Addio Dario Fo, ci lascia il giullare che vinse il Premio Nobel

Cultura
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Era ricoverato all’ospedale Sacco di Milano da alcuni giorni: con lui scompare un pezzo di memoria storica italiana. Satira, politica, innovazione, riconoscimenti. Ripercorriamo brevemente alcune tappe del premio Nobel per la letteratura

A 90 anni, Dario Fo ci ha lasciato a causa di problemi polmonari. Era ricoverato da 2 settimane all’ospedale Sacco di Milano. Con lui se ne va la memoria del vissuto di un paese intero. Un paese che l’attore ha raccontato attraverso quasi un secolo di storia, intrecciandone le vicende con la sua esperienza teatrale: l’arte in cui, insieme alla moglie Franca Rame, è stato un fondamentale innovatore. Nato nel 1926, la Seconda Guerra Mondiale lo segna profondamente; dice che uno dei momenti più felici della sua esistenza è stata la fine delle ostilità, l’allontanarsi della minaccia della morte. Da quel momento in poi comincia a combattere per raggiungere i propri obiettivi; ma prima di tutto si tratta di una lotta per riuscire a “campare”: dopo una serie di false partenze, prima come pittore, poi come architetto, approda al mestiere per il quale è votato, l’attore.

Ed è quello con Franca Rame l’incontro che cambia la sua vita: una relazione che inizialmente è fonte di stupore per lo stesso Dario Fo. L’attrice infatti appare fuori portata: troppo ambita e corteggiata per un attore spiantato e alla ricerca di un posto nel mondo come Fo; ma nessuna barriera sembra potersi frapporre tra i due, che si prendono e si lasciano varie volte, ma le cui vite si riveleranno indissolubilmente legate.

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Autore, attore e regista teatrale, dagli anni ’50 Fo produce una enorme quantità di spettacoli; passando dalle commedie del primo periodo (come Aveva due pistole dagli occhi bianchi e neri del 1960), alla satira politica (Settimo, ruba un po’ meno del 1964), fino alla riscoperta della tradizione dei canti popolari (Ci ragiono e canto del 1966).

Gli anni settanta segnano la definitiva caratterizzazione politica del suo teatro, che si concretizza in spettacoli come Morte accidentale di un anarchico del 1970 o Il Fanfani rapito (1975), per citarne un paio. Una connotazione, quella della lettura degli strati più deboli, dell’opposizione al sistema dominante, che non lo abbandonerà più, anche quando la sua satira si farà più leggera e divertita (come in Clacson, trombette e pernacchi del 1980).

Un segno indelebile nella sua produzione lo lascia Mistero Buffo, rappresentato la prima volta nel 1969 e poi più volte riportato in scena, durante gli anni, in versioni rimaneggiate e riadattate. Lo spettacolo è un insieme di monologhi ispirati a brani dei vangeli apocrifi, veicolati attraverso l’invenzione di una lingua reinventata; un miscuglio di onomatopee e di espressioni dialettali: il famoso grammelot, già utilizzato, per esempio, da Charlie Chaplin nel monologo di Adenold Hynkel nel film Il Grande Dittatore.

Nel 1997 arriva l’ambito Premio Nobel per la letteratura. Il prestigioso riconoscimento non smussa affatto le prerogative “militanti” dell’attore, il cui impegno in campagne democratiche diviene addirittura più intenso. È del 1998 Marino libero! Marino è innocente, monologo incentrato sul famoso processo Sofri , mentre nel 2006 Fo presenta una propria lista alle elezioni comunali di Milano, chiamata Uniti per Dario Fo e si fa eleggere consigliere comunale (carica alla quale rinuncia dopo pochi mesi).

La sua prolifica vita artistica è inoltre caratterizzata da un’intensa produzione letteraria: è addirittura di quest’anno il libro Dario e Dio, testo in cui l’attore fa il punto, sollecitato da Giuseppina Manin, sul suo rapporto con la fede e la religiosità. Perché, per quanto concentrato lungo tutto l’arco della sua vita sulle sollecitazioni più urgenti della materia, quello che ha sempre mosso Dario Fo sono stati il mistero e la meraviglia.

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