Birmania, una terra in cerca di pace

Dal giornale
BIRMANIA: aung san suu kyi

Un viaggio tra capi dei ribelli e campi profughi nel paese che San Suu Kyi si prepara a governare rivela come i problemi di un conflitto interno e delle tante etnie non sia risolto

I l problema delle etnie sarà uno dei banchi di prova più importanti e difficili per il nuovo governo che tra qualche mese si formerà in Birmania attorno a San Suu Kyi, trionfalmente vincitrice delle ultime elezioni politiche. Quando il Paese ottenne l’indipendenza nel 1948, gli inglesi (già responsabili della deportazione di migliaia di bengalesi in terra birmana, per esigenze di manodopera; quelli che ora vengono chiamati “rohingya”) pretesero, nell’accordo che sanciva la libertà di quelle popolazioni, l’unificazione in un unico stato di decine di etnie diverse. Alcune di queste erano a loro volta veri e propri Stati, grandi e autonomi, come quello dello Shan. Tuttavia, era anche stabilito che nei successivi dieci anni ognuno avrebbe verificato la sua condizione nell’ambito della struttura unitaria; e, se non ne fosse stato soddisfatto, si sarebbe ripreso la sua indipendenza.

In verità, allo scadere dei dieci anni, nel 1958, il processo non fu così pacifico. Vi furono conflitti e lotte che favorirono, nel 1962, il colpo di mano dei militari, che chiusero tutto il Paese in una morsa d’acciaio, isolandolo totalmente dal resto del mondo. Con i militari, fu cancellata la parola “autonomia”, le speranze vennero azzerate con la forza dall’esercito, che cominciò a insediarsi e penetrare in tutti i territori abitati dalle diverse popolazioni: gli Shan, i Karen, i Kachin, i Mon e tanti altri.

D’altra parte, stanno proprio lì le immense ricchezze della Birmania; le miniere d’oro, le pietre preziose e soprattutto è lì che c’è la giada più bella del mondo. Di tutto questo si impadronirono i ranghi alti del governo militare, arricchendosi fino ad oggi; quando ancora la maggior parte delle concessioni e delle terre sono nelle loro mani. La lotta armata di resistenza delle etnie inizia in quel frangente e, ininterrottamente, da cinquanta anni insanguina i confini birmani; in una guerriglia dove non vince nessuno, statica ma inesauribile, perché alimentata da ragioni profonde e con il tempo incarognite nell’odio.

In una villetta unifamiliare, anonima, bassa e larga alla periferia di Chiang Mai, mi accolgono, senza tante effusioni, con sobria gentilezza, i capi politici del coordinamento dei gruppi in guerra. Nel salone, riparato da tende verdi che escludono completamente la vista dall’esterno, c’è solo un grande tavolo da lavoro con una ventina di sedie. Una ragazza ci porta un succo di frutta e un po’ di uva nera. Messi a nostro agio, inizia una conversazione serrata ed essenziale. All’incontro sono presenti due donne straordinarie, che mi fanno anche da interpreti: Pippa Curwen, metà inglese e metà birmana, del Burma Relief Center e Anna Gaspari, che mi danno coraggio nel fare anche le domande più scabrose.

1-QUANTI COMBATTONO ANCORA

Quello che mi sembra il più autorevole si chiama Khy Ooreh Polarbaw, un uomo di mezza età, con gli occhiali, modesto nell’aspetto ma intenso nella parola (saprò dopo che è da tre anni il capodelegazione dei ribelli, nelle trattative con il governo militare per il cessate il fuoco). Mi dice subito che il processo di democratizzazione della Birmania e le elezioni vanno a velocità e su binari diversi rispetto alla pacificazione e riconciliazione nazionale. «Qui – dichiara – ancora si spara. Anche il giorno del voto ci sono stati dei morti». Tira fuori due foto: una di una donna di 55 anni e l’altra di un ragazzo di 15. Sono a terra, insanguinati e crivellati dalle pallottole. «L’esercito – continua – attacca i mercati, i villaggi inermi e la gente continua a scappare; o in campi improvvisati dentro il Paese o in campi per rifugiati, oltre il confine con la Thailandia. Noi non cediamo» dice. «Non possiamo cedere».

Mi spiega che lui rappresenta i gruppi che non hanno firmato la tregua di pace. Sono la maggioranza. Mi dà un foglio raffigurante tanti soldatini. Ecco, su 60mila combattenti, solo 10mila hanno accettato il cessate il fuoco. 50mila sono ancora in guerra. Ma le cifre ballano: perché dopo un po’ mi dice che l’insieme dell’esercito di liberazione delle etnie è di circa 200 mila soldati. Contro i 500mila birmani.

2-RIBELLI DAVVERO VOLONTARI?

«Come li arruolate?», domando secco. «Sono volontari e hanno tutti più di 18 anni», risponde. Lo guardo perplesso. «Sì, è vero: si presentano anche gli adolescenti ma noi diciamo loro di tornare a scuola. Se non lo fanno, li utilizziamo, per darci sostegno, solo nelle retrovie». Sui volontari, so che non è sempre così. Ho raccolto esperienze dirette di ragazzi Shan obbligati a andare sui monti, e poi a morire, con minacce di ritorsioni sulle famiglie. Non insisto. Chiedo, invece, perché in questi anni le trattative di pace sono fallite. «Perché i militari, prima dell’accordo politico, vogliono il nostro disarmo completo», risponde. «Ma noi non ci fidiamo e abbiamo proposto di integrare i nostri soldati nell’esercito regolare. Hanno detto che non è necessario, perché l’esercito regolare è già multietnico. È una presa in giro; è il modo per annientarci».

Insisto: «Il voto per l’Nld e per la San Suu Kyi quali speranze apre?». «Nulla è certo, e ci sono molte contraddizioni. Ma la San Suu Kyi, per noi, è meglio dei militari. È una civile e il suo sarà un governo del popolo, voluto dal popolo. Noi vogliamo uno Stato federale. Ma le forme e la misura dell’autonomia, sono tutte da trattare. Su questo l’Nld ha un programma vago. Noi vogliamo la pace, ma una pace giusta. Comunque per ora non abbiamo avuto contatti con i vincitori delle elezioni; nelle prossime settimane ne avremo di informali».

Dopo una pausa di silenzio, riprende a parlare, con qualche interlocuzione degli altri leader che gli siedono accanto. «Vede, da quando nel 2011 è iniziata la transizione democratica, per la nostra gente le condizioni sono peggiorate. I militari sono diventati interlocutori credibili per la comunità internazionale. Gli aiuti materiali alla nostra popolazione vengono dati a loro e poi vengono spesi per mandarci insegnanti birmani, che insegnano solo la lingua birmana. Prima il sostegno ci veniva direttamente dai confini dei Paesi attorno, alle nostre spalle, attraverso le foreste. Solo il Canada e la Svezia hanno capito il problema e continuano a dare aiuti umanitari per la vecchia via».

3-IL CAMPO PROFUGHI NEL NULLA

Sono gli stessi concetti che mi aveva espresso il giorno Paul Sein Twa, un Karen protagonista del processo di pace, molto critico anche sugli investimenti stranieri che calano dall’alto creando ulteriori disagi alla popolazione. L’incontro va verso la conclusione. Sulla porta faccio un’ultima domanda: «Chi vi finanzia?» Polarbaw risponde su un altro argomento che non c’entra niente. Dice: «Negli scontri ci sono più caduti dell’esercito birmano rispetto ai ribelli. Anche se vengono uccisi tanti nostri civili». È un modo orientale per far intendere che la domanda è impropria. Mi accontento, stringo le mani e vado via con i miei accompagnatori.

Le conseguenze della guerra le vedo quando decido di andare a visitare un campo profughi, prevalentemente Karen, in Thailandia, a 4 chilometri dal confine birmano. Parto da Chiang Mai alle quattro del mattino. Ho appuntamento con dei funzionari del TBC (The Border Consortium) a Mae Hong Son, che dista circa 250 chilometri; ma la strada, mi avvertono, è infernale, tutta di montagna e piena di curve. Nei giorni precedenti ha piovuto, il verde che ci circonda è di smeraldo accecante, il cielo è limpido e i fiori gialli spuntano ovunque e mettono allegria. In giro c’è poca gente; in qualche valle si coltiva il riso e ci sono orti per le verdure. Prima di salire a quote più alte, c’è qualche aranceto.

Arriviamo a destinazione dopo più di sette ore di auto; ci aspettano, nel piccolo ed efficiente ufficio del TBC, un uomo ed una donna molto disponibili. L’uomo si chiama Duncan McArthur e mi sembra il coordinatore. Si va subito al campo. È vicino, ma lontanissimo. Per raggiungerlo si fa un pezzo di strada asfaltato e poi si va sullo sterrato; tra buche, pozzanghere, interruzioni e deviazioni, ripide salite e incredibili discese, si percorrono almeno 10 chilometri che sembrano un’eternità. Dentro la foresta e dentro le rocce. Finalmente si arriva ad un posto di blocco, presidiato da militari thailandesi, con un passaggio a livello. Dobbiamo firmare. È qui che inizia il campo.

4-UNDICIMILA DISPERATI NEL FANGO

In realtà iniziano altri chilometri di strada ancora più impervia e disagiata, fino alle prime capanne. Nel tragitto non incontriamo quasi nessuno. Qualche donna che trasporta pesi enormi sulle spalle e qualche ragazzo che cammina con gli amici. Comincio ad avvertire una sensazione angosciante di essere finito nel nulla.

Il vero e proprio campo è enorme; contiene 11 mila disperati; è lungo 11 chilometri e largo 3. Si regge sul fango, le case sono capanne di paglia, di bambù, di foglie. Scaricano tutto sotto le palafitte di tutti. Gli eroici attivisti delle Ong fanno molto per migliorare le condizioni di vita: il forum delle donne, le attività culturali, l’informazione; hanno allestito scuole e spazi per il pallone e sport improvvisati. Ma questo impegno dove porta? Questa è la domanda che sorge immediata quando incontro, in una capanna più grande, la capa del villaggio, con i suoi collaboratori. Si tratta di una donna semplice, che dà subito una sensazione di saggezza e forza. A questa domanda nessuno sa rispondere.

5-ANIME MORTE

Gli abitanti di questo campo sono fantasmi, non hanno alcun futuro e alcuna speranza. Sono scappati dalla guerra. Non hanno documenti birmani, né thailandesi. Sostano, come anime morte, senza poter uscire dai recinti del campo, che alle 18 chiude. Solo in pochissimi possono lavorare nei dintorni, sfruttati come bestie nell’agricoltura o nelle costruzioni. La sera debbono rientrare. Sono nutriti, accuditi; hanno un tetto (se così si può chiamare). Ma le loro vite, senza obiettivi, senza identità, senza libertà, si spengono ogni giorno nello stesso identico modo, per noia e perdita di senso.

Domando ai capi di questo villaggio “speciale” quali sono le malattie più frequenti. Quelle normali diffuse in Asia. Non c’è la febbre dengue, ma la malaria sì. Diffusissimi i problemi alla pelle. Poi aggiungono: «Stanno aumentando i casi di depressione». «Qual è la cosa che sperano di più per il loro futuro le persone che sono qui?», domando. «Uscire dal campo, tornare nelle loro terre, con le loro famiglie. E lavorare, e ancora, lavorare». Sperano, dunque, nella pace: in una Birmania, federalista e civile. Sperano e attendono.

Giro il campo con il fuoristrada. Solo le donne che si riuniscono, si fanno sentire con voci animate. Per il resto è silenzio, lentezza, vuoto. I giovani, su un campetto di fortuna, tirano svogliatamente qualche calcio al pallone. Le capanne, una sull’altra, emanano un senso di precarietà, fragilit à, instabilità. Aeree: come i destini di queste persone, messe su un binario morto. Andando via, ripenso alla loro richiesta di aiuto: «Impegnatevi in Europa per ridarci i nostri diritti».

Tenteremo di farlo con più energia. Ci vuole la pace, la democrazia e il rispetto delle autonomie dei popoli. Lo so. E non è facile. Perché il nostro è un mondo pieno di opportunità, ma anche di assurde e insopportabili ingiustizie. Le merci hanno ormai una loro vita e identità autonome. Una loro anima. Danzano vispe di fronte a noi, decidendo i valori e la qualità del mondo di oggi. Mentre tante persone si trasformano in cose: vite nude senza diritti, senza profilo giuridico, senza peso. Sono esseri umani, ma non sono “rivestiti” da alcuna forza, e quindi non esistono.

Negli anni ‘30 la condizione concentrazionaria dei campi fu la premessa alla eliminazione di chi li abitava. Oggi c’è la possibilità che le coscienze più avvertite si rivoltino e rifiutino questo mostruoso paradigma. Nulla è scontato. Mentre viaggio in questi territori lontani, mi arriva la notizia delle stragi di Parigi. Mischio tutto nella mia testa. Il timore che la guerra sia ormai endemica; combattuta senza che sia esplosa. E che l’intolleranza, il fanatismo, la violenza stiano allontanando sempre più le persone dalla loro radice umana. E penso anche che organizzare gli antidoti a tutto ciò sia il compito essenziale di una sinistra che vuole stare in mezzo alle cose.

 

Foto Ansa / Nyein Chan Naing

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