Berlinguer, l’attualità di un leader

Dal giornale
Enrico Berlinguer

Il dibattito aperto sull’Unità a ottobre si è concluso solo da qualche giorno. Decine di interventi autorevoli, le provenienze politiche più diverse, lettere, interviste, commenti anche su quotidiani non di partito, dal “Corriere della sera” a “Repubblica”

Ancora sorprendente l’effetto Berlinguer. Il dibattito aperto su l’Unità nel mese di ottobre si è concluso solo da qualche giorno. Decine di interventi autorevoli, le provenienze politiche più diverse, lettere, interviste, commenti anche su quotidiani non di partito, dal Corriere della sera a Repubblica. Capacità dell’azione e della riflessione politica di questo uomo politico e dirigente comunista di ridestare interessi e passioni sopite, forse anche perché la sua storia rievoca una fase nella quale la politica faceva parte della vita di milioni di uomini, aveva la pretesa di collegarsi alla storia di una nazione e agli equilibri del mondo, di narrare le possibili prospettive di un mondo fatto di lotte, conflitti, riconoscimenti, avanzamenti, regressioni, alternative. E poi è in discussione la storia del PCI, e cioè un pezzo della storia d’Italia, comunque ci si collochi rispetto a essa. Una politica, allora, corposa, partecipata, anche drammaticamente, in un mondo in cui la virtualità non immaginava di aver sostituito la realtà, e non dico questa frase con spirito regressivo: tutto ciò che avviene va capito, altrimenti rischieremmo di vivere con lo sguardo volto all’indietro. E anche “immaginare” qualcosa, se questa immaginazione diventa collettiva potenza del fare, è mondo reale, e come!

1 Che cosa dire, giunti a questo punto? Come utilizzare questo spazio “a conclusione” di un così intenso dibattito? Intanto, non “per concludere”. Non ne avrei di certo l’autorità, e poi non c’è nulla da concludere, si sono espresse le opinioni più varie, più critiche, oppure quelle più convintamente “berlingueriane”, sia pure pensate trent’anni dopo. E dunque? Intanto una questione di metodo: non citerò nessuno degli interventi che si sono accumulati in questi mesi, quel metodo sì che sarebbe da “conclusione”, con un batti e ribatti, un soggettivo “qui hai ragione qui hai torto”, e sarebbe perfino sgradevole pretendere di avere l’ultima parola. Ma poi, se riporto alla memoria la gran maggioranza delle cose che sono state scritte, mi pare che l’elemento che le ha accomunate, anche nell’intensità delle contrapposizioni, sta nella volontà di pensare che il mondo non comincia oggi, non ricomincia sempre da capo, e qualche volta c’è ancora bisogno che ciò sia ricordato; e che, insomma, il mondo della politica e il mondo della storia non sono due universi tra loro incomunicabili. Liberarsi per un momento dal ritmo invasivo di una attualità che pretende di spezzare ogni legame con il passato, può tornare a vantaggio di questa medesima attualità, arricchendo la sua coscienza critica. La domanda è: con quali occhi volgersi a scrutare il mondo di oggi? Mi pare che la stessa variegata partecipazione alla discussione sia testimonianza non tanto di uno scavare più o meno nostalgico, ma piuttosto di una inquietudine, di un affollarsi di dubbi, di domande inevase, di volontà di capire, certo muovendo dal problema e dall’uomo di cui si è discusso, ma con l’occhio sull’oggi, e su noi in questo oggi. La politica può essere molte cose, ma certo non è mai mera filologia, o puro ricordo. Il passatopassato interessa poco alla politica, alla politica interessa il passato che, in una misura da vedere, sta dentro di noi, che può illuminare ancora il nostro presente, e a sua volta essere illuminato, rivisitato, dalla nostra intelligenza, pure quando esso è radicalmente lontano o addirittura rifiutato. E anche degli uomini, non si discute se sono “solo” morti; si discute se, in un modo o nell’altro, li si sente vivi. Berlinguer, evidentemente, è ancora qualcuno in cui si urta, per condividerlo o per rigettarlo, comunque per discuterlo. È un protagonista della storia della sinistra italiana, che ha rappresentato un pezzo della storia d’Italia.

2 Muovo un po’ da lontano, ma i dilemmi del presente entrano subito in campo. È proprio così virtuale il mondo che ci circonda? È proprio vero che la discontinuità degli anni Ottanta è lo spartiacque tra due mondi? 1984, muore Enrico Berlinguer, ed è come se quella data diventasse emblematica di un mondo che finisce; non muore solo lui, muore, si dissolve tutto il mondo di cui egli era parte. In un certo senso è vero, fine dell’Urss, primi anni novanta, ma non fine della storia però, ormai questo è un luogo comune. Ma si può dire che il salto di qualità fu dal reale al virtuale, come alcuni hanno immaginato e immaginano? Davvero pensiamo che quella geniale astrazione che è il capitale finanziario e la mirabile velocizzazione di tutti i circuiti tecnici che riducono tempo e spazio a un istante, insomma il mondo globale che negli anni Novanta prese forma, siano la premessa ecumenica della unificazione dell’umanità? Pace perpetua e fine dei conflitti? E dunque fine della politica? E restiamo attoniti, fermi, dinanzi a questa scoperta? E diciamo, adesso sì che la vecchia storia è finita! La politica, il conflitto, il progetto si sono dissolti come neve al sole. E in questo, magari, coinvolgiamo personaggi, idee, appartenenti a uno strato della storia che sembra aver concluso il suo percorso.
Ma le cose, sotto i nostri occhi, si complicano. Oggi, del mondo che ci sta intorno, cominciamo a vedere la materiale drammaticità. Non è il suo unico strato, quello così indicato. Puoi collocarti in un altro punto di vista, da cui scruti un altro strato del mondo. La realtà non è mai una, è fatta di stratificazioni che non sono punti di vista accademici, elaborati a tavolino, ma sono strati effettivi, interpretati e vissuti da potenze reali, e dentro di essi si affollano parti di umanità, alla ricerca di qualcosa. La neutralizzazione finale di tutto non fa parte degli scenari della storia umana.

3 Ciò che è vecchio, ciò che è tramontato (almeno a vista d’uomo) sta nell’immaginazione – che pure quanta storia ha prodotto! – che esista una sorta di luogo unificato dove tutto alla fine si ricompone, mentre lo stato del mondo ci dice che questa ricomposizione non sta negli orizzonti visibili, e che si dovrà convivere con gli intrecci tra strati di conflitto e strati di pacificazione, un affollamento di umanità con intenzioni diverse; e che questa umanità, a vista d’uomo, starà dentro questo orizzonte, per molti aspetti più che mai imprevedibile. Dell’epoca di Berlinguer, quello che è venuto meno è proprio questo, il senso di una ricomposizione possibile della storia, spesso considerata sotto la categoria coercitiva di necessità storica, il passaggio a “un’altra” società. Ciò che veramente è venuto meno è una filosofia della storia con una sua tappa progressiva e finale, che offriva anche un luogo per l’azione e per l’aggregazione dei “militanti”, e che stava allora nei retropensieri e nei pensieri di tanti. Ciò che non è più sopportabile, infine, è il sacrificio più radicale in vista di un futuro che poi non giunge mai.
Ma la fine di una filosofia della storia non è anche la fine della storia. Il fatto è che dalla materialità del mondo noi siamo assediati, come stretti in un morsa, dentro-fuori i nostri confini, almeno in parte, di ex-società opulenta. Questa materialità non è scomparsa, e anzi cresce disordinatamente intorno a noi, e anche intorno alle isole felici della virtualità. Lì, in quella indicata materialità, le continuità sono più visibili, i nomi cambiano e mutano le prospettive, ma si avverte che l’attuale polverizzazione della politica non basta più a leggere il mondo, si avverte la necessità di classi dirigenti che provino a tornare a comprendere la serietà e la tragicità della storia, a mettere un freno allo stare seduti su una società polverizzata… in attesa che i vari “parametri”, sostituendo la storia effettiva, si raccordino tra loro.
Si guarda indietro e si ripercorrono filiere di nomi che, nel bene e nel male, si collocavano agli incroci della storia, ne percepivano la complessità, non si rifugiavano in ottimismi di maniera, buoni per una sola stagione o per far immaginare l’insostenibile leggerezza di tutto. Berlinguer era tra gli uomini che si collocavano agli incroci della storia, in compagnia di molti, e non è il momento per fare altri nomi, né per tornare a discutere nel merito. Di un uomo si può giudicare la sua tempra personale, staccandolo perfino da ciò in cui credette e per cui operò. Resta, di un uomo così, il senso della serietà della politica, la consapevolezza di chi ha vocazione per la politica, di chi sa che sta mettendo le mani negli ingranaggi della storia, ed essere consapevoli di ciò è la vocazione del politico di professione. La politica è morta, si dice, e poi essa rinasce sotto gli occhi di chi la nega. E tornano immagini che apparivano sfocate.

4 Forse cresce uno squilibrio tra la serietà del mondo e le debolezze della politica e dei politici. La tragicità della storia si mostra dappertutto, pure se ancora stenta a penetrarci, anche perché si incontra con quelle “astrazioni” che ho richiamato, e che nessuno sottovaluta o demonizza, e l’insieme che ne viene fuori appare indecifrabile, o meglio comprensibile se sgombriamo la nostra mente sia da stereotipi consunti sia dall’idea che la realtà si vada dissolvendo sotto i colpi della virtualità.
La drammaticità è nei corpi di milioni di migranti, nel disordine di guerre che penetrano dappertutto, nei morti volontari di Dio e nei morti innocenti, e poi in generazioni sperdute nel non-lavoro, nelle miserie di mondi ancora afferrati dalla fame, nelle diseguaglianze che crescono, insomma nella materialità di ciò che avviene, che porta in superficie il disordine della vita e il suo premere sui confini della storia. E poi, intorno, fuori e anche dentro questi strati materiali della vita, irrompono felici astrazioni, “concretissime” astrazioni avrebbe detto Karl Marx, e un’altra parte di umanità vive in simbiosi con esse, ai livelli più diversi, con le nuove potenze che sono entrate in campo, con una comunicazione duttile e leggera, con una tecnicizzazione della vita, dal potere infinito, e anche dal potere di far bene all’umanità, diminuire la fame nel mondo, magari accordarsi sul clima, affermare standard più garantiti in tante zone della vita comune. È inutile dire di più. Il mondo vive, in fondo come sempre, tra opposti irrisolti.

5 Tutto ciò avviene tra noi, intorno a noi. E questo nostro mondo europeo, penetrato infine, contro le sue pie intenzioni cosmopolite, dalla politica e dalla sua tragicità, se ne fa smembrare, oppone alla durezza della storia o un repubblicanesimo sempre più astratto, sempre più lontano dai luoghi dove vivono popoli reali, oppure una chiusura alla ricerca di radici scomparse o introverse. Si sta verificando un paradosso cui accenno soltanto: il costituzionalismo sovranazionale europeo sta mandando in archivio le costituzioni nazionali, ne sta mettendo in discussione l’indirizzo politico, ora per cercare di farle avanzare verso nuovi e più alti orizzonti, ora per ridurne l’impatto politico-sociale, giudicato insostenibile. Anche qui le stratificazioni diventano visibili: parti di società accompagnano questo processo, altre resistono, a difesa non sempre regressiva di una democrazia politica messa in discussione. Tutto questo, e tanto altro, bolle nella pentola del mondo. Non ho nostalgia di niente. Ma il nuovo disordine del mondo ha bisogno di politici veri, consapevoli che la politica torni al posto di comando. Forse giungo a dire che qualche nostalgia c’è per la tempra dei veri politici, anche se erano immersi in un mondo che non c’è più in quella forma. Berlinguer fu uomo di grande carattere politico, agì su un crinale difficilissimo e forse non poté giungere dove voleva, dove aveva compreso che si doveva giungere, questo è il giudizio di molti. Lasciamo aperto il discorso, personalmente continuo a pensare le cose che ho scritto. E lasciamo aperti i risultati di una discussione che non chiedeva unità di opinioni, ma solo costruzione di un tessuto di idee, di interpretazioni a confronto, tutte cose che ci fanno vivi e fanno viva la storia che in molti abbiamo vissuto.

 

 

 

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