Bassolino, la prima sconfitta di una lunga vita politica

Amministrative
29/10/2013 Roma, presentazione del libro ' Le dolomiti di Napoli '. Nella foto Antonio Bassolino

Anche le primarie hanno dimostrato il suo radicamento a Napoli

Antonio Bassolino, 69 anni, il 20 marzo prossimo, ha conosciuto domenica scorsa la prima sconfitta in una competizione elettorale diretta. Per il resto, la sua è stata una carriera politica tutta in ascesa fino alla brusca interruzione dovuta a un’inchiesta giudiziaria sul ciclo dei rifiuti in Campania dalla quale è uscito completamente pulito e assolto da tutte le accuse nel novembre del 2013.

Nato ad Afragola in provincia di Avellino, è stato deputato, ministro del lavoro, sindaco di Napoli per sette anni – ‘O Sinnaco lo chiamano ancora nei vicoli del centrostorico – governatore della Campania per dieci.

Il fatto che la sua carriera politica (Pci prima, Pds, Ds e Pd poi) sia stata in ascesa non vuol dire che sia stata semplice. Anzi, considerato un eretico per le sue simpatie ingraiane, ovvero per la sinistra movimentista del Pci, dovette crescere in un partito, quello napoletano, che gravitava nell’orbita dei personaggi più importanti della “destra” comunista, ovvero la tendenza più riformista e liberal, i cui leader si chiamavano Giorgio Amendola, Giorgio Napolitano, Gerardo Chiaromonte.

Anni di totale dedizione alla politica (“Politica e vita per noi erano separate, e la prima comandava sulla seconda”, ha detto di recente presentando il suo bel libro di memorie “Le Dolomiti di Napoli”) che contribuiscono a forgiargli un carattere piuttosto duro, e a dotarlo di una notevole forza di volontà che gli servirà anche per sconfiggere un difetto abbastanza pesante per un politico: la balbuzie, e a conquistare anzi un’eloquio piuttosto fluente.

A 17 anni Bassolino si iscrive alla Federazione giovanile comunista, nel 1970 è consigliere regionale, due anni dopo entra nel mitico Comitato Centrale del partito, passaggio obbligato del cursus honorum del dirigente comunista. È segretario del partito di Avellino e poi regionale.

Nella sede della sua fondazione Sudd (fino a qualche mese fa condivisa con la “figlioccia politica” Valeria Valente che l’ha sconfitto sul filo di lana alle primarie) giganteggia una foto che lo ritrae insieme a Enrico Berlnguer nei tormentati territori scossi dal terremoto dell’Irpinia. È il 1980 e in quei giorni, girando in mezzo alle rovine, misurando l’inefficienza dello stato, il leader comunista, incoraggiato dalla vibrante indignazione del presidente della repubblica, il socialista Sandro Pertini, matura la seconda svolta di Salerno (la prima fu quella del 1944).

Se la prima servì a Palmiro Togliatti a lanciare i governi di unità antifascista, la seconda, al contrario, servì a Berlinguer per abbandonare definitivamente la proposta del compromesso storico con la Dc e a lanciare la politica dell’alternativa democratica.

Quella svolta segna anche l’ingresso di Bassolino nella grande politica nazionale: nel 1987 è eletto deputato, nel 1993 viene nominato commissario della disastrata federazione napoletana. E da lì spicca il balzo verso la candidatura a sindaco di Napoli quando si vota per la prima volta con la nuova legge elettorale.

Come accaduto anche ad altri uomini cresciuti dentro il partito (per esempio a Luigi Petroselli a Roma) la carica cambia l’uomo: “Io sono stato un uomo di partito, e lo rivendico, fino al 1993, quando fui eletto sindaco per la prima volta. Da allora, sono sempre stato e mi sono comportato come un uomo delle istituzioni”, mi disse quando l’intervistai per l’Unità alla vigilia dell’annuncio ufficiale della sua candidatura.

Da allora Bassolino ha ininterrottamente governato Napoli e la Campania per 17 anni (per un breve periodo ha anche cumulato a quella di sindaco anche la carica di ministro del lavoro, drammaticamente troncata dopo l’assassinio da parte del terrorismo rosso del suo principale consulente Massimo D’Antona).

Politicamente ha mantenuto sempre un profilo di sinistra ma non conservatore: quando Occhetto decide di sciogliere il Pci, lo sostiene ma con una posizione a metà tra il Sì e il No che gli permette di ritagliarsi uno spazio di dialogo con il vecchio mentore Pietro Ingrao e anche una collocazione autonoma.

Gli anni del potere sono stati ovviamente di luci e di ombre: indubbiamente è protagonista del rinascimento napoletano che ancor oggi moltissimi ancor oggi ricordano come l’età dell’oro della città; indubbiamente, al di là delle accuse giudiziarie che si sono rivelate – come troppo spesso purtroppo in Italia – infondate e ingiuste, il periodo alla presidenza della regione viene invece ricordato come un periodo negativo.

La vicenda giudiziaria irrompe nella sua vita con violenza: in quel periodo Bassolino deve affrontare e sconfiggere anche un tumore. Ma le due vicende lo inducono a cambiare radicalmente modo di vita: lui, tabagista incallito, smette di fumare e comincia a correre dedicandosi anche alla difficile e pericolosa arte delle scalate in montagna. La politica lascia il posto alla vita, alla moglie, ai figli, ai nipoti adorati, ai gatti.

Ma la politica è un demone che prima o poi torna ed eccoci alla sfida di questi giorni.

Fatto sta che, sfiorando la vittoria, don Antonio ha dimostrato di essere ancora profondamente radicato nella città. Non che ciò, supponiamo, gli faccia bruciare di meno la sconfitta.

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