Bergoglio ai sacerdoti, perché dovete assolvere dal peccato di aborto

Vaticano
Papa Francesco nella basilica di San Pietro, dove presiede la liturgia della Parola in occasione della Giornata mondiale di preghiera per la cura del creato, da lui istituita il 6 agosto scorso, Città del Vaticano, 1° settembre 2015. ANSA / MAURIZIO BRAMBATTI

Con la Lettera apostolica il Papa assesta un colpo alla posizione integralista

Il cammino della misericordia non si ferma con la fine del Giubileo, anzi, Papa Francesco rilancia e tocca uno dei temi tabù della dottrina, l’aborto. Con una decisione destinata comunque a destare scalpore, Bergoglio ha infatti deciso di concedere a tutti i sacerdoti del mondo, d’ora in avanti, la facoltà di assolvere dal peccato di aborto, dando così stabilità e certezza a un provvedimento preso in via eccezionale per l’anno santo.

La decisione è contenuta nella Lettera apostolica “Misericordia et misera” pubblicata oggi a conclusione del Giubileo straordinario della misericordia. Non è l’unica novità del testo, ma di certo si tratta di un provvedimento particolare.

Va detto che fino ad oggi il singolo vescovo diocesano poteva o esercitare lui tale prerogativa o assegnarla ad alcuni preti, d’ora in poi, tuttavia, questa non sarà più un’eccezione. A spiegare il significato della scelta compiuta dal papa è stato monsignor Rino Fisichella, presidente del Pontificio consiglio per la nuova evangelizzazione. Fisichella ha sottolineato un paio di aspetti importanti: in primo luogo il perdono – che arriva comunque dopo un percorso di riconciliazione del credente – vale non solo per la donna che ha abortito ma anche per medici, infermieri, familiari, per chiunque insomma sia più o meno direttamente coinvolto nel fatto.

Resta la scomunica “latae sententiae” prevista per chi abortisce (vale a dire immediata, automatica, basta aver commesso il fatto), e però questa viene meno con il perdono del sacerdote. Se questi sono gli aspetti per così dire tecnici o canonici della decisione, resta un fatto senza precedenti: la Chiesa non tratta più l’interruzione di gravidanza come un totem ideologico, il peccato di aborto si allinea ad altri peccati gravi e per questo non comporta più una condanna senza appello, lo stigma sociale: non si è più marchiati socialmente. Per moltissimi cattolici, per moltissime donne che si vergognavano del dramma vissuto, si tratta di una via d’uscita dall’ombra e dal pregiudizio.

D’altro canto, quando Papa Francesco decise di concedere il perdono per l’anno giubilare, mise in luce in modo specifico la sofferenza delle donne che ricorrevano all’aborto, il dolore profondo che tante di loro vivevano ( “Conosco bene – scrisse – i condizionamenti che hanno portato le donne a questa decisione, so che è un dramma esistenziale e morale. Ho incontrato tante donne che portavano nel loro cuore la cicatrice per questa scelta sofferta e dolorosa. Ciò che è avvenuto è profondamente ingiusto; eppure, solo il comprenderlo nella sua verità può consentire di non perdere la speranza”).

La Chiesa della misericordia di Bergoglio non parla più la lingua della condanna e del giudizio senza appello, ma quello dell’accoglienza che chiama anche il credente a un’assunzione di responsabilità, a un percorso di penitenza. Al punto 12 della Lettera apostolica si legge infatti: “perché nessun ostacolo si interponga tra la richiesta di riconciliazione e il perdono di Dio, concedo d’ora innanzi a tutti i sacerdoti, in forza del loro ministero, la facoltà di assolvere quanti hanno procurato peccato di aborto”.

“Quanto avevo concesso limitatamente al periodo giubilare – prosegue il testo – viene ora esteso nel tempo, nonostante qualsiasi cosa in contrario. Vorrei ribadire con tutte le mie forze che l’aborto è un grave peccato, perché pone fine a una vita innocente. Con altrettanta forza, tuttavia, posso e devo affermare che non esiste alcun peccato che la misericordia di Dio non possa raggiungere e distruggere quando trova un cuore pentito che chiede di riconciliarsi con il Padre. Ogni sacerdote, pertanto, si faccia guida, sostegno e conforto nell’accompagnare i penitenti in questo cammino di speciale riconciliazione”.

E altrove nel documento il principio ispiratore di papa Francesco, si ritrova più volte: “Non c’è legge né precetto – afferma Francesco – che possa impedire a Dio di riabbracciare il figlio che torna da lui riconoscendo di aver sbagliato, ma deciso a ricominciare da capo”. Per quanti, e non sono pochi anche dentro la Chiesa, hanno sostenuto il principio di una religione-ideologia, che sulla condanna dell’aborto fondavano un integralismo non di rado anche politico, il colpo assestato dal Papa è di prim’ordine.

Il movimento pro-life d’Oltreoceano, da sempre filo-repubblicano, e oggi gongolante per la vittoria di Donald Trump alle ultime elezioni presidenziali, ha interpretato la dottrina non tanto alla luce del Vangelo ma di una vocazione politico-identitaria del cristianesimo che doveva per forza coincidere con la trincea di una politica fondamentalista, chiusa alle questioni sociali e sensibile solo sui cosiddetti temi “eticamente sensibili”.

Francesco sta svuotando questa impostazione riallineando il rapporto fra Chiesa e complessità umana, richiamandosi a principi morali che non spariscono ma servono a includere e non più a erigere muri, in nome di un dialogo che non cancella per principio nessuno: chi divorzia, chi abortisce, chi sconta una pena in carcere, chi commette un reato anche grave.

Il punto è il pentimento, la presa di coscienza, la volontà di essere migliori in relazione agli altri, a cominciare dai più deboli. Per questo, pure, i peccati sociali vengono giudicati in modo particolarmente severo dal Papa. Nella lettera apostolica “Misericordia et misera”, non a caso, viene istituita pure “la Giornata mondiale dei poveri” (33esima domenica del tempo ordinario), perché “non avere il lavoro e non ricevere il giusto salario; non poter avere una casa o una terra dove abitare; essere discriminati per la fede, la razza, lo stato sociale…: queste e molte altre sono condizioni che attentano alla dignità della persona, di fronte alle quali l’azione misericordiosa dei cristiani risponde anzitutto con la vigilanza e la solidarietà. Quante sono oggi le situazioni in cui possiamo restituire dignità alle persone e consentire una vita umana!”.

Interessante, infine, la decisione del papa di aprire una porta anche agli estremisti lefebvriani. Sempre nell’anno giubilare infatti, il Papa aveva concesso ai fedeli che frequentavano le chiese rette dai sacerdoti della Fraternità di San Pio X, di ricevere validamente l’assoluzione sacramentale. Oggi questa facoltà viene anch’essa estesa, nella speranza che si possa recuperare la piena comunione nella Chiesa cattolica. E’ un atto di apertura del papa, importante, che rimuove dal tavolo l’equivoco di un improbabile negoziato con la Fraternità sui principi del Concilio Vaticano II, come in passato i lefebvriani avevano chiesto.

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