Banche, gli economisti spiegano: il sistema italiano reggerà

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Parlano Torriero (Abi), Messori, De Mattia e Vaciago

Le banche italiane sono solide, hanno fondamentali forti e presentano meno criticità di quelle tedesche. Dunque, parlare di instabilità del nostro sistema non solo è eccessivo, ma è inesatto. È questo il responso di alcuni tra i maggiori esperti del settore, interpellati da Unità.tv per fare un po’ di chiarezza sulla tenuta del nostro sistema bancario dopo le turbolenze di questi giorni sui mercati finanziari.

“La prima cosa da sottolineare – osserva il vicedirettore generale dell’Abi, Gianfranco Torriero – è che la Bce non chiederà ulteriori accantonamenti alle nostre banche: a chiarirlo è stato lo stesso governatore Mario Draghi“. D’altra parte, spiega l’esponente dell’Abi, tenuto conto degli aumenti di capitale in corso, i nostri istituti sono tutti al di sopra dei livelli minimi patrimoniali richiesti da Francoforte e lo stress test dell’anno scorso effettuato proprio dalla Bce, ricorda Torriero, certificò la resistenza di fronte a eventuali condizioni estreme.

Anche per Marcello Messori, noto economista, siamo in regola con le ricapitalizzazioni: “Sebbene i nostri istituti di credito non siano tra i migliori in circolazione, hanno comunque i tassi di indebitamento tra i più bassi in Europa e questo è senz’altro un punto di forza”.

Difficile, in ogni caso, fare paragoni con gli altri paesi. Le banche italiane hanno un tratto che le distingue da tutte le altre: si rivolgono principalmente a famiglie e imprese, al contrario di quanto avviene in altri paesi dove le cosiddette “banche d’investimento” impegnano spesso risorse su strumenti finanziari, titoli che a volte risultano rischiosi. “Proprio sulla base di questa differenza – sottolinea Torriero – la vigilanza europea dovrebbe porre maggiore attenzione: controllare un soggetto che fa investimenti, anche di tipo speculativo, è ben diverso dal controllare banche tradizionali e riteniamo che ancora oggi le regole siano molto più stringenti per le banche di tipo commerciali come le nostre”.

Dello stesso avviso Angelo De Mattia, economista ed ex funzionario di Bankitalia, secondo cui “è un dato di fatto che nelle regole della vigilanza unica europea banche tipo la Deutsche bank si trovino meglio di quelle commerciali. In più, i nostri istituti sono svantaggiati perché noi applichiamo le normative in maniera più rigorosa di altri, inseriamo più informazioni di altri quando comunichiamo i dati”. Non a caso già a settembre il governatore di Bankitalia Ignazio Visco aveva segnalato che se le banche italiane usassero gli stessi criteri di valutazione di quelle straniere, le loro sofferenze si ridurrebbero di circa un terzo.

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Perché, allora, i derivati non sono adeguatamente ponderati nel calcolo del rischio nelle valutazioni internazionali? “Forse perché le stesse autorità di vigilanza fanno fatica a comprendere pienamente i rischi associati a quegli investimenti”, prova a ipotizzare Torriero.

 

 

 

Ma la critica non è semplice come sembra. “Un economista ortodosso – osserva Marcello Messori – direbbe che sia giusto così, perché le attività finanziarie sono negoziabili su mercati molto spesso regolamentati, quindi sono liquidi, mentre le banche, con i crediti, devono aspettare il termine del contratto per recuperare la liquidità. L’obiezione che si fa, però, è che se andiamo a vedere la crisi finanziaria del 2007-2008 vediamo che sono proprio quelle attività finanziarie a risultare più rischiose e dannose per le banche”.

Nonostante le diverse criticità riscontrate da economisti e bancari, il nostro sistema rimane comunque stabile, con valori in linea con quelli europei. Basta guardare il Common Equity Tier 1 (Cet-1), un valore a cui fanno riferimento gli analisti per misurare la solidità patrimoniale di un istituto creditizio. solidita_patrimonialeLe nostre banche, con un valore pari al 12% risultano superiori ai requisiti minimi richiesti da Francoforte, sebbene siano penalizzate dai criteri di valutazione “più stringenti” che riguardano proprio le banche di tipo commerciale.

“Il fatto di essere usciti dalla crisi senza trasferimenti pubblici – spiega Messori – mostra come il nostro modello sia resistente rispetto alle crisi finanziarie. Risultano invece più vulnerabili di fronte alla crisi del settore reale, anche perché – aggiunge – nel nostro paese non ci sono alternative al finanziamento bancario e le imprese manifatturiere sono troppo esposte al credito finanziario”. Se è vero infatti che le banche italiane hanno uno dei più bassi tassi di indebitamento in Europa, è altrettanto vero che le nostre imprese, fa notare Messori, hanno uno dei più alti tassi di indebitamento: non mettono capitale proprio.

Il punto di maggiore debolezza è dei nostri istituti è comunque quello delle sofferenze bancarie. C’è chi parla di un “macigno”, chi di “pietra al collo”. Al di là del metodo di valutazione a livello europeo, gli esperti concordano: è un’anomalia che rallenta la ripresa. “Il sistema è con il freno a mano tirato – evidenzia l’economista Giacomo Vaciago – e se la ripresa non ha spiccato il volo è proprio perché non c’è stato un sistema bancario aggressivo a finanziarla. Con il fallimento del 20 per cento delle aziende industriali, vuoi che le loro banche non abbiano avuto sofferenze? In Italia dobbiamo decidere se i banchieri vanno messi in galera o se sono dei santi; non può essere che il lunedì ce l’abbiamo con le banche e il martedì, quando c’è l’attacco della speculazione, ci accorgiamo che vanno difese. C’è molto populismo su questo tema”.

Uno dei problemi che abbiamo in Italia, sottolinea Gianfranco Torriero, è la lunghezza eccessiva delle procedure di recupero di questi prestiti. “In alcuni tribunali, sottolinea il rappresentante dell’Abi, le procedure fallimentari arrivano addirittura fino a 15 anni”. “Dopo l’importante intervento già realizzato ad agosto da parte del governo, ci aspettiamo ulteriori interventi che vadano in questa direzione”

“Qui – sottolinea Messori – non è in gioco la stabilità del nostro sistema, ma il fatto che le nostre banche non finanzieranno per molto tempo le imprese. Va risolto rapidamente il problema delle sofferenze che spinge le banche a non prestare. D’altra parte, se lei avesse tanti amici a cui ha prestato soldi senza più recuperarli, continuerebbe a prestarli? Il governo deve trovare una soluzione compatibile. E poi – aggiunge – c’è un’altra cosa da fare, cominciare ad articolare il mercato finanziario: le banche non possono essere le uniche fonti di finanziamento delle imprese”.

“Se c’è una cosa che deve fare il governo – è l’osservazione di Vaciago – è andare a Bruxelles a pretendere che gli altri usino la flessibilità per finanziarie gli investimenti in casa loro: un intervento che farebbe bene anche a noi. La scelta di Carlo Calenda va in questa direzione: a Bruxelles è ora di fare politica, di andare a dire che se l’economia in Europa va male, la colpa non è dell’Italia. Bisogna pretendere un’altra politica comune orientata al solo obiettivo della crescita. Dov’è finito il piano Juncker che due anni fa aveva suscitato speranza? Cosa aspettiamo, che lo decida il successore di Obama?”.

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