Black Mirror, la serie che sfida il tempo

Serial
Un frame tratto dal trailer su Youtube di uno dei sei nuovi episodi della nuova serie di 'Black Mirror' che arriverà il prossimo 21 ottobre in esclusiva su Netflix. Creata e scritta da Charlie Brooker, la serie esplora i temi della tecno-paranoia contemporanea. Roma, 9 ottobre 2015. ANSA/ WEB/ YOUTUBE

Tra social e tecnologia: ecco perché lo “specchio nero” di Brooker su Netflix crea dipendenza

Oggi è praticamente impossibile non avere confidenza con uno schermo nero. Poco importa se si tratta di quello di un vecchio televisore a tubo catodico o del Display Retina HD degli ultimi iPhone: è la forma che diamo alla tecnologia nel momento in cui non è al nostro servizio. È una specie di porta chiusa e se da una parte diventa stupido negare le possibilità sempre più grandi nascoste dentro al mondo che sigilla, dall’altra è paradossale e vagamente macabro constatare come un “black mirror” – uno schermo nero, per l’appunto – si limiti a trasmettere il riflesso sfocato dei milioni di persone che lo venerano quotidianamente.

Charlton “Charlie” Brooker, uno sceneggiatore/produttore formatosi come giornalista per la rivista PC Zone, deve avere una certa confidenza sia con gli schermi neri che, più in generale, con questa specie di autoironia disincantata tendente al mortifero: non a caso ha inventato un nuovo micro-genere televisivo, derivante sì dalla science fiction e dalla distopia, ma poi cucito addosso alle piccole grandi invenzioni entrate sempre più prepotentemente nelle nostre vite; non a caso quasi tutti gli episodi del suo capolavoro Black Mirror finiscono malissimo.

Ma andiamo con ordine. La serie debutta nel dicembre 2011 e dichiara i propri intenti ancor prima di andare in onda: una prima stagione composta soltanto da tre puntate, ognuna delle quali è caratterizzata da scenari e personaggi differenti. Nessuna empatia da sviluppare per il protagonista di turno, nessun cliffhanger (avete presente quando la narrazione si interrompe all’improvviso, nel bel mezzo di un colpo di scena?) a tormentarci per mesi. Soltanto storie, scritte da Brooker, che immaginano un futuro parecchio verosimile, che raccontano di tecnologie a volte neanche troppo lontane e che provano a parlare di cose che (ancora) non esistono per farci riflettere su cose che invece esistono eccome: come ad esempio uno splendido episodio della stagione 2 intitolato Torna da me, in cui si immagina che la nostra attività virtuale (post di facebook, video registrati sul cellulare ecc.) possa venire utilizzata per creare un’intelligenza artificiale che sopravviva alla nostra morte, permettendo ai nostri cari di rimanere in contatto con un’entità abbastanza simile all’originale trapassato.

Da brivido se pensiamo che successivamente in Israele è stato lanciato il primo social network dedicati ai defunti, no? Insomma, sin dalla prima messa in onda Charlie Brooker ha deciso di puntare tutto sulla forza della singola idea; una scelta ogni giorno più pericolosa, soprattutto col passare delle puntate e con una possibilità sempre maggiore di fare paragoni tra quanto visto.

Ebbene, lunedì 21 novembre sarà il “mesiversario”della terza stagione di Black Mirror: sei episodi distribuiti in contemporanea da Netflix che hanno fatto discutere milioni di fan. Ora, se a Black Mirror si chiede di fondere gli opposti e di continuare ad essere nuova dopo cinque anni si resterà delusi: c’è poco da fare, l’intuizione della fantascienza social è la stessa del 2011, anche perché nel frattempo il mondo non è che sia cambiato così tanto.

Ed anzi, guardando alcuni episodi si ha addirittura l’impressione che la serie rinunci all’ambizione di anticipare la vita che sarà per limitarsi a raccontare un’esasperazione di quello che è oggi: si pensi alla terribile app che consente di votare in diretta la popolarità di chiunque si abbia a portata di sguardo (Caduta libera) e ai suoi evidenti legami con Facebook/Instagram; oppure all’episodio Zitto e balla, forse il più angosciante di tutta la stagione, in cui di fatto ci si limita a parlare di hacker e trollface, ovvero una emoticon, o faccina, piuttosto in voga tra i millennial. Allo stesso tempo è però impossibile non considerare la creatura di Charlie Brooker non solo in ottima salute, ma addirittura in crescita costante.

Intanto perché gli episodi sono sempre più validi sia dal punto di vista tecnico che da quello della varietà ma soprattutto perché il loro autore continua a mantenere una lucidità di analisi impressionante se non addirittura spaventosa, che gli consente di parlare in maniera efficace anche di temi abusatissimi quali il cyberbullismo, l’eutanasia o i matrimoni gay. Ancora una volta, è difficile guardare Odio universale, in cui per uccidere basta pubblicare un tweet, senza pensare con leggero senso di nausea a decine di storie di abuso impunito solo perché praticato su internet; così come è commovente oltre ogni legittima aspettativa seguire, passo dopo passo, la storia d’amore tra due donne in fin di vita dentro la cornice virtuale di San Junipero (l’episodio migliore per chi scrive). E allora poco importa se la serie non conferma in toto l’immaginazione brillante conosciuta in precedenza.

A conti fatti la nuova stagione di Black Mirror è vincente semplicemente perché continua a parlare di noi: delle nostre angosce, delle nostre perversioni, dei desideri più irrealizzabili e delle cattive abitudini apparentemente più banali. Ci sbatte in faccia sei conseguenze estreme del nostro rapporto con la tecnologia di massa e prova a mostrarci sei diverse facce di un mondo all’insegna dell’interconnessione continua e della condivisione ad ogni costo. Interrompe per pochi istanti le meraviglie dei dispositivi elettronici e ci costringe a guardare il nostro riflesso sfocato dentro lo schermo nero.

Vedi anche

Altri articoli