“Amleto in Palestina, la verità è pericolosissima”

Teatro
Italian actor and producer Marco Paolini poses at a photocall for ''La Prima Neve'' during the 70th Venice Film Festival in Venice, Italy, 06 September 2013. The movie is presented in the Orizzonti section at the festival running from 28 August to 07 September.    ANSA/ETTORE FERRARI

Gabriele Vacis e Marco Paolini portano in scena Shakespeare con un gruppo di giovani attori palestinesi e italiani: “Un’esperienza straordinaria”. Martedì il debutto a Torino

Ha radici lontane il progetto di Gabriele Vacis e Marco Paolini. Così come la loro collaborazione che si è nutrita soprattutto di storie, di tante storie. E il racconto di questa volta ha origini palestinesi, perché è lì a Gerusalemme che è iniziato tutto. “Era il 2008 – racconta Vacis – e non ero mai stato prima in Palestina, ho partecipato alla nascita di una Scuola per attori a Gerusalemme Est, dove svolgevo un lavoro molto pratico che partiva dal concetto di schiera, un esercizio che insegna a vedere quello che si guarda e ad ascoltare quello che si sente”. Poi l’anno seguente il laboratorio è proseguito in Italia, i contatti si sono susseguiti, fino a maturare l’idea di progettare uno spettacolo ed ora eccolo qua: il Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale presenta martedì in prima assoluta alle Fonderie Limone di Moncalieri Amleto a Gerusalemme. Palestinian Kids Want To See The Sea di Gabriele Vacis e Marco Paolini, con la regia di Gabriele Vacis (repliche fino al 10 aprile), patrocinato dal ministero per gli Affari Esteri.
Ma lo spettacolo – che rimette in discussione i nostri modelli di riferimento – sembra essere solo una tappa di un progetto più ampio e ambizioso. “È un primo punto di arrivo – spiega Gabriele Vacis -. Il mio sogno sarebbe far arrivare lo spettacolo a Gerusalemme e al festival di Tel Aviv… dove sarebbe bellissimo portare in scena un allestimento fatto da attori palestinese. Ma per ora è solo una speranza”. In Palestina non esiste un pubblico per il

teatro, perché il teatro esiste da poco.
Difficile quindi, ma forse anche stimolante. “Questa esperienza ha cambiato me stesso, la mia visione del mondo  – ammette Vacis -. Sono partito con tanti pregiudizi: noi non sappiamo nulla di questo conflitto Israele-Palestina. Frequentando questi ragazzi palestinesi ho scoperto che hanno un soffio vitale, una necessità di essere all’erta. Per me è una cosa straordinaria. A Gerusalemme sei obbligato a stare all’erta. Il problema è: i ragazzi palestinesi assistono ad una violenza continua per essere presenti a se stessi, noi, che invece abbiamo 70 anni di pace alle spalle, abbiamo perso qualcosa? Abbiamo guadagnato la pace, certo, ma in che modo la manteniamo? Bisogna capirlo con
loro, con gli attori. Forse è necessario guardare quello che abbiamo intorno. Nonostante tutto quello che è successo, noi viviamo sicuri. Gli attenti di Bruxelles, come pure quelli di Parigi, mi hanno colpito, eppure la nostra vita non è paragonabile in quanto a sicurezza rispetto a quello che succede laggiù”.
In scena ci saranno cinque ragazzi palestinesi, due italiani e una traduttrice che ha genitori palestinesi e nonni che vivono a Betlemme. “I cinque palestinesi in scena – prosegue il regista – sono quelli che in questi otto anni hanno resistito, gli altri hanno rinunciato per vari motivi, spesso perché impegnati in altri lavori”.
Ma perché proprio Shakespeare? “È una scelta che deriva proprio dal confronto con loro, con i ragazzi, pensavo mi avessero proposto Bertolt Brecht, invece hanno scelto Shakespeare. Amleto è tradotto in arabo classico e nello spettacolo c’è tutto un gioco di traduzione. Il testo, poi, dialoga con le piccole grandi storie quotidiane, spesso storie autobiografiche. Per esempio, uno di loro racconta una storia di tossicodipendenza, una storia di disagio che potrebbe vivere qualunque ragazzo del mondo. Il lavoro su Amleto consiste nell’estrarre temi e raccontarli a partire da se stessi: l’eredità dei padri, la vendetta, il coraggio, su questi temi i ragazzi improvvisano. Amleto è una tragedia del passaggio dalla giovinezza alla maturità. Alla fine abbiamo scoperto che, a Gerusalemme, Amleto è soprattutto la tragedia delle verità pericolosa. Perché possedere la verità è pericolosissimo”.
Ma loro, questi ragazzi, cosa pensano dell’Isis? “Quando ho posto questa domanda – prosegue – mi hanno risposto quello che speravo mi rispondessero, nessun tentennamento. Quelli sono i nostri nemici, mi hanno detto. Ci stanno danneggiando”.

Con loro in scena ci sarà Marco Paolini, che a proposito dell’esperienza palestinese dice: “Sono stato a Gerusalemme per la prima volta nel 2008 per un seminario. Poi ho incontrato questi ragazzi altre tre volte in Italia, ed ora eccoci qui, insieme per questo progetto. Per me è stata un’esperienza bellissima. Gabriele mi ha detto: se ci sei tu si può fare. E io ho detto ok. Loro sono giovani ed io peso come due e mezzo di loro. Ma sono ragazzi che hanno già fatto altre esperienze teatrali”.
In scena cosa accadrà? “Io sono l’alter ego del regista – dice -. Non ho un personaggio… sono uno spettatore che ha un punto di vista. Intervengo, ma sono anche un servo di scena. Lo spettacolo sta prendendo forma e come farlo non è scontato”. Sarà comunque un modo per ripensare all’eredità della storia.
“Forse mai come ora emerge la necessità di interrogarsi sui modelli per il futuro – aggiunge Paolini -. Siamo sicuri  che siano quelli del passato? Per uno come me, che ha sempre lavorato sulla memoria questa è una domanda dolorosa. Credo sia il momento di mettere in discussione le nostre certezze, come ci rende evidente questo lavoro con giovani palestinesi che ci raccontano un quotidiano così diverso dal nostro. I nostri miti, come Amleto, vanno reimpostati in base alla vita che il Pianeta sta vivendo, se no tutto questo gran parlare sulla cultura come arma contro il terrorismo fa un buco nel l’acqua”.
Intanto, oltre all’Amleto, anche tanti altri progetti attendono Paolini: “Sto lavorando su uno Studio, Numero primo, che riprenderò il prossimo anno. Poi ci sono altri progetti in ballo di cui non posso parlare: dal cinema alla musica classica con Mario Brunello e poi due film come produttore”.

Vedi anche

Altri articoli