Barra al centro con Tim Kaine, Hillary dà il via alla Convention dem

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epa05425060 US Democratic presidential candidate Hillary Clinton (L) fist bumps Democratic Senator from Virginia Tim Kaine (R) at a campaign event at Ernst Community Cultural Center at the Northern Virginia Community College's Annandale campus, in Annandale, Virginia, USA, 14 July 2016.  EPA/MICHAEL REYNOLDS

Parte domani a Filadelfia il meeting democratico per la nomination Clinton annuncia il ticket con il senatore moderato della Virginia. L’esordio insieme a Miami, lui si presenta: «Somos todos americanos»

«Bienvenidos a todos a nuestro país, porque todos somos americanos». Siamo tutti americani, detto in spagnolo, una lingua che mastica bene e un messaggio che parla agli immigrati. Esordio rumoroso a Miami per Tim Kaine, che Hillary ha voluto al suo fianco come candidato democratico alla vicepresidenza.

Annuncio fatto con il tempismo giusto per deviare i riflettori dall’indigestione della Convention repubblicana e i Trumps serviti in tutte le salse. Kaine senatore della Virginia, 58 anni e una fama di persona di principi, pacato al limite da apparire noioso per sua stessa ammissione, ha fatto irruzione sulla scena contestando la logica trumpiana. «L’America – ha detto – non è costruita sulla paura».

La Convention democratica che si apre domani a Filadelfia avrà il tempo per digerire la notizia del ticket con Kaine e trarne pronostici peril futuro, ma per il New York Times è un segnale che Clinton si sente piuttosto fiduciosa della sua capacità di arrivare alla Casa Bianca: la scelta non sembra tarata per conquistare un settore specifico dell’elettorato. Non gli Stati del Midwest, dove la battaglia con Trump si annuncia serratissima e dove il senatore dell’Ohio Sherrod Brown sarebbe stato più strategico. Non gli afro-americani o gli ispanici, più sensibili a un Tom Perez , segretario al lavoro, o un Julian Castro, attualmente alle politiche abitative. E neanche lo Stato in bilico della Virginia, dove pure Kaine può vantare una carriera politica costellata esclusivamente di vittorie: qui Hillary sconta un handicap demografico, i maschi bianchi fanno fatica a fidarsi di lei e difficilmente si lascerebbero convincere dal suo numero due, un personaggio che i detrattori descrivono come uno spirito gregario. Dunque, nella scelta di Hillary hanno pesato altre considerazioni.

Kaine ha le misure giuste per essere un aiuto valido più per governare che per vincere le elezioni. Moderato con punte liberal, benvoluto da Bill Clinton, di lui si era già parlato come possibile vice per Obama prima che la scelta ricadesse su Biden. Un gran lavoratore, uomo di squadra, capace di tenere sotto controllo il suo ego quando è il caso di lasciare la scena ad altri. Cattolico, una fede intensa che lo ha portato da ragazzo per un anno in Honduras a lavorare al fianco dei missionari gesuiti – e gesuita è la sua formazione – Kaine è considerato una persona solida, ancorato alle sue convinzioni.

«Non è uno che alza il dito per vedere da che parte tira il vento», dice lo speaker repubblicano della Camera dei delegati in Virginia, William J. Howell. Che ammette di non poter dire niente di male su Kaine «perché è un tipo molto simpatico». Uno abituato a volare raso terra, ma capace di trovare consensi da una parte e dall’al – tra, fuori da logiche partigiane e per questo considerato un centrista. Nato nel Kansas, educato ad Harvard, sposato in Virginia, tre figli. Alle spalle un’esperienza da sindaco (di Richmond), vice governatore e poi di governatore.

Contrario alla pena di morte e anche all’aborto, ma convinto che le leggi vadano rispettate – ha consentito 11 esecuzioni e garantito il diritto all’interruzione di gravidanza – si è guadagnato una F, il voto più basso, da parte della National Rifle Association per la sua posizione contraria alle armi facili. Nel 2007 ha dovuto consolare le famiglie dei 32 ragazzi uccisi alla Virginia Tech University, una delle prove più difficili della sua vita. Con la moglie Anne ha deciso di fare della riconciliazione razziale «la missione della nostra vita». Frequenta una chiesa dove la maggior parte dei fedeli sono afro-americani, canta in un coro gospel ed è un forte sostenitore di una radicale riforma dell’immigrazione: nel 2013 fece scalpore un suo discorso al Senato pronunciato interamente in spagnolo, tanto per chiarire da che parte volesse andare.

«Troppo liberal per la Virginia», secondo l’analista Bob Holsworth, in realtà Kaine ha potenzialmente il profilo per rassicurare possibili elettori repubblicani recalcitranti all’idea di votare per Trump. Per Hillary una mossa che potrebbe rivelarsi strategica, a giudicare dai commenti acidi che arrivano da parte repubblicana. Il ticket del «fallito status quo democratico», «l’ultimo insider». «Kaine è la miglior risposta che abbiamo mai testato con i focus group sugli Stati in bilico», ammette invece Frank Luntz, sondaggista del Gop.

Da sinistra si rimprovera al senatore della Virginia un atteggiamento indulgente verso le banche e l’alta finanza e troppo favorevole ai trattati di libero commercio come il Trans Pacific Partnership, Tpp, che uno come Sanders vede come il fumo negli occhi: una mossa azzardata considerando che il vecchio Bernie ha incassato le primarie in 21 Stati. Il Bernie Delegates Network ha definito Kaine come «un leale servitore dell’oligarchia», nonostante Sanders dica di lui che è «una persona molto decente».

Per Stephanie Taylor, del Progressive Change Campaign Committee, tutto si gioca ora su quanto Hillary riuscirà a caratterizzare a sinistra il programma «con l’espansione della sicurezza sociale, i college gratuiti, la riforma di Wall Street, e sì, lo stop al Tpp». «È il miglior modo per unire il partito democratico», dice. Da domani se ne parlerà a Filadelfia.

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