Banche salve, non pagano i cittadini

Economia
Banca d'Italia: Ignazio Visco

La manovra vale 3,6 miliardi versati dai tre big del credito Intesasanpaolo, Unicredit e Ubibanca. Supervisione di Bankitalia

Sul filo di lana arriva il decreto del governo che in un solo colpo centra tre obiettivi: salvaguardare i conti correnti e i lavoratori di 4 banche sull’orlo del dafault, evitare un’infrazione europea per aiuti di Stato, evitare che siano i correntisti, gli obbligazionisti e tantomeno i contribuenti a pagare il dissesto delle banche in crisi. Si tratta della Cassa di risparmio di Ferrara, la Banca delle Marche, la Banca popolare dell’Etruria e del Lazio e di CariChieti, istituti commissariati da lunghi mesi sotto il peso di un «buco» gigantesco per 4 realtà di provincia che rappresentano appena l’1% degli sportelli presenti sul territorio: 8,4 miliardi di perdite.

I clienti che oggi si recheranno agli sportelli dei 4 istituti non si accorgeranno di nulla. Un unico segnale indicherà che la loro banca non è più la stessa di venerdì scorso: il nome. Gli istituti si chiameranno Nuova Cari Ferrara, Nuova Banca Etruria (e così via). In effetti da stamattina alle 7.30 esisteranno quattro «banche-ponte», create grazie all’attuazione del decreto varato ieri sera dal consiglio dei ministri sulla base delle nuove norme Ue sulle risoluzioni bancarie, recepite dall’Italia appena 6 gioni fa. Una corsa contro il tempo, per arrivare a banche nuove con bilanci ripuliti dalle sofferenze, che saranno invece dirottate ad altrettante bad-bank chiamate a gestire i prestiti in sofferenza.

Costi e tutele
Il decreto varato ieri sera «consente di dare continuità all’attività creditizia e ai rapporti di lavoro tutelando pienamente i correntisti», recita una nota di Palazzo Chigi. L’intera manovra, che vale 3,6 miliardi complessivi, sarà finanziata dagli altri gruppi del credito, in particolare dai tre big del settore (Intesasanpaolo, Unicredit e Ubi Banca), attraverso finanziamenti al Fondo nazionale di risoluzione delle crisi bancarie, gestito da Bankitalia, secondo il nuovo sistema introdotto con la direttiva europea sulle risoluzioni bancarie che entrerà. Non un euro, quindi, sarà versato dallo Stato. «Il decreto legge non prevede alcuna forma di finanziamento o supporto pubblico alle banche in risoluzione o al Fondo nazionale di risoluzione», precisa il governo, con un occhio evidentemente a Bruxelles, dove da mesi «bocciano» le soluzioni prospettate fin qui da Roma con l’accusa di aiuti di Stato. Stavolta invece l’operazione ha avuto il via libera della Commissione europea, visto che ricalca le norme introdotte con la direttiva europea sulle regole comuni per gestire questi casi. La direttiva è già entrata in vigore in tutte le sue parti, tranne una: il cosiddetto bail-in. Ovvero, il coinvolgimento dei correntisti (oltre i 100mila euro) e degli obbligazionisti privati nel caso di fallimenti bancari. Questa parte entrerà in vigore in gennaio: ecco perché il governo ha deciso di agire subito, prima che scattasse la tenaglia del bailin. E non solo il governo. Anche il modo del credito era in subbuglio all’idea che le nuove norme pesassero suio correntisti, con evidenti conseguenze sul clima di fiducia nel mondo del credito.

Così, si è pigiato sull’acceleratore, e si è attuata la normativa in tempi record. A gestire la risoluzione è la Banca d’Italia in stretto contatto con il governo, in particolare il Tesoro, attraverso il Fondo di risoluzioni delle crisi bancarie. L’impegno finanziario complessivo di 3,6 miliardi è garantito da tutto il sistema, ma è anticipato (per urgenti necessità di liquidità immediata) dai tre maggiori istituti. I quali poi recupereranno le somme con la vendita degli istituti e quella delle sofferenze. Un miliardo e 700 milioni serviranno a coprire le perdite (in parte già coperte con obbligazioni subordinate e azioni, come prevede la direttiva). Un miliardo e 800 milioni serviranno per ricapitalizzare le nuove banche, che poi dovranno obbligatoriamente essere vendute all’asta. Una dote di 140 milioni andrà alle 4 bad bank che gestiranno i prestiti in sofferenza rimasti dopo quelli assorbiti dalle perdite di azioni e obbligazioni. «La banca buona viene provvisoriamente gestita, sotto la supervisione dell’Unità di Risoluzione della Banca d’Italia, da amministratori da questa appositamente designati – si legge in una nota di Bankitalia – in tutti e quattro icasi la carica di presidente è rivestita dal dott. Roberto Nicastro, ex Direttore Generale di Unicredit. Gli amministratori hanno il preciso impegno di vendere la banca buona in tempi brevi al miglior offerente, con procedure trasparenti e di mercato, e quindi retrocedere al Fondo di Risoluzione i ricavi della vendita».

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