Anche l’Isis ha uno storytelling

Terrorismo
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La comunicazione e la propaganda ideologica del califfato tra twitter, video in hd e linguaggio tv

Non tutti lo sanno, ma l’Isis ha un potente sistema di comunicazione che si esprime soprattutto via web. I social media sono usati sia come mezzo di diffusione dei propri messaggi sia come metodo di reclutamento di giovani, specie quelli che vivono in nazioni occidentali. Grazie allo storytelling (cioè la creazione e narrazione di sistemi di senso che solitamente vengono applicati al marketing, alla politica, alla sociologia) anche l’Isis ha messo in piedi, con tecniche sempre più raffinate, il racconto del proprio punto di vista.

La strategia adottata dall’ Isis sui social media è  stata creata a tavolino dal mago del computer Ahmad Abousamra, 32enne di Boston, ritenuto la mente della comunicazione digitale del gruppo terrorista. Ci troviamo di fronte a un vero e proprio apparato comunicativo con una strategia ben precisa e tecnologie all’avanguardia. Il mezzo più utilizzato è twitter con cui il cosiddetto Stato islamico, da una parte, diffonde il terrore e comunica al mondo occidentale che nessuno può ritenersi al sicuro, dall’altra, diffonde le gioie dei combattenti della jihad rappresentati in una vita in cui si mescolano coraggio e morte. I combattenti hanno decine di account che vengono riaperti subito dopo essere stati bloccati e i loro video in hd ricordano i videogiochi di combattimento e le pubblicità.

Per creare l’immagine fittizia che l’Isis si trovi dovunque, per esempio, lo scorso agosto, una foto di una bandiera dello Stato islamico che sventolava sulla Casa Bianca è diventata virale su Twitter con l’hashtag #AmessagefromISIStoUS. Pochi giorni dopo la morte di Foley,  il giornalista americano ucciso dall’IS, un video su YouTube dal titolo “Un messaggio al popolo americano” della Al-Miqdam Productions mostrava foto di bare coperte dalla bandiera a stelle e strisce con una didascalia che diceva: “Questo è ciò che accade dovunque voi siate, se ci bombardate”. YouTube ha subito dopo rimosso il video perché violava le sue politiche contro le immagini violente. Intanto però l’obiettivo di mantenere coinvolto il proprio audience di riferimento è stato centrato.

Osservando i video diffusi dall’Is non passa inosservato il gusto per le inquadrature, la regia scrupolosa, il montaggio accattivante. Il linguaggio cinematografico si mescola con quello dei giochi video di guerra e lo stesso immaginario occidentale viene sfruttato, in tutte le sue varianti, per diffondere il sistema dei “valori” anti-occidente. Gli esperti spiegano che l’Isis converte e recluta i foreign fighters (combattenti stranieri) soprattutto su internet attraverso tecniche psicologiche manipolative molto potenti che utilizzano proprio la leva di un linguaggio che risulta familiare.

Lo stesso “califfo” dell’Isis Al-Baghdadi ha fatto la sua comparsa con una foto su Twitter prima che un suo sermone venisse diffuso su YouTube. Questo ha confermato di nuovo la strategia sofisticata di comunicazione che usa l’Isis e la sua estrema familiarità con queste tecniche per convogliare i suoi messaggi e lanciare la sua propaganda.

Per poter rendere un video virale vengono solitamente stimolati sentimenti come rabbia, paura, disgusto. Sono queste le emozioni che ci portano a condividere o commentare un post social che così viene diffuso ulteriormente.

Eppure nemmeno la scelta di ignorare tali contenuti appare la migliore. Spesso molti siti, quotidiani e tv scelgono di non mostrare le immagini più cruente che, comunque, viaggiano in rete diffondendosi senza quelle adeguate informazion che consentirebbero una lettura consapevole di quel che sta accadendo.

La guerra a cui stiamo assistendo viaggia soprattutto nel cyberspazio e lasciare scoperto questo fronte sarebbe il più grande errore militare.

 

 

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