Beatles, l’alchimia favolosa al cinema

Cinema
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Solo per una settimana in sala, da domani al 21, il film di Ron Howard che ricostruisce gli anni più spensierati della band

Se pensate di sapere tutto dei Beatles, di aver visto ogni immagine, ogni fotogramma della loro storia, sappiate che Eight Days A Week vi stupirà. Lo firma Row Howard, l’ex ragazzino coi capelli rossi che era il miglior amico di Fonzie in Happy Days che poi ha vinto anche un Oscar con A beautiful mind. Accanto a lui, come produttore musicale, Giles Martin, figlio di George, il quinto Beatle per eccellenza. E dunque cosa aggiungere al mito dei Fab Four? Howard ha avuto a disposizione il materiale immenso seppure in pessime condizioni raccolto da One Voice One World per la Apple Corps dei Beatles.

A partire dal 2002 venne organizzato un tam tam capillare tra fans club, chat e mailing list continuato poi sui social in tempi più recenti. Si chiedeva al pubblico dell’epoca di rispolverare i propri ricordi. Rispose, tra gli altri, una signora americana, era una bambina il 29 agosto del 1966 e sedeva in decima fila al Candlestick di San Francisco. Con la sua videocamera Super 8 aveva ripreso la band scendere dal palco per l’ultima volta in tour. Ogni filmato, ogni foto, ogni registrazione audio sono stati restaurati e rimasterizzati al punto che si riescono a sentire perfino le voci di John e Paul nel rumore infernale dello Shea Stadium. Ecco, di questo e molto altro è fatto Eight Days A Week che da domani e fino al 21, per una sola settimana, sarà nelle sale italiane.

la Un film che racconta la fratellanza tra quattro ragazzini, comunione e il cazzeggio che li univa, la voglia travolgente di fare musica, il piacere di stare insieme, farsi scherzi, dormire in un unico letto agli esordi della carriera, dividersi note, caffè, sigarette, spiazzare i giornalisti con risposte da matti. McCartney e Ringo Starr lo ribadiscono: «Prendevamo decisioni solo se tutti e quattro eravamo d’accordo. Ci fidavamo l’uno dell’altro e volevamo attorno gente che si fidava di noi. Gente come Brian Epstein e George Martin». La storia inizia proprio dal 1963, approfondisce i giorni esilaranti di A Hard Day’s Night (disco e film), quelli più convulsi di Help! , arriva a Rubber Soul e ai primi indizi della crisi e nella sostanza si conclude con Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band.

L’ultimo frame è il concerto di addio il 30 gennaio del 1969 sul tetto della sede della Apple Records al numero tre di Savile Row, a Londra. John è magrissimo, Paul si è fatto crescere la barba, Ringo ha l’aria sconsolata e un impermeabile rosso, George indossa una strana pelliccia. Insieme cantano Don’t let me down , accanto ancora una volta, in realtà distantissimi. Perché la magia si era infranta, spezzata da tour estenuanti in tutto il mondo, le richieste del pubblico e dell’industria musicale, l’aggressività dei giornalisti incapaci di decifrare un fenomeno che a tutt’oggi resta un mistero, per bellezza e proporzioni. «Tutti volevano qualcosa da noi – dice a un certo punto Lennon – dal ragazzo che portava i bagagli in hotel alla cameriera. Non erano richieste sessuali, volevano la nostra energia, la nostra attenzione. Volevano noi».

Il film è intervallato da interviste e cameo. Per esempio Whoopi Goldberg che racconta che quei quattro bianchi in realtà non avevano colore, «erano accoglienti come una casa per tutti, fottutamente bravi», o Sigourney Weaver che per andare al concerto dei Beatles si allisciò i capelli con la birra, poi indossò un vestito bellissimo certa che John l’avrebbe notata tra 15mila persone in delirio.

Parla, con quell’ardore da fan inossidabile, anche Elvis Costello e soprattutto Larry Kane, il giovane giornalista americano che ebbe il privilegio di documentare ogni tappa del tour negli States sia nel 1964 che nel 1965. «Erano uniti, forti, spavaldi. Fu il successo a travolgerli». Concetto ribadito da ogni protagonista di questa pellicola dove, attraverso qualche magia, si alza il fumo di una sigaretta o piove con tanto di tuoni da una semplice fotografia. «Noi abbiamo avuto il privilegio di essere quattro, sopportare insieme. Povero Elvis da solo a sostenere il peso della fama», dice Lennon a un certo punto. E McCartney aggiunge: «Fu Epstein a portaci dal sarto, idea geniale. Vestiti uguali, capelli uguali. Come un mostro con quattro teste». Il “mostro” che continuiamo a cantare a dispetto del tempo. Yeah yeah yeah.

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