“Amore”, il gioco fra lui e lei secondo Scimone-Sframeli

Teatro
amore

Si muovono sulla scena quattro personaggi, due coppie, una eterosessuale e una omosessuale

Amore è l’ottava commedia di Spiro Scimone, la quarta diretta da Francesco Sframeli e la prima in cui compare una figura femminile. Una figura in carne e ossa, intendo, e non solo evocata. L’onore è andato a Giulia Weber, attrice delicata e incisiva, perfettamente consona alla funzione.

Funzione più che personaggio perché nel teatro di Scimone-Sframeli a muovere il dramma sono innanzitutto le funzioni.

E la sua, nel ruolo della vecchia moglie di un altrettanto vecchio marito (lo stesso Scimone) è complementare e contraria. Ovvero lei avanza e lui arretra, lei incalza e lui trattiene, lei desidera, lui non più. E gli stessi ricordi che sono per lei fonte di vita, sono per lui occasione di remissione.

Però si amano, come dimostra una quotidianità pacifica fatta di pannoloni e dentiere declinate come massimi sistemi. Si amano come dimostra la parola amore pronunciata da lei come un automatismo, quindi non rinnegata, incorporata anzi, divenuta parte della sintassi quotidiana. Un involucro, forse, che fino a quando non andrà in frantumi, verrà riempito di tenerezza, rimproveri, intenzioni, piccoli gesti, tic, chiamati amore perché è amore la parola con cui si ha più consuetudine.

Si amano mentre si prendono cura della tomba sulla quale li incontriamo da subito, approntata come talamo nuziale alla fine, quando si ritireranno a miglior vita sotto lenzuola virginali. Perché in fondo, chissà, tutto per loro potrebbe ancora succedere.

Ma soprattutto si amano in quella lingua che è divenuta un linguaggio: sapiente, calibrato, capace di dire con i silenzi, di comunicare con le ripetizioni, di aprire nuovi orizzonti di segni con un semplice slittamento semantico.

Un linguaggio nuovo e fortemente identificato, quello di Spiro Scimone, che di volta in volta racconta segmenti di mondo e di vita, familiare o sociale, ma in modo simbolico, allusivo, da permettere a noi di riempire i non detti, gli input, le sollecitazioni.

Dietro al lessico povero, essenziale, c’è una griglia ferrea e una sintassi blindata, performativa, che dialoga in modo altrettanto serrato con la regia, suggerendo di un lavoro di squadra (o almeno di coppia) collaudatissimo.

Mi verrebbe da dire che la scrittura procede per moduli, cedendo una parola o un significato, che funziona da appiglio e testimone per il modulo successivo, che la reinterpreta e ricolloca in un contesto differente. In questo modo si crea un’aspettativa e, nello stesso tempo, si preserva la sorpresa. Grande metodo, non strategia, ci avverte che qualcosa di nuovo ci aspetta ma va a sapere che cosa.

Un esempio? A un certo punto si parla di crema spalmata sul corpo e subito dopo colui che l’ha spalmata viene tacciato di essere troppo appiccicoso. Ma la crema non c’entra più niente. Siamo già oltre, in un’altra scatola, in un’altra matrioska.

E’ un momento preso dalla seconda coppia presente in scena, formata da due pompieri omosessuali (Sframeli il comandante e Gianluca Cesale il suo ausiliario), simmetrica alla prima nel riprodurre la relazione tra chi muove e chi è mosso, in questo caso anche fisicamente, poiché il comandante sta accovacciato su un carrello del supermercato, spinto dal compagno più giovane.

Due funzioni, anche qui, che fanno emergere attraverso i cortocircuiti del linguaggio paradossi, doppi sensi, circoli viziosi. Si parla di ‘scegliere la posizione’ perché ‘non puoi lasciarmi nel dubbio’, oppure si ricorda di quando si nascondevano nell’autobotte per non farsi scoprire ma poi “per paura di farci scoprire rinunciavamo alla nostra intimità”.

Così fino alla fine, anch’essi nella loro lapide talamo, con quell’ ‘addio amore mio’ pronunciato sotto le lenzuola, laddove non si possono avere più dubbi. E’ amore, anche qui, un involucro infrangibile da riempire con un lungo addio che non sa affatto di morte. E anche per loro, dopo chissà.

Alla riuscita dello spettacolo contribuiscono le eloquenti scene di Lino Fiorito, ormai accreditato di compagnia (nonché premiato), al suo terzo ingaggio, e le luci di Beatrice Ficalbi.

 

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