Antonio Gramsci l’albanese

Cultura
Gramsci

Il rispetto per il plurilinguismo è un elemento di democrazia, a tutela di minoranze che spesso hanno dato contributi fondamentali alla nostra storia. Come la famiglia del pensatore sardo

«Io stesso non ho alcuna razza; mio padre è di origine albanese, la famiglia scappò dall’Epiro durante la guerra del 1821, ma si italianizzò rapidamente. Tuttavia la mia cultura è italiana, fondamentalmente questo è il mio mondo; (…) L’essere io oriundo albanese non fu messo in giuoco, perché anche Crispi era albanese, educato in un collegio albanese». Così scriveva alla cognata Tania dal carcere di Turi, il 12 ottobre 1931, Antonio Gramsci.

È universalmente noto che Gramsci nacque ad Ales in Sardegna, il 22 gennaio del 1891. Suo padre Francesco si era trasferito in Sardegna dal 1881, per impiegarsi nell’Ufficio del Registro di Ghilarza, e qui aveva sposato Giuseppina Marcias. Successivamente quell’ufficio si trasferì ad Ales, e con esso la famiglia Gramsci. Ed è appunto ad Ales, come abbiamo detto, che nacque Antonio. Non può ignorarsi che già nel Settecento documenti di archivio attestano (nonostante una incertezza nella memoria di Gramsci) che un lontano progenitore, Gennaro Gramsci, vivesse a Plataci, in Calabria, nel distretto di Castrovillari, e che la famiglia continuasse a risiedere in quell’area, fino al trasferimento in Sardegna. Questo aspetto della vicenda di Gramsci può assumere almeno parzialmente un valore emblematico per un problema di assai ampia portata.

Quel grande ha sempre da insegnarci qualcosa. In questi giorni si è celebrata la «Giornata internazionale della madre lingua» e si sono discussi i problemi legati alla esistenza delle minoranze linguistiche, in collegamento con una importante legge (382/1999), che ha definito le misure di supporto per i diritti delle stesse minoranze e la valorizzazione della propria lingua originaria. Sono sempre più frequenti i casi di Stati plurilingue, in cui la lingua ufficiale del Paese non è l’unica lingua parlata, perché convivono di frequente all’interno dello stesso Stato diverse etnie, che sono riuscite a conservare oltre alla lingua nazionale anche la propria lingua originaria. Anche nel caso in cui questa non abbia valore di ufficialità formale, essa è largamente praticata nella comunicazione quotidiana di quelle popolazioni, resistendo all’azione standardizzante che accompagna in genere l’adozione di un’unica lingua nazionale, in molti casi addirittura imposta, spesso con risultati di artificiosa uniformità delle forme di comunicazione linguistica in quel Paese. Finora questo è stato un problema sottovalutato, perché non si è considerato il grande valore umano rappresentato dalla lingua madre, il suo intrecciarsi con la formazione della personalità di ciascuno, col processo di costruzione di se stesso.

Nelson Mandela ha detto da par suo: «Se parli a un uomo in una lingua che egli capisce, essa giunge alla sua testa; se gli parli nella sua propria lingua, essa va dritta al cuore». La lingua è come l’anima per una persona, con le sue sfumature e la sua ricchezza espressiva. Diceva Quinto Ennio, poeta della antica latinità: «Io ho tre anime, perché parlo tre lingue: il greco, la lingua della cultura; il latino, la lingua degli affari; l’osco, la lingua della mia terra». Per queste ragioni il rispetto per il plurilinguismo e per la molteplicità delle forme linguistiche, espressive e comunicative, è una delle condizioni sostanziali della vera democrazia, di una ordinata e proficua convivenza delle differenze. Non si confonda la differenza con la diseguaglianza, perché la varietà delle lingue, il plurilinguismo favoriscono l’uguaglianza, specie quella eticamente rilevante. È opportuno, quando non addirittura necessario, rafforzare il diritto del cittadino a esprimersi con le proprie lingue che convivono in una nazione, a cominciare dalla lingua nazionale. In quest’ottica vanno considerati con la massima attenzione e con rispetto i dialetti, che sarebbe un Luigi Berlinguer grave errore lasciar degradare o addirittura estinguere.

E ancor più resta opportuno e necessario che il cittadino venga favorito e sostenuto oltre che a praticare i propri linguaggi, anche a studiarli, a conoscerli bene, correttamente, armoniosamente. Certamente non sarebbe giusto che questo aspetto della conoscenza più accurata, anche morfosintattica, fosse riservata solo alla lingua ufficiale. Ove essa esista, pertanto, particolare attenzione merita la seconda lingua propria, perché possano così arricchirsi tutte le occasioni di efficace e ricca espressività. Tornando alle considerazioni su Antonio Gramsci mi permetto di proporre ancora il tema delle minoranze linguistiche. Mi sto impegnando in questi mesi a favore appunto della minoranza albanese nel Sud d’Italia, di quella che si definisce arbëresh, cioè di quelle popolazioni che dovettero trasferirsi nel Cinquecento dall’Albania sulla penisola, cacciate dall’arrivo dei turchi.

Il fenomeno è dei più singolari perché queste popolazioni si integrarono con quelle del territorio ospite e sono diventate parte essenziale della loro storia fino ai giorni nostri, con la singolarità, appunto, di parlare perfettamente italiano e di continuare a parlare la lingua arbëresh, specie in famiglia, quotidianamente. La loro lingua infatti è rimasta intatta e ha continuato ad essere strumento espressivo-comunicativo naturale fra loro, senza minimamente scalfire, non solo la validità del loro italiano ma l’intensità con cui hanno partecipato delle vicende economiche e politiche di tutto il territorio. Ad esempio sono state tra l’altro parte attiva nei moti risorgimentali, o nell’antifascismo. In quelle occasioni hanno rischiato la propria vita, molti sono morti da eroi, italiani.

Hanno indubbiamente avuto un peso nella storia d’Italia. Non a caso Gramsci cita Crispi, ed egli stesso a suo modo ne è una prova. Oggi però sia quella arbëresh sia altre minoranze linguistiche sono a rischio specie fra le giovani generazioni. Una ragione di più per rilanciare la legge 382/1999 particolarmente laddove si prescrive anche l’insegnamento delle lingue minoritarie a scuola. Quella legge va rafforzata ed attuata, innanzitutto per una ragione culturale, ma anche per le motivazioni più generali di rafforzamento della democrazia, del valore delle differenze, del pluralismo e quindi del plurilinguismo come ricchezza di una società evoluta.

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