Austria, si vota per il ballottaggio. La sfida storica che inquieta l’Europa

Scenari
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Per la prima volta dalla fine della seconda guerra mondiale il presidente austriaco, che viene eletto oggi al ballottaggio, non sarà un popolare o un socialdemocratico

Norbert Hofer contro Alexander Van der Bellen. Destra radicale o progressismo verde. Comunque vada, una svolta. Per la prima volta dalla fine della seconda guerra mondiale il presidente austriaco, che viene eletto domani al ballottaggio, non sarà un popolare o un socialdemocratico. I due partiti che hanno dominato la scena politica del paese dal 1945, molto spesso in compresenza, sono stati puniti dagli elettori. I loro candidati hanno avuto risultati pessimi al primo turno.

austriaAl collasso hanno contribuito più fattori, dal carisma limitato dei candidati, a un’economia che ristagna, fino all’incapacità di proporre idee nuove. Su questo quadro si è saldata la faccenda dei rifugiati, enorme, complessa, rapida, difficile da capire, che ha espanso oltre misura il sentimento di stanchezza e sfiducia provato verso i “soliti noti”, accusati di non saperla gestire e di perdere il controllo delle cose.

L’idea che è filtrata è che l’Austria sia invasa. In verità ha fatto soprattutto da ponte per la Germania, la destinazione verso cui chi fugge dal Medio Oriente e dall’Africa tende. Si potrebbe obiettare segnalando che l’Austria ha un alto numero di richiedenti asilo. M questo non equivale a una futura permanenza a tempo indeterminato da parte dei rifugiati. L’Ungheria per esempio ne ha un numero persino più elevato, ed è impensabile che tutta questa gente voglia stabilirvisi.

austria2L’analisi dei fatti è inutile, comunque, giunti a questo punto. Il Partito della Libertà (Fpo), di cui Hofer è esponente, ha saputo cavalcare abilmente la questione dei rifugiati assumendo posizioni più oltranziste di quelle, non certo miti, di cui si è fatto interprete il governo di coalizione tra socialisti e popolari. Che, per assecondare gli umori popolari, è stato fautore di una stretta sul diritto di asilo e di maggiore rigore alle frontiere, tra “muri” minacciati, eretti e controlli serrati al confine.

Anche Van der Bellen è stato “beneficiario” della questione rifugiati. Della sua radicalizzazione, a essere precisi, dato che i socialdemocratici, mostrando fermezza e durezza, hanno ceduto ai Verdi il monopolio della bandiera dell’integrazione.

E questa è la prima parte, quella grosso nota, della storia del rapporto tra voto e rifugiati. L’altra riguarda il modo in cui i tanti immigrati dell’Austria, uno dei paesi Ue con la più alta percentuale di popolazione straniera, si pongono di fronte a questo tema, che in fin dei conti li tocca, essendo venuti qui da stranieri prima di integrarsi (passaggio non sempre assicurato). In altre parole, per Hofer e Van der Bellen, che si contenderanno la presidenza per un pugno di voti, da quel che sembra, si tratta anche di accaparrarsi i voti di questi elettori. Sono solitamente disinteressati al rituale delle urne, ma non certo pochi, visto che il 20% circa della popolazione del paese ha origini non austriache.

Van der Bellen, che ufficialmente non è affiliato ai Verdi, è favorevole all’integrazione, sostiene che i rifugiati possano dare molto all’economia austriaca e ha affermato di recente che, se eletto presidente, rifiuterà di affidare l’incarico a Heinz-Christian Strache, il capo dell’Fpo, dovesse quest’ultimo vincere le legislative del 2018 (scenario da non escludere affatto). Van der Bellen sta cercando in pratica di trasformare le presidenziali in un referendum sulla destra, e in questo referendum c’è dentro, logicamente, anche la questione dei rifugiati. L’Fpo vuole respingerli, Van der Bellen si presenta come colui che promuove l’integrazione, cercando sia di differenziarsi dal rivale, sia di mobilitare tutto l’arco progressista dell’elettorato, sia di portare alle urne quegli austriaci che vantano origini straniere, sussurrando loro che la destra vuole cancellare diritti acquisiti.

Hofer, dal canto suo, sa che molti voti, tra le comunità di origine straniera, sono compromessi. E non cerca affatto di recuperarli. Se non tra i serbi, che di questi gruppi tra l’altro sono in assoluto il più grande. Hofer ha lavorato su certi punti sensibili, quali il Kosovo o la Bosnia-Erzegovina. Sul primo, staccatosi dalla Serbia nel 2008 con una dichiarazione unilaterale, ha detto che si opporrà al suo riconoscimento nelle varie sedi internazionali. Quanto alla seconda, soffia sul fuoco dell’eterna disputa tra la maggioranza islamica e la minoranza serba, all’origine del conflitto degli anni ’90, mostrandosi vicino alla sensibilità della seconda. Tanto che ha invitato a Vienna il presidente della Republika Srpska Milorad Dodik. Per qualcuno vuole spaccare la Bosnia-Erzegovina, opponendosi a molte riforme e agitando lo spettro della scissione. Per altri, impuntandosi su tutto, tutela i diritti dei serbi.

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