Berlinguer e il consociativismo

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Il compromesso storico non era solo una formula difensiva sull’onda della tragedia cilena, ma la risposta a una crisi italiana profonda che sembrava sfuggire di mano al sistema politico

Berlinguer Berlinguer è stato certamente uno dei dirigenti più amati del PCI, e non solo dai suoi militanti. È stato anche, bisogna ricordarlo, il segretario del periodo di massimo successo elettorale e di consenso che il partito abbia mai ottenuto nella sua storia. Affrontare criticamente la sua figura, inserendola in un giudizio più complessivo sull’epoca in cui visse, non è quindi facile, dal momento che la memoria continua così spesso a prevalere sulla storia nel giudicare il passato.

La proposta di Biagio Di Giovanni, di valutare quel mondo «finito» ma ricordando che «nessuna epoca scompare senza lasciar tracce», deve spingere a un doppio obiettivo: affrontare in modo spassionato un giudizio storico soprattutto sugli anni ’70 e riflettere su come qualsiasi discussione sui compiti di oggi non possa essere legata al passato ma debba guardare ai problemi del presente (anche con un occhio agli errori e ai limiti del passato). Il centro della strategia berlingueriana, il compromesso storico, non era solo una formula difensiva sull’onda della tragedia cilena, ma la risposta a una crisi italiana profonda che sembrava sfuggire di mano al sistema politico. Si prospettava, così, quella che è stata efficacemente chiamata una democrazia consociativa, in cui si pensava necessaria una mediazione perenne e continua per impedire e annullare quella conflittualità che si manifestava fuori dagli ambiti istituzionali.

Una proposta che tendeva a far rifluire nella sola rappresentanza dei partiti quelle forme di conflittualità e di dinamismo sociale che avevano accompagnato la modernizzazione degli anni ’60 e la conflittualità post-sessantottesca. Non si può dimenticare che, a due mesi dal voto, Berlinguer ripropose una resistenza del Pci al referendum sul divorzio, tranne poi cercare di appropriarsene dopo la vittoria dei no. Ad ogni dinamica conflittuale si cercò di rispondere con una soluzione unicamente istituzionale, che favorì ad esempio la lottizzazione di una riforma importantissima come quella del servizio sanitario nazionale o della Rai. Non volendo lasciare autonomia alla società civile si favorì che importanti riforme (legge Basaglia, equo canone, aborto, ecc) venissero malamente o parzialmente attuate. La critica, mantenuta e accentuata, alle politiche socialdemocratiche (oltre che all’individualismo e al consumismo), conviveva di fatto con l’accettazione di un welfare assistenzialista e statalista che dette il via al grandioso indebitamento dello stato.

Quanto alle prese di distanza con l’Urss e la politica sovietica, è fin troppo scontato riconoscere che a partire dal 1956 esse furono tutte deboli, parziali e ambigue, di fronte alla conoscenza della realtà emersa con forza. La doppiezza storica del partito, fedele in Italia alla Costituzione e nell’arena internazionale all’Urss, poteva essere sciolta, ma senza accettare ancora la messa in discussione del carattere fondamentale della rottura del 1917 e della giustezza di schierarsi da allora col paese del socialismo (la frase sull’esaurirsi della «spinta propulsiva» della rivoluzione russa del gennaio 1982 non significò la fine di un rapporto particolare e della «diversità» comunista). Nello scambio di lettere avuto da Berlinguer con il vescovo di Ivrea Bettazzi nel luglio 1976 (pubblicate da Rinascita nell’ottobre 1977), il segretario del PCI si rifiuta di spendere una parola sulla tragedia che sta investendo la Cambogia da poco conquistata dai khmer rossi, sui cui massacri Bettazzi aveva richiesto un intervento, e che la stampa comunista trattò allora e dopo (fino all’invasione vietnamita del 1979) come invenzioni socialiste per screditare lo stato socialista cambogiano.

Nonostante tutto il partito di Berlinguer raggiunge, tra il 1975 e il 1976, il massimo dei suoi consensi storici. E proprio quando ha dietro di sé questa forza crescente (in gran parte basata sulla fiducia più che sulla convinzione, sulla speranza di affrontare in modo nuovo i cambiamenti necessari più che sulla politica adottata fin lì) il Pci sembra voler ridurre sempre più la propria strategia a un accordo di governo con la Dc, a qualsiasi condizione. Proprio quando l’inattesa nomina di Craxi a segretario del Psi potrebbe far pensare a un rinnovamento convergente dei partiti di sinistra verso una prospettiva riformatrice nuova e incisiva. Sulla base di un successo elettorale che sembra legittimare il compromesso «storico» (Pci e Dc insieme superano il 73% dei voti), si accetta, infatti, a fine luglio 1976, un monocolore Andreotti denso di personaggi imbarazzanti. L’astensione del Pci produce come unico risultato la presidenza della Camera a Ingrao. E Berlinguer – che già nella campagna elettorale del 1976 aveva confessato di non poterla svolgere sul tema delle «mani pulite» come l’anno precedente, perché esisteva anche qualche «magagna nostra» e perché era ormai il cavallo di battaglia della destra – dovrà subire il 9 marzo 1977 alla Camera la difesa a oltranza di Moro contro chi vuole «processare» la Dc e a favore degli inquisiti per lo scandalo Lockeed, due soli mesi dopo il famoso discorso agli intellettuali al teatro Eliseo a Roma in cui aveva parlato di una «trasformazione rivoluzionaria della società» in arrivo nel futuro molto prossimo.

Se è vero che Craxi puntò a ergersi ago della bilancia in mezzo ai due partiti di massa incapaci di ottenere da soli una maggioranza assoluta, bisogna pur ricordare che il Psi della seconda metà degli anni ’70 non era ancora il partito che sarebbe diventato nel corso degli anni ’80, in cui la presenza al governo serviva in gran parte per soddisfare il sottogoverno sempre più affaristico e corrotto. E l’attenzione di Crax i alla nuova realtà sociale, per quanto schematica, colpiva nel segno più delle generiche riflessioni anticapitaliste che Berlinguer continuava a propinare. Anche se il tema meriterebbe ovviamente un approfondimento maggiore, si può schematicamente ricordare che il governo di solidarietà nazionale si caratterizzò per una politica consociativa che cercava di rispondere alle richieste e agli interessi dei segmenti sociali rappresentati dai partiti della coalizione senza compiere scelte chiare e risolutive, e lasciando di fatto il carico della responsabilità maggiore sulle spalle del debito pubblico e sulle generazioni future. Fu proprio quella politica che, per esempio, deluse molte delle forze che negli anni 1974-1976 avevano comunque riversato la loro fiducia sul Pci; come anche, nello stesso tempo, radicalizzò le forze soprattutto giovanili che spingevano davvero (sia pure illusoriamente e volontaristicamente) per una «trasformazione rivoluzionaria» della realtà.

Qui entra in gioco, e non si può che farlo in modo eccessivamente schematico, il tema della violenza e del terrorismo, cui per molto tempo i dirigenti del Pci attribuirono la responsabilità del fallimento della loro proposta politica soprattutto nei mesi tragici del rapimento Moro e in quelli successivi, caratterizzati da un’elezione – quella del giugno 1979 – in cui si perse in un colpo solo il 4% e un milione e mezzo di voti. Personalmente ritengo che una politica della «fermezza», così come venne praticata in quel periodo in Italia, fosse l’effetto di uno stato debole, diviso, corrotto e, come si sa adesso, fortemente inquinato e colluso in ambienti istituzionali non secondari. Il Pci cavalcò la politica della fermezza per accreditarsi definitivamente come forza democratica non tanto verso la società e le istituzioni, ma verso la Dc; e per allontanare senza il necessario approfondimento la questione dell’«album di famiglia» della violenza che sarebbe stata discussa successivamente. Nel momento in cui la strategia cavalcata negli anni ’70 si mostrò usurata e di fatto fallita, con l’inizio del nuovo decennio Berlinguer si ritirò nel ridotto della questione morale, rifiutando di affrontare in modo originale e con un’analisi rivolta al futuro il nuovo periodo che si era aperto con le vittorie di Thatcher e Reagan. La simpatia e il rispetto umano per l’uomo si mantennero intatti e forse si accrebbero; ma la fiducia nel leader politico iniziò a scemare vistosamente.

Gli anni ’70 erano stati un decennio di transizione, dove la politica italiana fu incapace di trovare risposte alle richieste di trasformazione della società. Berlinguer, nella prima metà del decennio, riuscì capitalizzare al massimo, grazie anche al proprio personale carisma, quella «strategia dell’obesità», per usare il termine usato da Luciano Cafagna, e cioè l’obiettivo di continuare a crescere senza prospettare un credibile sbocco di potere; quando però provò a rendere concreta la sua proposta strategica nuova – il compromesso storico – non poté fare altro che connotarla come un’alleanza subordinata e al ribasso con una Dc tutt’altro che riformata e riformatrice. E dopo quella fallimentare esperienza non poté che chiudere gli occhi di fronte ai mutamenti profondi della società rifugiandosi in un appello «morale» pur necessario e ineludibile ma da solo totalmente incapace di svolgere un ruolo politico significativo.

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