stragrande maggioranza dei giudici che fa bene il proprio dovere, ma viene in qualche misura coinvolta dall’accusa di una magistratura politicizzata. Il recente clamoroso flop di Antonio Ingroia alle politiche del 2013 dovrebbe far riflettere”.

Poco più avanti, entra maggiormente nel merito, rivolgendosi direttamente a palazzo Chigi, dove siede (per il momento ancora sereno) Enrico Letta: “Oggi vorrei che il governo, sul punto specifico, si dimostrasse capace di larghe vedute più che di larghe intese. Per accogliere i desideri profondi degli italiani, che desiderano una giustizia che funzioni, per tutti. Che vogliono il processo breve, per tutti. Che vogliono un sistema semplice, non basato sui timbri e sui formalismi, ma sulla sostanza. Che non accettano di vedere un innocente in carcere per farlo confessare e un colpevole fuori che continua a sbagliare”.

A Silvio (2013)
Renzi non si accontenta. Lo scontro con un’area che peraltro lo mal tollera, accusandolo di strizzare l’occhio al nemico Berlusconi, di esserne quasi l’erede, si fa sempre più esplicito ed entra per la prima volta con forza nel tempio del renzismo, la Leopolda. Lo fa con il solito tono canzonatorio, giocando sull’ambiguità di quel “Silvio” da prendere come emblema della giustizia che non va.

 

Manca poco più di un mese alle primarie che lo vedranno diventare segretario del Pd. Prima di quell’appuntamento, però, sul cammino del Renzi garantista si presenta un ostacolo di non poco conto, che tocca direttamente il governo Letta.

Il precedente che conta (2013)
La pubblicazione di alcune intercettazioni che riguardano il ministro della Giustizia Annamaria Cancellieri infiammano il dibattito politico. La Guardasigilli, parlando al telefono con la madre di Giulia Maria Ligresti, si dice pronta a fare “qualsiasi cosa” in suo potere per favorire la scarcerazione della figlia, in precarie condizioni di salute. Ed effettivamente, poco dopo arriveranno per l’erede della famiglia di costruttori – di cui Cancellieri è amica di lunga data – gli arresti domiciliari.

Il M5S presenta una mozione di sfiducia individuale, mentre il Pd si schiera a difesa del ministro. Sembrerebbe una linea garantista che lo stesso Renzi può condividere: non ci sono ipotesi di reato, la pubblicazione delle intercettazioni di telefonate private appare arbitraria, l’intervento del ministro non ha condizionato l’operato della magistratura ed è in linea con altri casi in cui la stessa Cancellieri si è mossa in aiuta di detenuti ‘comuni’ in difficoltà. Il leader in pectore, però, si smarca dalla decisione del suo partito e intervenendo a La gabbia spiega perché.

 

È un precedente importante, che ricorda da vicino il caso Tempa rossa con il coinvolgimento – anche in questo caso indiretto – del ministro Federica Guidi. E il Renzi premier si muoverà in linea con le parole del Renzi candidato segretario.

L’intransigenza (2014)
La linea quindi è chiara: il garantismo à la Renzi presuppone la rivendicazione dell’autonomia della politica dall’azione della magistratura. Ma autonomia non vuol dire superiorità: i politici e i loro amici o congiunti non possono mai mostrarsi dei privilegiati di fronte ai cittadini comuni. È seguendo questo principio che nel maggio 2014 il Pd a guida renziana non ha nessuna remora a votare a favore dell’arresto di Francantonio Genovese, deputato accusato di associazione a delinquere, riciclaggio, peculato e truffa.

     

Lo zampino di Napolitano (2014)

Il presidente emerito della Repubblica Giorgio Napolitano, con il ministro della Giustizia Andrea Orlando, a Napoli dove nel corso di un convegno sui diritti nelle carceri ha sottolineato la necessita'  di una revisione della riforma penitenziaria del '75, 9 giugno 2015. ANSA/ CIRO FUSCOMa facciamo un passo indietro. Il 21 febbraio Matteo Renzi sale al Quirinale per presentare a Giorgio Napolitano la squadra che intende portare al governo. La discussione si fa più lunga del previsto e s’inceppa proprio sulla casella del ministero della Giustizia. Sul foglio del premier incaricato il nome scritto è quello di Nicola Gratteri, procuratore aggiunto a Reggio Calabria (incarico che lascia oggi per andare a guidare la procura di Catanzaro) in primissima linea nella lotta alla ‘ndrangheta. Napolitano resiste: un magistrato promosso a rango di Guardasigilli è un inedito che gli appare poco opportuno. La mediazione si trova sul nome di Andrea Orlando, che si è contraddistinto da responsabile giustizia del Pd nella segreteria Bersani per un lungo documento pubblicato sul Foglio, nel quale infrange alcuni tabù tradizionali della sinistra proprio sul fronte del garantismo. Per Renzi è una soluzione più che accettabile, anche se nei mesi a seguire non mancheranno le occasioni di attrito con il suo ministro su alcuni temi. La discussione si chiude e, ancora dentro il Palazzo, il premier pubblica uno dei suoi tweet più noti.  

 

I ‘buoni esempi’ (2014)

Il presidente dell'Anac Raffaele Cantone durante il convegno Rai "La cultura del whistleblowing - Un impegno civile ed etico per un'efficace lotta alla corruzione", Roma, 22 ottobre 2015. ANSA/FABIO CAMPANA

Gratteri è solo uno degli esempi dei magistrati che ‘piacciono’ a Renzi: quelli che lavorano in silenzio, che si mettono al servizio delle istituzioni senza manie di protagonismo. Quelli, soprattutto, che portano a termine le sentenze. Il premier vuole valorizzare la loro professionalità e gli esempi non mancano. Su tutti, certamente, c’è Raffaele Cantone, al quale affida la guida dell’Autorità nazionale anticorruzione, potenziandone i poteri. Ma sul palco dell’ultima Leopolda si è fatta notare anche la presenza del pm anticamorra Giovanni Corona.

Come tra i giustizialisti non ci sono solo giudici, anzi questi rivestono talvolta un ruolo perfino marginale, allo stesso modo tra i rappresentanti della legalità di stampo più garantista si annoverano studiosi, scrittori e altre personalità.

Da ricordare è quanto accadde alla vigilia delle elezioni europee del 2014. In lizza per un posto nella lista del Pd nella circoscrizione Isole ci sono Sonia Alfano (europarlamentare uscente eletta con Idv, dopo essere stata candidata alla presidenza della Sicilia con il sostegno dei grillini) e Giovanni Fiandaca, giurista e studioso della mafia, critico sul processo contro la presunta trattativa tra lo Stato e Cosa nostra. I dem si spaccano: con la prima si schierano il governatore Crocetta e il senatore Lumia ma anche esponenti nazionali come Pina Picierno; a sostenere fortemente il secondo c’è il segretario siciliano Fausto Raciti, impegnato nel tagliare i ponti con l’antimafia ‘urlata’. Alla fine, Renzi sceglie Fiandaca, che risulterà il primo dei non eletti.

Severino, ma non troppo (2015)
Il presidente della Regione Campanoa, Vincenzo De Luca, durante l'Assemblea degli Industrialidi Napoli, 26 Novembre 2015. ANSA/ CESARE ABBATELa linea garantista del leader del Pd si conferma quando si tratta di scegliere il candidato alla presidenza della regione Campania. Renzi avrebbe evitato volentieri per ragioni di opportunità (ma anche politiche) la discesa in campo di Vincenzo De Luca, ma il sindaco di Salerno – sul quale pende una condanna che lo costringerebbe a lasciare qualsiasi incarico istituzionale per effetto della legge Severino – non è tipo da lasciarsi fermare. Si candida alle primarie, le vince e vince anche le elezioni. Il governo lo sospende, ma alla fine il tribunale dà ragione al governatore (e a chi non l’ha fermato).

In nome del padre (2015)
L’ultima Leopolda, nel dicembre scorso, arriva in un clima infuocato. Il governo è sotto attacco per la questione di Banca Etruria e la madrina della kermesse, Maria Elena Boschi, è al centro delle polemiche sollevate dalle opposizioni e, in quegli stessi giorni, anche da Roberto Saviano. Lei replica dal palco, ma è lo stesso Renzi a prendere di petto la questione nel suo intervento conclusivo. Ignora le parole dello scrittore, non si sofferma nemmeno nello specifico sul salvataggio della banca della quale il padre della sua ministra è stato amministratore. Contro il giustizialismo politico-giornalistico, contro i ritardi della magistratura, porta ad esempio le vicende della sua stessa famiglia.

 

 

È il segno che Renzi non mollerà facilmente il garantismo come proprio cavallo di battaglia. La questione, per lui, è diventata personale. Si vedrà nei prossimi mesi e anni se e quanto allo scontro verbale seguiranno anche interventi normativi che vanno nella stessa direzione, come quella stretta sulla pubblicazione delle intercettazioni recentemente smentita.

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