Banche, ecco perché la lettera di Bruxelles non dava nessuna scelta

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La lettera di Bruxelles inviata alla vigilia del decreto ‘salva banche’ testimonia perché non sia stato possibile usare il fondo interbancario per ricapitalizzare le banche coinvolte salvando tutti i risparmiatori

Utilizzare il fondo interbancario per ricapitalizzare le banche in difficoltà senza coinvolgere azionisti e obbligazionisti subordinati verrà considerato un aiuto di stato. È questo in estrema sintesi l’avvertimento della lettera inviata da Bruxelles al governo italiano lo scorso 19 novembre, prima del decreto salva-banche. Una lettera resa pubblica soltanto oggi dall’agenzia Reuters.

Dal testo della lettera emerge la disapprovazione di Bruxelles di usare il fondo interbancario per garantire i depositi delle banche salvate.

Ma andiamo con ordine. Prima del decreto del 22 novembre, tra le ipotesi in campo c’era quella di utilizzare il Fondo interbancario di tutela dei depositi (Fitd) per ricapitalizzare le quattro banche coinvolte. Una soluzione che avrebbe messo in salvo le banche salvaguardando allo stesso tempo tutti i risparmiatori. CariFerrara (uno dei quattro istituti coinvolti) aveva addirittura votato questa soluzione nell’assemblea dei soci a giugno: aumentare il capitale societario tramite il fondo interbancario (alimentato con i contributi di tutte le altre banche italiane) avrebbe di fatto permesso all’istituto di superare tutte difficoltà del momento.

Poi, il 19 novembre arriva la lettera dei commissari europei Jonathan Hill (Stabilità dei mercati finanziari) e Margarethe Verstager (Concorrenza) che blocca l’ipotesi in campo fino a quel momento. Nella missiva, resa pubblica soltanto oggi, si spiega che “l’uso dello schema obbligatorio di garanzia dei depositi non fa eccezione nell’applicare le regole Ue sugli aiuti di stato”.

Anche se i soldi di fatto sono delle banche, quando vengono utilizzati in modo obbligatorio, “non volontario”, danno un vantaggio selettivo alla banca beneficiaria. In altre parole, utilizzandoli per garantire i depositi, l’istituto riuscirebbe a ricapitalizzarsi evitando (almeno per il momento) il fallimento: un beneficio che equivarrebbe ad aiuto di Stato.

Così, dopo una serie di considerazioni e di fronte a una minaccia di una procedura d’infrazione, il governo ha preferito percorrere un’altra strada: si è riunito tre giorni dopo aver ricevuto la missiva per varare l’operazione nel solo modo che restava, il ricorso al nuovo Fondo di risoluzione di modello europeo (sempre alimentato dalla banche italiane) con il sacrificio di parte dei piccoli investitori, azionisti e obbligazionisti subordinati.

Oggi la Commissione ribadisce che “sono state le autorità italiane a decidere di risolvere le quattro banche utilizzando il fondo di risoluzione” nazionale. In effetti la procedura europea richiede che “spetta alle autorità italiane determinare l’approccio e i metodi per la risoluzione”. Più che una scelta, però, si è trattato di una strada obbligata, nonostante i commissari europei – come sostengono – abbiano dato soltanto indicazioni giuridiche. La domanda infatti è: cos’altro avrebbe dovuto fare il governo di fronte alla minaccia di una procedura d’infrazione. Perché di questo stiamo parlando. È sempre la Commissione Ue che oggi, tramite un suo portavoce, ricorda che “c’è anche una semplice logica soggiacente” alla missiva del 19 novembre scorso: “Il sostegno pubblico deve arrivare solo in ultimo ricorso”, altrimenti le regole Ue che salvaguardano i contribuenti “potrebbero essere facilmente aggirate”.

Ecco, una volta tanto l’Italia ha scelto di non aggirare proprio nulla e nessuno.

La scelta del governo, in conclusione, è stata quella di utilizzare il fondo interbancario non per ricapitalizzare le banche, ma per la salvaguardia (tramite arbitrati) di tutti quei cittadini che hanno sottoscritto azioni e obbligazioni in maniera inconsapevole e che non sono stati adeguatamente informati.

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