Bordertown: la discriminazione negli Usa diventa satira animata

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Immigrazione e razzismo nel Paese che si prepara alle nuove presidenziali: ecco l’ultimo esperimento dei papà dei Griffin

È ancora il politicamente scorretto il tema portante della nuova serie tv animata creata da Mark Hentemann, Bordertownin prima visione assoluta in Italia dal 4 maggio, ogni mercoledì alle 22.50 su Fox Animation. Un tema che ha segnato il successo di altre serie animate, prima fra tutte i Simpson, successo mondiale che va avanti da quasi trent’anni senza mai perdere colpi e ascolti.

A produrre la novità del piccolo schermo è insieme a Hentemann, non a caso, Seth MacFarlane, autore di un’altra serie di grande popolarità come i Griffin (di cui Hentemann è showrunner e produttore esecutivo).

Ambientato nella città immaginaria di Mexifornia, proprio al confine tra il Messico e gli Stati Uniti, Bordertown racconta la storia dell’agente di frontiera Bud Buckwald, classico stereotipo dell’americano del Sud degli Stati Uniti, chiuso ai cambiamenti culturali e sociali del suo Paese. Ironia della sorte, il suo vicino di casa è proprio un immigrato messicano, Ernesto Gonzalez, che lavora e vive a Mexifornia insieme alla sua famiglia. La loro vicinanza porta a una serie gag esilaranti (divertenti anche gli schetch alla Wile E. Coyote e Road Runner tra Bud e un trafficante che quotidianamente cerca di superare la frontiera), ma da ogni scena comica emerge anche la ridicola pretesa di mantenere la “purezza” dell’America, un Paese da sempre melting pot di ogni tipo di nazionalità e cultura.

Nella prima puntata la figlia di Bud, Becky, decide di sposare proprio il nipote di Ernesto, J.C., un giovane di grande cultura e spessore, ma che rischia di essere rispedito in Messico a causa dell’approvazione di una nuova legge che prevede l’immediata deportazione degli immigrati nel Paese di origine.

Insieme alla legge, nel corso della serie tv, verrà anche decisa la costruzione di un muro alla frontiera tra Messico e Usa, chiaro riferimento alle avventate proposte di Donald Trump e alle sue politiche anti-immigrati (ma come non pensare anche ai tanti muri che si progettano e si costruiscono in questo momento in Europa?).

Più dei Simpson e dei Griffin, Bordertown punta i riflettori sulla strettissima attualità (e non solo statunitense) con una particolare riflessione sulla questione migratoria tra Messico e Stati Uniti. Questione al centro dei dibattiti americani, soprattutto ora che il Paese si prepara alle primarie e successivamente alle presidenziali Usa. La serie, infatti, iniziata negli States a gennaio, si concluderà a fine maggio, proprio a poche settimane dalle primarie in California e New Mexico.

È divertente, è caustica, è satira pura: insomma, Bordertown merita di essere vista per la sua originalità e schiettezza, per la sua capacità di trasmettere un messaggio senza girarci intorno, ma in modo comunque esemplare. Pur essendo grottesca, la serie tv rappresenta la realtà allo stato puro con tanti riferimenti alla politica, alla tv e ai media Usa e non va assolutamente persa perché riesce a scherzare e fare satira ad alto livello su temi molto scottanti, ridicolizzando al tempo stesso statunitensi e messicani ma in particolare l’assurda pretesa di poter fermare l’immigrazione attraverso una legge o un muro.

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