Amanda Knox, la prima intervista video dopo il processo: “Ecco la mia verità”

Televisione
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Esce in questi giorni su Netflix il documentario “Amanda Knox”, che prova a far luce su uno dei casi di cronaca nera più inquietanti degli ultimi anni

“O sono una psicopatica travestita da persona normale, oppure sono come voi”. È la prima volta che Amanda Knox rilascia un’intervista video dalla fine del processo per l’omicidio di Meredith Kercher. All’epoca dei fatti, il 2007, la studentessa americana aveva ventun anni mentre la vittima, con cui condivideva un appartamento a Perugia, ventidue.
Il documentario realizzato per Netflix dai registi americani Brad McGinne e Rod Balckhurst sembrerebbe perfettamente funzionale all’audience nostrana cresciuta a pane e Chi l’ha visto, ma in realtà è una produzione pensata e realizzata per un pubblico americano. Pur mantenendo uno sguardo fedele allo svolgimento dei fatti, il film lascia emergere soprattutto due aspetti di tutta la vicenda: la grande e delirante costruzione mediatica sorta intorno all’omicidio, e l’altrettanto lacunosa gestione del caso da parte della giustizia italiana.

Per quel che riguarda la componente mediatica, possiamo seguire la progressiva costruzione di una narrazione scandalistica (e mendace) attraverso le parole di Nick Pisa, oggi giornalista del Sun ma all’epoca firma del Daily Mail. Il reporter arriva a Perugia subito dopo l’omicidio in cerca di scoop da gettare in pasto ai propri lettori, e ammette senza alcuna remora che assecondare il flusso di pettegolezzi, veicolando l’immagine di una Amanda Knox instabile e manipolatrice, mangiatrice di uomini senza scrupoli, contribuiva a mantenere acceso l’interesse per la vicenda. Allo stesso tempo Raffalele Sollecito, il compagno di Amanda incriminato anche lui per omicidio, veniva tratteggiato come l’uomo succube della sua donna. A contribuire alla  rappresentazione distorta dei due, l’utilizzo di foto decontestualizzate ad hoc per farli apparire sotto una luce sinistra. Emblematico, in questo senso, il massiccio uso da parte dei giornali di scatti saccheggiati dai social network degli imputati, in particolare uno in cui si vede Amanda ridere mentre armeggia con un mitragliatore (presumibilmente un’arma esposta all’interno di un museo) e un altro di Sollecito vestito come una mummia, con in mano frattaglie di carne sanguinante (un semplice travestimento carnevalesco).

Nelle parole di Nick Pisa riecheggia una prospettiva indifferente a qualsiasi etica, che ci offre uno squarcio su un’informazione votata al sensazionalismo, senza alcuna prospettiva di veridicità. Come quando racconta di essere entrato in possesso del diario che Amanda teneva in carcere; oppure quando ammette la marginale copertura mediatica nei conforti dell’unico condannato per l’omicidio: l’Ivoriano Rudy Guede. “Quella che interessava era solo Amanda” confessa il giornalista.

Per quel che riguarda le falle dell’indagine, attraverso le parole del pubblico ministero Giuliano Mignini è possibile ricostruire un percorso di fraintendimenti costanti. Una serie di errori radicati nella mancanza di comprensione tra gli inquirenti e l’imputata, come quando la polizia traduce un sms di Amanda inviato la sera del delitto, in cui l’espressione “See you later” (arrivederci), con la quale la ragazza americana salutava il suo datore di lavoro Patrik Lumumba, viene interpretata letteralmente come un “ci vediamo dopo”. Da qui la conclusione che la ragazza stesse nascondendo un incontro notturno. La catena di sospetti nei confronti della Knox era generata da supposizioni errate e preconcetti, ma anche da comportamenti formalmente poco rituali della ragazza, colpevole, per esempio, di avvinghiarsi al suo compagno appena fuori dal portone di casa mentre la polizia rinveniva il cadavere. Lo stesso Mignini dice che la sospettata sembrava insofferente verso l’ordine costituito, rivelando un’indole quasi anarcoide. In questo quadro emergono le forzature che la polizia mise in atto per risolvere il caso, come quando Amanda dichiara di essere stata schiaffeggia durante gli interrogatori, oppure quando scopriamo che per conoscere nel dettaglio con quanti uomini fosse stata le comunicano una finta sieropositività; dulcis in fundo, le analisi del DNA condotte in maniera approssimativa, contaminando i reperti e di fatto invalidando i risultati ottenuti.

All’epoca dei fatti la giustizia italiana venne duramente presa di mira dall’opinione pubblica statunitense: nel documentario compare perfino un accalorato Donald Trump che invita a boicottare il Belpaese (come aveva già fatto via Twitter). La prospettiva innocentista degli Americani prende corpo in maniera tangibile man mano che la pellicola va avanti e viene scalfita solo in rari momenti, come quando la camera indugia sullo sguardo indecifrabile di Amanda, quasi suggerendo custodisca un abisso di ricordi inconfessabili. Di sicuro, nonostante la giustizia abbia fatto il suo corso, quello che ci resta di questa inquietante vicenda è un’estrema sensazione di disagio, come se ci fosse stata preclusa una comprensione più realistica e profonda di ciò che successe nove anni fa in quella casa di Perugia.

 

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