Se Grexit sarà, l’Italia non deve temere il contagio

Grexit
epa04822010 Greek Prime Minister Alexis Tsipras (L) talks with Finance Minister Yanis Varoufakis (R) during a debate on the referendum in a plenary session of the Greek Parliament, in Athens, Greece, 27 June 2015. Tsipras called for a referendum on the Greek debt deal on 05 July, during a televised speech late night on 27 June on Greek state TV. Eurozone finance ministers on 27 June rejected a request to extend the European part of Greece's bailout programme beyond 30 June, casting serious doubts on the Mediterranean nation's permanence in the European common currency.  EPA/SIMELA PANTZARTZI

Non bisogna temere nessun nuovo euroshock per il nostro paese. L’Italia ha certamente il problema di ridurre rapidamente il suo debito pubblico, ma è il suo unico lato debole. I conti pubblici sono sostanzialmente in ordine e il suo sistema industriale è solido

C’è solo una cosa ancora più stucchevole dei commenti che ripropongono il tema della Grecia ‘culla della civiltà': le analisi che prevedono una crisi in Italia subito dopo una non auspicabile uscita di Atene dalla moneta unica.
Rispetto al 2011, condizioni politiche, strumenti anti-speculativi e coinvolgimento delle istituzioni finanziarie private, sono tutti cambiati.  E questo non solo perché le borse sono in recupero dopo un martedì di passione, ma piuttosto perché tra tanta incertezza sull’esito delle trattative tra Bruxelles e governo Tsipras e l’attesa per il referendum del 5 luglio un dato appare assodato: la struttura dell’euro terrà in quanto indietro non si torna.
Sarà perché ora il suo massimo tutore, Mario Draghi, ha tutti gli strumenti in mano per frenare gli eventuali attacchi speculativi contro i titoli di stato dei vari partner della moneta unica, sarà perché sicuramente gli Stati Uniti di Obama premono per una soluzione condivisa del default ellenico, ma la sensazione è che la vita della pur malconcia Unione possa andare avanti anche in caso di fallimento del debitore e degli estremi tentativi di accordo sull’ennesimo piano di salvataggio della Grecia, schiacciata da una montagna di debiti due volte più grande di lei.
Per questo pare assurdo paventare un nuovo euroshock per il nostro paese. L’Italia ha certamente il problema di ridurre rapidamente il suo debito pubblico arrivato a oltre il 133 per cento del Pil ma è il suo unico lato debole. I conti pubblici sono sostanzialmente in ordine anche se il governo Renzi dovrà faticare non poco con la prossima legge di Stabilità per evitare che scattino le famose clausole di salvaguardia con conseguente aumento della pressione fiscale. Il suo sistema industriale è solido, l’export, trainato dall’euro debole e dalla capacità delle Pmi di competere nel mercato globale, rappresenta il volano che potrebbe rilanciare un’intera economia laddove i segnali di ripresa si consolidassero.
E poi, in mezzo a tanti problemi che affliggono ancora il nostro paese, in primis una disoccupazione e un tasso di evasione fiscale ancora inaccettabile, c’è il punto di forza: Roma ha sempre pagato i suoi debiti, anche nel 2011 quando i tassi di interesse erano arrivati a un livello molto alto. Oggi, come allora e per il futuro, nessuno sui mercati internazionali ha più dubbi sulla capacità dell’Italia di far fronte agli impegni coi suoi creditori.

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