Ancora troppi segreti sull’immenso tesoro vaticano. Una mappa per orientarsi

Vaticano
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Forti discussioni sulla gestione del patrimonio mobiliare e immobilare. Un problema per Bergoglio

Niente più segreti Oltretevere? Fra norme sulla trasparenza e documenti trafugati, ormai il Vaticano più che una “casa di vetro” sembra una gruviera, anche se stavolta i topi nel formaggio sono finiti agli arresti. E non è l’unico caso, basti pensare al caso di monsignor Nunzio Scarano – il contabile dell’Apsa, l’Amministrazione del patrimonio della sede apostolica, dicastero chiave nella geografia finanziaria del d’Oltretevere – arrestato (in Italia) con accuse gravi, dalla truffa al riciclaggio, per ben due volte fra 2013 e 2014; in quel caso la procura di Salerno ringraziò pubblicamente la Santa Sede per aver collaborato.

Una piccola svolta nei rapporti mai facili fra giustizia italiana e Stato vaticano. Ancora non può essere dimenticato che dallo Ior è partita circa un anno fa, una denuncia che chiamava in causa fra gli altri, per presunte malversazioni, un ex presidente dell’Istituto come Angelo Caloia, personalità di rango della finanza bianca. Quest’ultimo si è dichiarato estraneo ai fatti contestati e pronto a chiarire tutto, ma certo il fatto descrive quantomeno un mutamento di clima.

Le cose migliorano dunque, e però molto resta da fare. D’altro canto se lo Ior è stato interessato da un processo di rinnovamento che appare irreversibile (i casi sospetti sono ormai nella norma se non al di sotto, scandalismo a parte),  la questione finanziaria presa nel suo insieme è assai più complessa.

Il problema infatti – oltre la Banca – riguardava tutta una lunga e radicata consuetudine di bilanci incompleti, di gestione approssimativa, a volte personale, a volte opaca fino all’oscurità totale.

Così la prima battaglia che il papa ha dovuto combattere dentro le mura leonine è stata quella per far crollare il muro della segretezza, il culto della riservatezza portato all’estremo,  trasformatosi in pratica di governo e – soldi alla mano – di sottogoverno. Se insomma i problemi più seri, dal riciclaggio al trasferimento di capitali all’estero, riguardavano storicamente lo Ior, c’era tutto un mondo asserragliato fra un pontificio consiglio, una fondazione, una congregazione vaticana, che non voleva si scrutasse al proprio interno.

E allora Francesco, con il sostegno di un folto gruppo di cardinali in gran parte stranieri (il tedesco Marx, l’australiano Pell, l’onduregno Maradiaga, lo statunitense O’Malley, per citarne alcuni), decisi a sovvertire le relazioni pericolose e ormai degenerate fra Vaticano e poteri politici e finanziari italiani, ha spezzato quel patto trono-altare che aveva finito col mettere in crisi la credibilità stessa della Chiesa. Lo strumento utilizzato per fare pulizia, però, è stato in primo luogo quello delle grandi società multinazionali di consulenza finanziaria; sono state queste ultime a passare al setaccio ogni dicastero e angolo dei sacri palazzi. L’operazione ha avuto un costo notevole e però di sicuro farà risparmiare risorse importanti ala Santa sede. Nell’arco di pochi mesi, dopo l’elezione di papa Francesco sono state ingaggiate con scopi diversi la McKinsey (riorganizzazione media); Ernst & Young (revisione economica dello Stato vaticano, qui lavorava come ‘Pr’ anche Francesca Immacolata Chaoqui, arrestata ieri insieme a mons. Balda e poi rilasciata); Kpmg (riforma procedure contabili di tutti gli enti della Santa Sede); Promontory Financial Group (ristrutturazione Ior e Apsa); Pwc (PriceWaterhouseCoopers) e Deloitte (che ha svolto pure un lavoro di revisione del bilancio dello Ior) hanno invece ricevuto l’incarico di verificare i conti e le procedure amministrative dell’ospedale pediatrico Bambino Gesù e della fondazione Casa sollievo della sofferenza fondata da Padre Pio, tutte e due di proprietà del Vaticano.

E’ stata inoltre creata l’Aif, l’Autorità d’informazione finanziaria, che ha stabilito rapporti con gli organismi omologi di mezzo mondo, Italia compresa (Uif di Bankitalia), ma il lavoro di certo non è finito qui. Se per lunghi mesi il personale del Promontory financial group ha “occupato” la sede dello Ior scartabellando in ogni file, va ricordato che gli archivi dell’istituto relativi al passato possono essere stati manomessi, o semplicemente risultare incompleti, molte informazioni potrebbero insomma essere “scomparse” (ma tante altre, va da sé, sono state catalogate). Nel frattempo il ‘rugbyer’, come lo chiama il Papa, ovvero il cardinale George Pell, australiano, fieramente conservatore – anche all’ultimo Sinodo sulla famiglia – ministro dell’Economia (la segreteria per l’Economia prima della riforma bergogliana non esisteva), ha condotto un’indagine approfondita nei dicasteri vaticani, e circa un anno fa ha reso noto che “le cose non vanno poi tanto male”; un miliardo e 400 milioni infatti erano sepolti qua e là nei vari organismi della Santa Sede. Non si trattava di niente di illecito, precisava subito il portavoce vaticano padre Federico Lombardi, “solo” non risultavano a bilancio. Già. Ed è proprio qui, su questo difficoltoso cambiamento di costumi, di abitudini, di gestioni incerte o volutamente lacunose, che si svolge ora la parte del lavoro più complicato nel processo di riforma delle finanze d’Oltretevere.

Il sistema nei suoi fondamentali è stato messo in sicurezza, lo hanno riconosciuto il Consiglio d’Europa (attraverso l’organismo che si occupa di antiriciclaggio, Moneyval) e anche il Dipartimento di Stato Usa. Resta da dire però che non tutto è venuto alla luce; restano per esempio un mistero le dimensioni dell’immenso patrimonio immobiliare vaticano, mai definito nel suo valore reale. D’altro canto questo si articola in una foresta di fondazioni, congregazioni religiose, strutture associative fra le quali è difficile districarsi. Di certo c’è che la potente Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli, (nota anche come Propaganda fide guidata dal cardinale Fernando Filoni), è titolare di beni immobili ragguardevoli sparsi a Roma, in Italia e nel mondo.

La gestione di questo ‘tesoretto’ è al centro di discussioni e contrasti all’interno dell’entourage del papa fra chi vuole mantenerlo in autonomia, e quanti chiedono che sia sottoposto allo stesso regime di tutti gli altri enti vaticani. Dal punto di vista istituzionale, c’è poi da sciogliere il nodo Apsa, ovvero il dicastero definito in un primo tempo la vera “banca vaticana” nel progetto di riforma e poi di fatto rimasto in un limbo; anche in questo caso il patrimonio immobiliare sparso in vari Paesi europei, rimane un enigma mai chiarito fino in fondo, di certo al Vaticano fanno riferimento 28 fondazioni e 19 fondi. Pure l’Apsa è però sottoposta a un processo di revisione del quale si attende l’esito.

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