Anche nel M5S si scommette: referendum, poi la sindaca salta

M5S
Il sindaco di Roma, Virginia Raggi, all'uscita della sua abitazione mentre riprende con il cellulare la stampa che la attendeva sotto casa. Roma, 12 settembre 2016. ANSA/CLAUDIO PERI

Il no ai Giochi è il prezzo pagato da Raggi per salire sul palco della festa palermitana

Il no alle Olimpiadi, preceduto da uno schiaffo violento in faccia ai rappresentanti dello sport italiano, è la provvisoria zattera di salvataggio per Virginia Raggi che, scrivono i giornali stranieri che l’avevano osannata, ha già terminato la sua luna di miele con la città e si è impantanata in una palude fatta di guerre interne, lotte di potere, dimissioni a catena.

È il prezzo pagato per salire sul palco della festa palermitana, dal quale altrimenti sarebbe stata esclusa a causa del danno “erariale” che, secondo i duri e puri del M5S, la sua pessima gestione del governo capitolino ha già causato al movimento in termini di consenso elettorale.

Un no che sa di sottomissione ai voleri di Beppe Grillo che gliel’ha imposto in cambio di una fiducia a termine, fino al referendum («Faremo il tagliando a gennaio»). La sindaca è consapevole di ciò e dunque nasconde dietro il no alle Olimpiadi il suo fallimento e al tempo stesso si mostra assai esperta nell’arte del rinvio, arte in cui eccelleva la corrente della Dc cui apparteneva il mitico Arnaldo Forlani, i dorotei: il nuovo assessore al bilancio?

È assente, lo sostituisco io, per il momento. La nomina del nuovo? Ma perché uno soltanto? Facciamone due. Quando? Presto, stiamo valutando curricula. Intanto nell’aula Giulio Cesare le opposizioni snocciolano l’elenco delle cose non fatte: manutenzione delle strade ferma, cura del verde ferma, rifiuti che stanno tornando u n’emergenza.

Soprattutto, a causa dell’assenza dell’assessore al bilancio, è bloccato il percorso per l’approvazione in tempi utili del bilancio 2017, il che vuol dire che si procederà per dodicesimi. Ovvero, che ogni mese del prossimo anno non si potrà spendere più di quanto speso nello stesso mese dell’anno precedente. Cioè: zero programmazione, zero investimenti, zero strategia. E l’inevitabile ricorso alle estreme urgenze che producono debito fuori bilancio e dietro cui si nascondono i peggiori imbrogli.

Questo quadro è chiaro a chiunque giudichi i fatti e la sfiducia nei confronti della sindaca è molto diffusa tra i vertici del M5S, e non solo tra i sodali della sua storica nemica Roberta Lombardi. Già quest’estate, in una serie di colloqui con il mondo dell’imprenditoria romana, Luigi Di Maio, detto Giggino ‘a-mail, aveva fatto capire che la previsione di durata della giunta non andavano oltre Natale.

La sorte di Virginia Raggi sembra dunque segnata: se al referendum vincerà il Sì, le caricheranno sulle spalle anche quella sconfitta; se invece dovesse prevalere il No, converrà al M5S andare alle quasi certe elezioni anticipate con un governo capitolino allo sbando?

Ecco perché ora si uniscono nell’unico modo possibile: dicendo no alle Olimpiadi perché nella loro natura, come dimostra anche la riforma elettorale proposta a livello nazionale, non c’è governare ma lucrare consensi attaccando chi governa. Il caso romano ci mette dinnanzi a un nuovo animale politico, uno strano miscuglio di estremismo verbale e doroteismo di potere cui il mio amico Marco Damilano ha dato anche un nome: “D C5S”.

Ma la Sindaca ride, come le ha rinfacciato la tostissima Michela De Biase, nel dibattito in aula martedì. Ridono un po’ meno i romani. Soprattutto quelli che l’hanno votata perché stanchi della vecchia politica ai cui antichi riti vengono invece ora sottomessi.

Al caro leader la sindaca sa resistere quando si tratta di difendere il suo ristretto cerchio di potere pescato nella destra capitolina, ma non se deve tutelare gli interessi della capitale d’Italia le cui sorti sono finite in mano a un vecchio comico sul viale del tramonto assediato da giovani arrivisti e arrampicatori sociali, tanto cinici quanto impreparati e ignoranti.

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