Anomalisa, i pupazzi di Kaufman che parlano agli adulti

Cinema
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Film d’animazione in “stop motion”, l’opera dello sceneggiatore di “Se mi lasci ti cancello” è una cruda riflessione sulla spersonalizzazione dell’uomo contemporaneo

Schermata 03-2457451 alle 15.53.11Diretto da Charlie Kaufman (premio Oscar alla sceneggiatura con Se mi lasci ti cancello) e Duke Johnson, Anomalisa è un film d’animazione vincitore del Leone d’Argento a Venezia e nominato agli Oscar e ai Golden Globe.

Racconta la vicenda, che si consuma nell’arco di 48 ore, di Micheal Stone, consulente motivazionale in viaggio verso Cincinnati per tenere una conferenza di lavoro. La storia muove dall’atterraggio dell’aereo in cui viaggia il protagonista fino al suo arrivo all’Hotel Fregoli, dove pernotterà, rivelando la sua profonda inquetudine esistenziale oltre a quello che ha tutti gli aspetti di un profondo disagio psichico. Durante la turbolenta nottata in albergo avrà luogo un insoddisfacente incontro con la sua ex fiamma locale (Bella), una telefonata di routine alla moglie (Donna) e l’incontro, cruciale, con due donne alloggiate in una stanza al suo stesso piano. Con una delle due, Lisa, consumerà una notte di sesso (e amore), sperimentando un apparente colpo di fulmine.

Ma dietro la scorza minimale della trama di cosa parla realmente Anomalisa?

La breve storia raccontata da Kaufman trova una sua convincente chiave di interpretazione facendo riferimento a due tipi diversi di approccio al futuro. Il cosiddetto futuro non ancora, e quello che chiameremo invece futuro avanti a sé. Nel primo, tutto ciò che deve arrivare, tutto quello che ci si aspetta, è inglobato della dimensione del non ancora: non è ancora presente ma c’è già, è qualcosa che attende solo di manifestarsi; come succede in un software, dove tutti i processi da compiere sono già scritti e non attendono altro che la loro applicazione. Nel futuro non ancora, quindi, ciò che deve accadere è già scritto e in un certo senso prevedibile, non sorprendente: diremmo meccanico, sempre uguale a se stesso.

Il futuro avanti a sé è invece l’opposto: la proiezione in avanti del proprio presente verso territori sconosciuti, che non sono in alcun modo conoscibili e quindi risultano sorprendenti, nella forma dello stupore, della minaccia e dell’attesa di qualcosa di inconcepibile.

I due personaggi principali del film fanno capo a questi due modi di intendere il futuro. Da una parte il protagonista, Stone, impigliato in un meccanismo in cui non riesce più a distinguere particolarità e differenze di chi lo circonda, assuefatto a una routine ormai prevedibile e stringente. Dall’altra Lisa, in balia del suo futuro privo di punti di riferimento, in cui ogni cosa la sorprende, spiazzandola e costringendola a un costante senso di inadeguatezza.

Il punto di vista del protagonista, Michael Stone, giustifica l’utilizzo della tecnica di stop motion, applicata, in questo film, ai suoi massimi livelli di sofisticazione; tre anni di lavorazione e otto milioni di dollari di budget hanno reso possibile l’impresa titanica: animazione a mano di pupazzi e scenografie che, in una successione di infinite riprese statiche, danno l’illusione del movimento. E questa tecnica rispecchia a pieno le caratteristiche del futuro non ancora: lo scorrere di una moltitudine di scene statiche, preordinate, che danno la pura illusione di movimento.

Il nostro consulente motivazionale rappresenta l’estremizzazione di un processo cognitivo che appartiene a tutti gli esseri umani, e che, nel contesto della nostra contemporaneità, rischia di evolversi in maniera parossistica: quello di classificare il mondo, mapparlo fino a ricondurre a un principio d’identità ciò che appare caotico e inconoscibile. Nel dominio delle società capitalistiche, che elevano la produttività a unico parametro di giudizio, e quindi definiscono gli individui in base allo loro capacità di funzionare, l’uomo è spinto a costruire il proprio futuro non ancora come ambiente in cui già conosce cosa può accadere e dal quale non può avere brutte sorprese (intoppi, contrattempi, perdite di produttività).

Micheal Stone è il simbolo dell’individuo che ha portato fino alle estreme caratteristiche questa condizione, fino a renderla patologica. Se quindi, da una parte, è l’autore di successo del libro “Come posso aiutarti ad aiutarti” (dove l’aiuto consiste nello “sciogliere” nell’identità tutte le possibili differenze), dall’altra è un malato di mente: la sua sindrome ha a che fare con il nome dell’albergo in cui alloggia, l’Hotel Fregoli. Il fregolismo è una malattia scoperta dal 1927 da Courbon e Fali, che fa riferimento, nel nome, al noto imitatore e trasformista Lepoldo Fregoli; chi ne è afflitto si ritiene perseguitato da un individuo, sempre lo stesso, che spesso assume i connotati di chiunque lo circondi. In Michael questa sindrome non è altro che la conferma del suo essere perfettamente integrato e organico a un sistema di vita; coloro che lo perseguitano, persone che hanno tutte la stessa faccia e, soprattutto, la stessa voce maschile, lo amano. Lo amano perché Michael rappresenta a pieno l’individuo spersonalizzato, agito, parlato da una sovrapposizione di infinite voci tutte uguali: il compimento di quello scenario dominato dalla funzionalità di cui parlavamo prima.

A creare un cortocircuito in questa dimensione del protagonista è l’irruzione di Lisa, nella cui voce, per la prima volta, è possibile distinguere una timbrica femminile e il cui volto è differente da quelli, tutti uguali, che Michael vede attorno a sé. Nella sua insicurezza costitutiva – a Lisa mancano del tutto gli strumenti che hanno portato Michael al successo e alla spersonalizzazione – Lisa sembra un bambino che si trova a disporre di un mondo sempre nuovo e difficilmente codificabile: si trova, insomma, proprio all’estremo opposto della sua controparte maschile. L’incontro tra i due sembra schiudere una prospettiva salvifica per entrambi; non a caso, per il protagonista, la donna assume il nome di Anomalisa, cioè una deviazione dalle leggi ordinarie della realtà.

Pellicola dal forte gradiente simbolico e a tratti ostica nel suo claustrofobico descrivere la condizione psichica dei suoi “interpreti”, Anomalisa, non concedendo nulla alla spettacolarizzazione, è un film che non piacerà a tutti; ma lo sguardo penetrante di Kaufman illumina perfettamente una diffusa condizione esistenziale. Più vicina a quella di ognuno di noi di quanto si possa pensare.

 

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