Berlino, altra batosta per Merkel. Stavolta l’effetto AfD favorisce la sinistra

Germania
Un risultato oltre il 10% del partito populista Afd nelle elezioni di domenica prossima per il parlamento della città-regione Berlino "sarebbe valutato in tutto il mondo come un segno di una nuova ascesa della destra e dei nazisti in Germania": lo ha scritto sulla propria pagina Facebook il sindaco uscente della capitale tedesca e candidato socialdemocratico (Spd) alle regionali di dopodomani, Michael Mueller. ANSA/ RODOLFO CALO'

Il voto nel Land della Capitale tedesca vede il crollo dei partiti di massa, la fine della grande coalizione e il ritorno di governo ross-rosso-verde. E i populisti sfondano ad Est

Nuova tornata elettorale e nuova batosta per Angela Merkel. Dopo il voto di due settimane fa in Meclemburgo che aveva sancito un clamoroso sorpasso dei populisti di Alternative fuer Deutschland proprio a danno della Cdu della Cancelliera, questa volta è la città-Land di Berlino a lanciare un messaggio ancora più chiaro, non solo alla Merkel ma a tutta la politica tedesca. Benché questa volta il sorpasso non ci sia stato, anzi, AfD dovrebbe essere addirittura il quinto partito, il voto della Capitale offre diverse chiavi di lettura, tutte decisamente negative per i due grandi Volksperteien, la Cdu in primis, ma anche la stessa Spd.

Come noto a chi conosce anche solo superficialmente la geografia politica tedesca, Berlino è una città da sempre orientata a sinistra, soprattutto negli ultimi anni. Questo orientamento è stato confermato dalle ultime elezioni ma con sfumature inedite fino ad ora. Intanto, per la prima volta, accedono al Parlamento cittadino ben sei partiti, in grado di superare la soglia di sbarramento fissata al 5%. I socialdemocratici si confermano il primo partito con il 22% ma perdono il 6,3% dei voti rispetto al 2011. Secondo l’altro partito di massa, la Cdu, con il 17,9% e un calo di 5,4 punti rapportato alle elezioni di cinque anni fa. Subito dietro i Verdi, dati al 15,4% (-2,2 punti) e Linke al 15,6% (la sinistra radicale ottiene un sensibile incremento dei voti, +3,9% rispetto al 2011).

Ma il salto maggiore lo fa, ancora una volta, il partito identitario ed anti-europeista di Alternative fuer Deutschland. Da zero (nel 2011 neppure esisteva) al 13,6%. Un risultato clamoroso, se pensiamo proprio alla vocazione di sinistra della città di Berlino e se lo inseriamo in un quadro federale che ormai vede il partito guidato da Frauke Petry presente in dieci parlamenti regionali su sedici. Un risultato che affonda le sue radici nelle controversie legate alla politica dell’accoglienza nei confronti dei migranti che è diventata la bandiera del governo Merkel e che, con il passare dei mesi, ha incontrato sempre meno favori, complice la minaccia terroristica, da parte dell’opinione pubblica tedesca.

Uno dei leader nazionali dei populisti, Jörg Meuthen, ha parlato di un “risultato grandioso, in una città così di sinistra”. Lo stesso Meuthen ha detto che “tutti sanno ormai che alle elezioni politiche dell’anno prossimo dovranno fare i conti con noi”. Peraltro secondo il canale tv Zdf il 22% degli elettori dei populisti viene dalla Cdu. Certo, come detto, la campagna a tappeto del partito populista contro le politiche in materia di immigrazione ha fatto tanto. Ma la mappa del voto nella città di Berlino ci dice anche che il messaggio propagandistico attecchisce dove la popolazione è già sotto-stress per altri motivi di tipo economico e sociale. E così, nei quartieri dell’ex Berlino Ovest AfD si ferma e meno del 9%, mentre in quelli orientali ottiene una media superiore al 20%. Nella circoscrizione di Lichtenberg, uno dei luoghi simbolo, ancora oggi, di quella che era Berlino Est, ottiene addirittura un successo in termini assoluti, arrivando al 26% e precedendo tutti gli altri partiti. Kay Nerstheimer, che ottiene così il mandato a guidare la circoscrizione, si presenta su internet come il capo berlinese della German Defence League, un movimento islamofobo neonazista. Giusto per far capire a tutti di cosa stiamo parlando.

Come accennato in precedenza, però, il risultato di Alternative fuer Deutschland non è l’unica notizia politica di questa tornata elettorale, anzi. La vera novità è che a Berlino non ci sarà più la grande coalizione Spd-Cdu che ha guidato la città negli ultimi cinque anni. I numeri parlano chiaro e dicono che i due partiti, insieme, arrivano a malapena al 40%, forse neanche. Con ogni probabilità, invece, si formerà il governo rosso-rosso-verde, (Spd + Linke + Verdi), lo stesso che ha guidato Berlino dal 2001 al 2011 e che, in campagna elettorale, era stato auspicato dallo stesso candidato sindaco socialdemocratico Michael Mueller.

In ogni caso uno schiaffo ad Angela Merkel – che non si aspettava certo di vincere a Berlino – ma che incassa un’altra netta sconfitta regionale. L’ennesimo campanello d’allarme che risuona nelle stanze dei cristiano-democratici e in quelle dei loro corrispettivi bavaresi della Csu, i più insistenti avversari interni la politica del “wir schaffen das” (“ce la facciamo”) di Angela Merkel nei confronti dell’emergenza migranti.

Anche se il flusso di profughi si è quasi esaurito (4.200 gli ingressi in agosto) e la cancelliera sottolinei la necessità di rimpatriare i migranti meramente economici senza diritto di asilo, la complessa scelta di vedere nei migranti una componente necessaria per un equilibrato sviluppo economico-demografico del paese si scontra con la facile presa della propaganda dell’AfD, che punta sulla chiusura delle frontiere arrivando a sparare per difenderle. Posizioni orientate alla chiusura si fanno sentire nel partito, e per motivi culturali islamofobi soprattutto nell’ala destra bavarese. Quindi la nuova sconfitta di Berlino potrebbe alimentare il dibattito strisciante sull’opportunità di una quarta candidatura di Merkel, che al momento, però, pare senza alternative. Come dimostra Berlino, d’altronde, la crisi dei cristiano-democratici, che per la prima volta nel dopoguerra vedono sorgere alla loro destra un partito in grado di competere a livello nazionale e fare presa sul proprio elettorato di riferimento, potrebbe finire per favorire una sinistra che da anni viene descritta in crisi di identità ma, a quanto pare, non particolarmente in crisi di voti.

 

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