Bataclan la psicanalisi spiega la strage

Parigi
epa05023831 A general view of damage outside the Bataclan concert venue in Paris, France, 13 November 2015, where a gunman has reportedly taken people hostage. At least 26 people have died in attacks in Paris on 13 November after reports of a shootout and explosions near the Stade de France stadium.  EPA/CHRISTOPHE PETIT TESSON

Alessandra Guerra ha intervistato otto analisti francesi. Per capire il perché di tanta ferocia e le responsabilità d’Occidente

C’è un termine francese, déshérence, che in italiano vuol dire più o meno “essere diseredati”, in una doppia accezione: chi è diseredato è privato deliberatamente da qualcun altro di qualcosa che gli appartiene come patrimonio, come ricchezza, come valore acquisito, ma chi è diseredato è anche colui che qualcun altro non riconosce degno del lascito e della gestione di una risorsa morale e materiale, di una proprietà, come se non ne avesse i numeri, la disponibilità giuridica e spirituale.

È un termine che usa Charles Melman, uno degli otto psicanalisti francesi che in una tagliente, irrinunciabile raccolta di interviste curata da Alessandra Guerra, Attacco alla generazione Bataclan: perché? (edizioni ETS, pagg. 76, euro 10) si interrogano sulle radici dell’odio del sedicente Califfato che ha inondato di atrocità le cronache del mondo, e sullo sviluppo di quella cruentissima guerra di espansione e “redenzione” che l’Isis sta mettendo in atto contro l’Occidente e i paesi “apostati” del Medioriente. «Oggi sta accadendo – risponde Melman – che un certo numero di giovani musulmani si senta abbandonato dalle proprie famiglie, incapaci di trasmettere una cultura di origine,con dei padri che sono e vivono da umiliati, depressi, sottomessi e che, per affermare la loro autorità, diventano molto brutali e violenti. In più, questi ragazzi, a causa della disoccupazione di massa, vivono come se non fossero riconosciuti dalla comunità».

Cosa vuol dire questo? Che, da un lato, le etnie di fede islamica che vivono ai margini delle nostre metropoli, Parigi sopra tutte, vedono nei loro genitori l’effige sfigurata delle discriminazioni e delle sopraffazioni perpetrate negli ultimi decenni dalle politiche sistemiche di colonizzazione bellica e mercantile messe in atto dai Paesi europei e dagli Stati Uniti contro le loro terre di appartenenza; dall’altro, che la società dell’abbondanza, del liberismo, dell’elogio della facoltà di costruirsi un destino, è solo un gigantesco regime delle illusioni, un Capitalismo ingannatore che non fa altro che perpetuare emarginazione, pregiudizio,disgregazione, l’inscrizione sin dalla nascita di migliaia di maghrebini, siriani, irakeni, libici in quella che Francoise Jandrot chiama la “filiera dell’esclusione”, forgiata sulle banlieue, eterna miccia accesa nel cuore di un’urbanità asettica e accelerata,baratri delle differenze negate, “veri e propri luoghi del non diritto”.

Basta tutto questo per giustificare l’ondata di micidiale teo-politica armata che ha fatto scorrere fiumi di sangue per le strade di Parigi? Certamente no, ma non basta nemmeno – ci dicono questi prestigiosi medici dell’anima – far sventolare la bandiera sempre intonsa dell’egualitarismo, della giustizia, dell’accoglienza – quella che inneggia a una società del consumo, dei gadget e del denaro, per dirla alla Guy Lérès – per ritenerci solo inermi innocenti vittime di una barbarie annunciata ed esplicitata con impressionante capacità balistica e terroristica dalle milizie del Daesh. Tutti gli studiosi di Freud e Lacan coinvolti nell’opera sono d’accordo su un principio: siamo corresponsabili di una diabolica curvatura del tempo e della convivenza, che ha escisso ogni solidarietà tra i popoli, fragilizzando il simbolico di tantissime popolazioni che hanno covato rabbia e frustrazione, forse per secoli, togliendo loro voce e dignità, facendole doppiamente sparire, col fragore delle armi, e con l’oblio di media.

«Guardiamo ad esempio il modo nel quale vengono trattati i migranti oggi – sottolinea Michel Plon -, persone che attraversano l’Europa a piedi, con la neve, sotto la pioggia. Cosa si fa? Si mette il filo spinato alle frontiere e li si fa pascolare come bestie selvagge; non li si tratta come esseri umani. Tuttavia, gli umani, quando vengono tratti come bestie selvagge, diventano bestie selvagge». Stupisce allora, ci rammentano gli otto intervistati, se il dialogo fra le genti si trasformi nell’avanzata di un esercito di individui vilipesi che pretendono sopravvivenza, dignità, ascolto e protagonismo a furor di bombe e di coltelli? Stupisce che i valori della pace e del rispetto affoghino in un lavacro di follia ed eccidi, esecuzioni e devastazioni, come se solo con la forza brutale si potesse ridare simmetria a relazioni butterate dal profitto e dalle più sporche connivenze transnazionali?

Dice Nabile Farès,psicanalista, scrittore e uomo di teatro algerino: «L’Islam integralista è diventato l’ideologia folle dei suoi omicidi, dei suoi godimenti e dei suoi deliri. Freud aveva ragione a sostenere che in ogni delirio esiste un punto di verità. Ebbene, questo punto di verità diventa tragicamente esplosivo quando non viene riconosciuto». Il “punto di verità” è la rimozione delle invasioni europee in Africa e Medioriente, degli sfaceli creati da un’economia mondiale scellerata e negazionista di ogni “alterità”, degli apartheid ai bordi della nostre città opulente,delle manipolazioni da storytelling utilizzate dagli Stati Uniti per giustificare come esportazione di democrazia e operazioni di Intelligence planetaria aggressioni e umiliazioni a terre lontane che hanno fatto solo da superficie di sbarco. Per tornare all’inizio, allora, che fa un “diseredato”? Sceglie padri-padroni, si fa istigare da predicatori deviati, immola la propria giovinezza, abbraccia orizzonti di morte, si fa vestire come un soldato di Allah, difende la psicosi autodistruttiva del paradiso dei giusti e delle vergini in dono al posto di un dialogo che è ormai solo il canto rauco dei vinti, la salmodia ipnotica degli assassini in doppio petto.

Se si è un uomo inutile nel recinto dei consumi dove educazione e lavoro latitano, meglio essere martiri osannati nei lager-santuari della consumazione di sè, del proprio corpo, della propria identità, come dice René Major. Tracciare una storia delle condizioni che hanno portato a tutto questo, segnalare gli inneschi nelle nostre coscienze, rimetterci allo specchio, tutti. Solo così sarà meno temibile il “selvaggio”che albeggia, e meno caricaturali le nostre paure e la nostra grottesca irresponsabilità di uomini “evoluti”.

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