Arriva la fiction su Angelo Vassallo, il sindaco pescatore

Televisione
Sergio Castellitto e il presidente del Senato Piero Grasso durante il photocall del Film Tv "Il sindaco pescatore", Roma, 5 febbraio 2016.
ANSA/MASSIMO PERCOSSI

Lunedì su Raiuno la fiction su Angelo Vassallo, ucciso il 5 settembre 2010. La sua rivoluzione a Pollica fra legalità e ambientalismo

«Rispetta il mare come fosse la legge». Forse non c’è frase migliore per raccontare al grande pubblico Angelo Vassallo, il sindaco di Pollica ucciso da una mano ancora senza nome la sera del 5 settembre del 2010. Il “sindaco pescatore”, come l’ha conosciuto l’Italia nei giorni delle esequie, del lutto di stato e della retorica e come si intitola anche la bella fiction che andrà in onda lunedì su Raiuno con la regia di Maurizio Zaccaro. Perché Vassallo in mezzo al mare c’era nato, pescatore figlio di pescatore e fratello di pescatore, e in mezzo al mare aveva imparato il rigore morale che aveva portato fino all’ultimo piano del Municipio di Pollica da dove aveva guidato la rivoluzione civile che ha trasformato quell’angolo di Cilento nella perla che è oggi. Ecologia, civismo e legalità, ingredienti che Vassallo ha saputo trasformare in pratica quotidiana in un territorio in cui decenni di abbandono, connivenze e assenza delle istituzioni hanno lasciato campo libero alle mafie. Un’esperienza che 7 colpi di pistola sparati a bruciapelo in una strada poco lontano da Acciaroli, la frazione marina del Comune, hanno spento consegnandola al dolore privato dei cari e al rimpianto dei cittadini. «Non l’hanno ucciso perché era Angelo Vassallo», raccontava la moglie Angelina nelle settimane successive all’omicidio. «È morto perché faceva il sindaco e faceva il suo dovere fino in fondo». Pausa. «Per questo il sindaco lo devono ricordare tutti – continuava – ma Angelo Vassallo me lo tengo io stretto».

E cinque anni e mezzo più tardi, la storia è sempre la stessa anche se è cambiato tutto. Non è cambiato il dolore e le lacrime della grande e bella famiglia di Angelo, quella commozione che le luci sorprendono senza pudore quando l’applauso degli studenti in sala e delle autorità accompagna lo sfumare dei titoli di coda della prima proiezione. Non è cambiato il paese e la sua cattiva coscienza che abbandona gli eroi da vivi, li ricopre di riconoscimenti una volta morti e poi li dimentica quando il ricordo del loro sacrificio costringe a fare i conti con ciò che resta. Non sono cambiate neanche le domande che il paese si pone da quella sera maledetta. Chi è stato? E perché?

Interrogativi che la fiction Rai ripropone e che costringe a ripetere oggi che la giustizia non è stata in grado di fare il suo corso. Perché nelle immagini di Maurizio Zaccaro c’è la storia del Vassallo sindaco: ha il volto di Sergio Castellitto, che scende dal peschereccio per amore della sua Acciaroli e che in nome di quell’amore è stato capace di dire i “no” che servivano e che forse l’hanno condannato. Sia stato il no agli interessi degli spacciatori che miravano alla conquista di una ricca piazza turistica, raccontano (e la fiction accredita la tesi) che il sindaco pescatore ne abbia affrontato più d’uno cacciandolo dai locali del lungomare, o i no alla criminalità organizzata interessata a certe speculazioni edilizie è difficile dirlo. Più facile immaginare che l’ultimo no, l’ennesimo, gli sia costato la vita. Così Acciaroli ha pianto il sindaco amato, l’ha sepolto e poi si è chiusa in sé stessa a ricordare chi l’amico, chi il parente, il fratello il marito o il padre. Il dolore privato che resta dopo le esequie pubbliche e diventa l’unica ancora di normalità di una comunità violentata dall’omicidio e frastornata da funerali, telegiornali e personalità accorse in fila dietro al feretro.

Cinque anni dopo, però, le cose sono cambiate anche in paese. «Nel giorno della sua morte negli ultimi due anni c’è stata la sagra del pesce e l’anno prossimo neanche quello perché cadrà di lunedì. Ma non me ne importa nulla, facessero quello che vogliono», dice sorridendo amaro Dario Vassallo che, assieme al fratello Massimo, da cinque anni e mezzo lotta con ostinazione perché il nome del fratello non sia solo una voce di quell’elenco di servitori dello stato, morti per lo Stato e dallo Stato troppo spesso dimenticati. Esempi polverosi come le targhe che li ricorano. Un libro, uno spettacolo teatrale, una fondazione per la legalità e l’ostinazione di un dolore diventato carburante per la quotidiana battaglia per costruire un Meridione migliore e un’Italia migliore. «Il film – spiega Dario, che della fondazione “Angelo Vassallo Sindaco Pescatore” è presidente – vuole essere un omaggio a chi si è impegnato fino alla morte per cambiare il destino di un territorio e del proprio Paese. È dedicato a Lorenzo Rago, il sindaco di Battipaglia scomparso nel buio di una fredda notte invernale del ‘53, nel pieno delle sue funzioni, e a Marcello Torre, il sindaco di Pagani ucciso dalla camorra l’11 dicembre 1980. Lorenzo, Marcello ed Angelo sono stati tre sindaci che hanno provato a trasformare il territorio della provincia di Salerno da terra di briganti a terra di legalità e di uomini onesti. Questi tre sindaci – continua – vestiti dalla volontà del popolo ci hanno insegnato che al di là della linea che congiunge il mare con il cielo ci sono i sogni: il nostro è che si possa costruire un Paese migliore, dove regni la legalità e l’onestà. In questi anni il nostro sogno è stato condiviso dalla società civile, da migliaia di giovani, da centinaia di amministratori che hanno sposato i valori della nostra Fondazione. Questa fiction, voluta e cercata da me e mio fratello Massimo, è ricca di emozioni e serve a scuotere le coscienze di chi non ha sentito i nove colpi di pistola, di chi ha contrastato il cammino della Fondazione Vassallo e di chi ha girato lo sguardo dall’altra parte. Queste persone con il loro comportamento si sono rese complici. Il film – è la sua speranza – ci aiuterà ad arrivare alla verità».

Quella verità che l’Italia deve innanzitutto alla famiglia del “sindaco pescatore” e poi a tutti coloro che la rappresentano in ogni angolo del paese. «Vassallo – commenta Sergio Castellitto – non voleva diventare un eroe: ma solo continuare a fare il suo mestiere. È diventato però un modello, riuscendo ad ottenere risultati che sembravano impensabili. Il paradosso di questo Paese è che spesso si diventa eroi semplicemente facendo il proprio dovere. Angelo Vassallo è diventato eroe senza volerlo, era un uomo che ha trattato la politica come il mare che amava tanto, con grande rispetto. Questa non era una normale biografia – ha proseguito l’attore – in quanto si tratta di una vicenda che è ancora una ferita aperta che sanguina ancora, ci sono i familiari che vogliono conoscere la verità». E ieri erano tutti lì, seduti in fondo alla galleria del Cinema Barberini a Roma, gli occhi lucidi quando quei 9 colpi di pistola hanno squarciato il silenzio e sono rimbombati nelle coscienze di chi di Angelo Vassallo conosce soltanto il martirio. Non la storia privata del ragazzo che conobbe il suo grande amore Angelina passeggiando in bicicletta per le vie strette di Acciaroli, non lo studente di Giurisprudenza che mollò tutto dopo sette esami per tornare sul suo mare assieme al padre e ai fratelli. Non l’uomo che con i soldi messi assieme vendendo una capra scese fino in Sicilia per comprare il primo peschereccio. Quella storia i Vassallo la custodiscono gelosamente accanto all’immagine e all’esempio dell’uomo pubblico che vanno raccontando nelle scuole assieme alle associazioni antimafia e a quelle ambientaliste che nel suo nome predicano uno sviluppo diverso per tutto il Sud, nel nome della cultura dell’ambiente della legalità.

«Forse non avrei dovuto fare il pescatore, pensò. Ma è per questo che sono nato», si leggeva in un cartello appeso ad uno degli alberi del porto nei giorni dei funerali. Ce n’erano a decine e tutti riportavano una frase tratta da “Il vecchio e il mare”, il romanzo di Ernest Hemingway. Angelo Vassallo aveva organizzato una settimana di eventi per ricordare il passaggio ad Acciaroli dello scrittore. Una leggenda a cui il sindaco aveva deciso di voler credere per dare lustro alla sua città. Non fece in tempo perché quei 7 colpi lo hanno fermato mentre rientrava in casa. Hanno ucciso il sindaco, l’uomo, il marito, il padre e il fratello. Hanno creato un simbolo e un esempio che però può vivere solo nel ricordo. Ora la sua storia la vedranno raccontata in televisione in milioni. E c’è solo un modo migliore per onorarlo ancora: pretendere la verità sulla sua morte.

 

(Nella foto Sergio Castellitto e il presidente del Senato Piero Grasso durante il photocall del Film Tv “Il sindaco pescatore”, Roma, 5 febbraio 2016. ANSA/MASSIMO PERCOSSI)

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