Bagnasco e la Chiesa-partito che è rimasta prigioniera dell’ideologia

Vaticano
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Il problema storico è che Roma è capitale di due Stati e per questo scatta sempre lo stesso cortocircuito: l’intervento politico del capo dei vescovi viene letto come un’ingerenza della Chiesa tout-court

Il cardinale non ha retto e alla fine è intervenuto nel dettaglio delle modalità di voto sul ddl Cirinnà: che sia segreto, ha detto Bagnasco, per dar voce liberamente alla coscienza. E pensare che nel corso dell’ultima prolusione di fronte ai membri del Consiglio episcopale permanente, pure indicando con precisione quali punti della legge sulle unioni civili erano a suo avviso da cassare, si era alla fine richiamato al Concilio Vaticano II per affermare come, in ogni caso, fossero i laici credenti a dover far valere le ragioni dei cattolici nella sfera pubblica. In tal modo, tuttavia, Bagnasco dava per scontato che i cattolici impegnati in politica o i credenti in generale, la pensassero tutti allo stesso modo o che, quanto meno, dovessero obbedire alle gerarchie. Il nuovo intervento dell’arcivescovo di Genova, è dunque la spia di un problema, di un’irrequietezza: c’è il timore che la legge in discussione alla fine trovi i voti necessari per essere approvata, emendata o addirittura per intero? Evidentemente sì, le parole di Bagnasco sono segno di nervosismo, levano spazio alla mediazione, irrigidiscono le posizioni. Ma il problema è anche più ampio.

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L’uscita del presidente della Cei sullo scrutinio segreto ha scatenato, come c’era da attendersi, reazioni risentite, e in particolare è tornata immediatamente in auge l’accusa di ingerenza. Il perché è noto: “la questione romana” è all’origine della stessa unità nazionale, la vicenda è stata chiusa dai patti lateranensi sottoscritti da Mussolini e Pio XI poi assorbiti dalla Costituzione per essere infine riformati dal Concordato del 1984. Il problema storico, insomma, è che la sede di Pietro è a Roma, la città eterna è capitale di due Stati, per questo scatta sempre lo stesso cortocircuito: l’intervento politico, addirittura e sorprendentemente parlamentare in questo caso, del capo dei vescovi, viene letto come un’ingerenza della Chiesa tout-court, del Vaticano. Il che spesso ha corrisposto e corrisponde a verità, ma non sempre è così.

La presenza storica della Chiesa, e in particolare del Vaticano, e del suo passato di Chiesa-Stato, in Italia, è un dato costitutivo col quale il nostro Paese deve convivere, l’anticlericalismo in tal senso non serve a molto, almeno dalla fine del Risorgimento. D’altro canto la Cei degli ultimi 25 anni, ha creduto di poter riscrivere almeno un po’ la storia, affermando nei fatti che la Chiesa ha in Italia una voce “speciale” in virtù proprio della presenza della Santa Sede. In realtà la strategia ruiniana era dettata da una preoccupazione seria: ovvero che finita la prima repubblica la Chiesa si trovasse smarrita, senza più la solida sponda democristiana mentre anche la società italiana si modernizzava.

Con questa scelta, però, la Cei ha progressivamente annullato, ridotto o silenziato la voce del laicato, un’operazione in ragione della quale sono state emarginate dissidenze, criticità, libertà di ricerca in campo sociale e spirituale. La Chiesa-partito immaginata dal cardinale Camillo Ruini e ancora viva nelle modalità del suo successore Bagnasco, è in contrasto con lo stesso mandato del Concilio Vaticano II che appunto assegnava ai laici – non più al di sotto dei chierici ma considerati come due parti complementari del popolo di Dio – l’azione politica vera e propria. Quella del Concilio non era una scelta improvvisa, rispondeva anzi alle esigenze dei processi dei secolarizzazione in coso – la distinzione fra sfera religiosa e civile – e aveva illustri precedenti. Celebre fu la decisione del leader democristiano Alcide De Gasperi di disobbedire a Pio XII quando il papa gli chiese di allearsi, nei primi anni ’50, con i neofascisti del Movimento sociale pur di fermare le sinistre nelle elezioni amministrative della Capitale. Quella rottura fu reale e simbolica.

Il tentativo di cui si vedono le propaggini estreme nelle parole di Bagnasco, è stato invece quello di costituire la Chiesa come partito ideologico, di cui i laici fossero esecutori obbedienti, incentrato sui famosi principi non negoziabili. Non va dimenticato che Benedetto XVI ricevette nel marzo del 2006 i membri del partito popolare europeo in Vaticano (ad aprile si svolgevano le elezioni politiche in Italia) e indicò egli stesso nel rifiuto delle unioni omosessuali, nella difesa della vita dal concepimento alla morte naturale, nel finanziamento alle scuole cattoliche, i valori non negoziabili oltre i quali non era possibile andare. In tal modo limitava anziché ampliare lo spazio politico dei cattolici, appiattendo solo su alcuni aspetti del magistero, una presenza cattolica che appariva così mortificata, incapace di produrre soluzioni nuove, di confrontarsi con i mutamenti, di dire insomma la sua (per questo, fra l’altro, a sostenere a gran voce Bagnasco oggi restano solo gli ultrà come Calderoli, Gasparri, Giovanardi).

Si è trattato di una strategia che ha portato la Chiesa, e i gruppi più integralisti, alla sconfitta in tutta Europa e ormai anche in molti Paesi dell’ America Latina proprio sui temi indicati come non negoziabili. Al contrario papa Francesco ha messo in soffitta i valori non negoziabili intesi come base di tutto l’edificio ecclesiastico, vorremmo dire che li ha relativizzati accorpandoli con altri valori paritetici, e poi – nel caso che ci riguarda – ha chiesto alla Cei di rompere quel legame preferenziale con la Santa Sede che si rifletteva così negativamente nelle vicende politiche nazionali ed era spesso fonte di rapporti opachi sul piano finanziario, politico, economico. L’episcopato italiano, prima ancora dei cattolici, è stato chiamato dal papa a diventare adulto e a ridefinire il proprio ruolo nella società italiana, ma certo non mancano le resistenze.

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