Aspettando il lanciafiamme, a Napoli il Pd si spacca su de Magistris

Amministrative
Antonio Bassolino nella sede del Pd di Napoli per presentare il suo ricorso contro il risultato delle primarie di domenica scorsa a Napoli, 11 marzo 2016. ANSA/CIRO FUSCO

La minoranza annuncia il sostegno al sindaco uscente per il ballottaggio, mentre il resto dei dem non si schiera. Ieri sera assemblea flop

Nel Partito democratico napoletano ormai regna il caos. A renderlo evidente è stata l’assemblea convocata per ieri sera e finita praticamente deserta, con soli 58 delegati presenti su 468. Il tutto mentre due candidate al consiglio comunale sono finite sotto inchiesta per presunto voto di scambio.

Il fuoco incrociato si rivolge soprattutto verso Venanzio Carpentieri, segretario provinciale di area ex popolare (non un renziano doc, quindi, ma della maggioranza ‘allargata’ del leader dem) sul quale si addossano molte responsabilità della sconfitta alle urne, e dall’altra parte verso Antonio Bassolino, il perdente delle controverse primarie contro Valeria Valente e per questo sospettato di aver fatto mancare alla candidata a sindaco i voti dell’area a lui più vicina, per convogliarli verso de Magistris.

 

 

Come primo risultato di questa situazione ormai fuori controllo, il partito si è spaccato sulle scelte da compiere al ballottaggio di domenica 19 giugno. In linea con quanto suggerito da Roma, la maggioranza ha deciso di non schierarsi tra il populismo di de Magistris e il centrodestra di Lettieri. Al contrario, la minoranza di Area riformista – che alle primarie si era spaccata tra le candidature di Bassolino e quella del giovane Marco Sarracino – annuncia il sostegno a “l’unico candidato di sinistra presente in campo”, cioè il sindaco uscente.

Nonostante il Pd partenopeo appaia ormai ingestibile, su una cosa tutti i dirigenti locali sembrano convergere: il rifiuto del commissariamento preannunciato da Renzi. Carpentieri parla di “fuoco amico” in campagna elettorale e spiega che sarebbe “intellettualmente disonesto” attribuire esclusivamente a lui le responsabilità della sconfitta. Piuttosto che il ‘lanciafiamme’ evocato dal leader nazionale, quindi, per lui sarebbe “necessario intervenire in profondità per capire le ragioni di questo stato di cose nel Pd”. La minoranza, ovviamente, vede di buon occhio il ‘licenziamento’ del segretario locale, ma non ci sta a lasciare a Roma il controllo del partito sotto il Vesuvio. Se commissariamento dev’essere, quindi, che sia breve e porti a un nuovo congresso al più presto.

L’impressione, però, è che non basteranno pochi mesi a riportare alla normalità una situazione sfuggita di mano ai dirigenti locali ormai da anni. La frammentazione correntizia, solo in minima parte riconducibile alle dinamiche nazionali e legata piuttosto a gruppuscoli locali che fanno riferimento a rappresentanti istituzionali (soprattutto in consiglio regionale), ha ormai incancrenito il partito, con risultati evidenti.

Nella Direzione nazionale preannunciata da Renzi per dopo i ballottaggi si capirà probabilmente quale soluzione il leader dem avrà deciso di adottare. Il modello a cui guardare, probabilmente, sarà quello di Roma, con una ‘mappatura’ del partito come quella realizzata nella Capitale da Fabrizio Barca e un lungo commissariamento che aiuti un ricambio profondo della classe dirigente. Il “mezzo miracolo” di Roberto Giachetti al primo turno è nato anche così.

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