Aria d’accordo nel Pd, Bersani “vede”. Finocchiaro: “Ci sono le condizioni per intesa”

Riforme
La senatrice Anna Finocchiaro durante la seconda giornata dell'assemblea annuale dell'Anci, Milano, 7 novembre 2014.
ANSA / MATTEO BAZZI

Si ragiona su una possibile modifica da inserire nella parte non ancora approvata in “doppia lettura conforme” dell’articolo 2

Se una persona solitamente prudente come Anna Finocchiaro dice che «è impossibile che il Pd, la più vasta e radicata comunità politica del Paese, non sia in grado di applicare al proprio dibattito interno il principio di razionalità politica e giungere ad una decisione comune, sono convinta che ci siano tutte le condizioni», vuol dire proprio che l’accordo interno al Pd è abbastanza a portata di mano.

Al Senato la discussione generale sulla riforma costituzionale riprenderà martedì mattina. Nessuna scintilla, oggi, molti banchi vuoti: d’altra parte, il lavoro è in atto soprattutto dietro le quinte, con la preparazione degli emendamenti, che dovranno essere presentati entro martedì mattina, e con il tentativo di chiudere un’intesa che – a oggi – appare a portata di mano.

Di fronte ai numeri consistenti su cui la maggioranza sembra poter contare e alla possibilità che Pietro Grasso non ammetta ulteriori modifiche alle parti della riforma già approvate in doppia lettura conforme da entrambe le camere, la minoranza dem studia le proprie possibili mosse. La possibilità di giungere a un accordo con il governo prende sempre più piede, con un punto di caduta che si sta definendo: l’introduzione di un emendamento che si inserisca in quella parte dell’articolo 2 che si riaprirà necessariamente alla discussione (il comma 5), per poi rimandare a una legge ordinaria che regoli le modalità di elezione dei prossimi senatori.

A lasciare intendere che sia questa la strada da intraprendere è anche Pier Luigi Bersani, con un post sul suo profilo Facebook: “Leggo di disponibilità a discutere modifiche delle norme sul Senato – scrive l’ex segretario – Sarebbe davvero una buona cosa. La questione di fondo che è stata posta è semplice: bisogna che, in modo inequivocabile, siano i cittadini-elettori a decidere, e questo può solo essere affermato dentro l’articolo 2 del provvedimento. È su questo che si vuole ragionare, seppur chirurgicamente? Bene. Se è così lo si faccia con chiarezza e semplicità. Con la consapevolezza, cioè, che ambiguità, tatticismo, giochi di parole, potrebbero solo aggravare una situazione già complicata”.

Perché tutto fili liscio, lascia intendere Bersani, bisogna che il clima politico rimanga sereno. Ecco allora che la direzione del Pd convocata per lunedì pomeriggio diventa un passaggio fondamentale per comprendere come si evolvono i rapporti tra maggioranza e minoranza dem. Quest’ultima chiede che non si arrivi a una conta e, comunque, Roberto Speranza mette le mani avanti: “Chiaramente un voto in direzione non può essere vincolante in una materia costituzionale, lo stesso Renzi ha detto che non ci può essere disciplina di partito sulla Costituzione”. Un’affermazione che trova subito la replica su Twitter di Roberto Giachetti:

 

Intanto, il Pd vede aumentare la propria pattuglia parlamentare. A Montecitorio, infatti, Giovanni Falcone ha lasciato il gruppo di Scelta civica per aderire a quello dem. Per la maggioranza cambia poco, ma è un ulteriore segnale positivo per la capacità attrattiva del Pd.

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