Brasile, a noi. Dentro la finale di volley

Olimpia
image

L’Italvolley vuole l’oro contro i padroni di casa. E può farcela

“Pelè, a noi”: era il gran titolo del Corriere dello Sport del lontano 21 giugno 1970, il giorno della finale del Mondiale di calcio all’Atzeca di Città del Messico. Perdemmo, ma quella era una sfida impossibile, per la forza di Pelè e soci e per la nostre prostrate condizioni fisiche dopo la maratona con la Germania, il famoso 4-3.

La finale olimpica di volley di oggi (18 italiane) invece è una sfida possibile. Difficile dire se vi sia una squadra favorita, perché a questi livelli la pallavolo ha un che di imponderabile che trascende il fattore tecnico: la concentrazione, lo stato d’animo, la “cattiveria” sono tutti elementi decisivi ma imprevedibili. Ma possiamo portare l’oro a casa, sarebbe la prima volta.

Sappiamo che quella italiana è una squadra molto forte, probabilmente la più forte di sempre dopo quelle dei grandissimi degli anni Novanta. Il 3-2 inflitto agli Usa è una delle più grandi imprese pallavolistiche di sempre.

È una squadra generosa, tosta fisicamente, che annovera un campione di livello assoluto come Ivan Zaytsev, forse il miglior opposto del mondo, diventato dopo la sfida epocale con gli Usa un eroe popolare per carattere e forza (le famose battute oltre i 100 km/h fanno già epoca).

Poi abbiamo trovato un fantastico palleggiatore nel giovane Simone Giannelli, un ottimo martello – Osmani Juantorena -, e ancora l’altro schiacciatore Pippo Lanza, i centrali capitan Birarelli e Simone Buti e infine un bravissimo libero, Massimo Colaci. Ci è venuto a mancare il centrale Matteo Piano, così che non abbiamo grandi possibilità di variare il sestetto (buoni comunque gli inserimenti di Antonov alla battuta).

L’Italia infine ha un grande allenatore, degno erede di Mauro Berruto, Chicco Blengini, che dà sicurezza alla squadra. Lo vediamo nei time out dare in pochi secondi razionalità e serenità. Merito suo se la squadra oggi è così amalgamata.

Gli azzurri conoscono benissimo i brasiliani. Da ultimo, li hanno battuti pochi giorni fa per 3-1 nel girone eliminatorio. Ma il Brasile della finale sarà un’altra cosa. È spaventosamente cresciuto partita dopo partita. In semifinale ha distrutto una Russia un po’imbolsita (fra l’altro priva, per ragioni non chiare, del gigante Muserskij) con i grandi Michajlov, Grankin, Volkov spazzati via 3-0.

Il Brasile avrà dalla sua l’inferno del Maracanazinho, la leggendaria toricida, e, senza essere maliziosi, quell’impalpabile vantaggio dei padroni di casa che può avere influenza sull’arbitraggio.

Ma è chiaro che si tratta di una delle più grandi squadre del mondo. Non è il Brasile di qualche anno fa, è vero, ma due schiacciatori come Wallace e Lucarelli, centrali come Lucas e Mauricio o Lipe (fortissimo dietro)  e secondo noi il miglior palleggiatore del mondo, Bruno, e il miglior libero del mondo, Sergio, beh, formano una squadra da paura.

Non sono velocissimi come gli americani ma hanno più esperienza e più potenza. Come noi, non utilizzano tantissimo la pipe (il primo tempo sì), ed è probabile che il cuore della partita sarà nella lotta dei rispettivi muri contro gli schiacciatori.

Bisognerà arginare subito Wallace, obbligare il Brasile a inventare soluzioni meno agevoli. Lucas al centro non è quello di 4 anni fa ma attenzione a Lucerelli.

Dovremo variare noi il gioco, utilizzando bene anche Lanza, soprattutto dovremo non solo fare bene il muro – e Wallace è abbastanza prevedibile – ma anche la copertura “dietro” il muro.  Speriamo bene il servizio, nostra croce e delizia: loro hanno un grande libero, meglio sparare sui lunghi. Al resto penserà Zaytsev. E il grande cuore di questa squadra. Brasile, a noi.

Vedi anche

Altri articoli