Allarme aeroporti: qual è quello più sicuro al mondo?

Terrorismo
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Videosorveglianza, cani anti-esplosivo e agenti in borghese: tutti i segreti dell’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv

L’attentato kamikaze nello scalo di Istanbul riporta a galla il problema sulla sicurezza nei luoghi ad alto rischio e pericolosità. Prevenire ogni manaccia è impossibile ma adottare tutte le misure si sicurezza è ormai necessario.

Qual è l’aeroporto più sicuro al mondo?

Quasi inutile dirlo è Ben Gurion di Tel Aviv: il più grande e trafficato aeroporto civile di Israele con un traffico di circa 14,2 milioni di passeggeri nel 2013. L’aeroporto è stato obiettivo di alcuni attacchi terroristici, il più tristemente noto è quello del 1972, ma nessun tentativo di dirottare un aereo in partenza dall’aeroporto ha mai avuto successo.

Quale è il segreto del suo successo?

Nell’aeroporto più sicuro del mondo la prima regola è non lasciare niente al caso e sopratutto non standardizzare per più di un periodo le procedure nè le mansioni. Le procedure di sicurezza, quindi, cambiano di continuo e anche il personale addetto ai controlli svolge differenti compiti. “Il peggior nemico di chi vigila è la ripetitività, spiegano gli esperti, dopo qualche mese la soglia di attenzione si abbassa ed è lì che si infila il terrorista”.

I controlli cominciano fuori dalla struttura e molto prima del decollo dell’aereo, i database dei servizi di sicurezza dell’intelligence studiano infatti il passeggero nel momento in cui compra il biglietto.

Che cosa deve fare un passeggero quando arriva al Ben Gurion?

Innanzitutto deve presentarsi almeno tre ore prima del decollo.

Chi arriva con i mezzi pubblici deve passare attraverso un primo metal detector situato già alla stazione degli autobus o dei treni della città. Chi, invece, si muove con macchina privata o taxi viene fermato per i controlli a circa un chilometro dalla porta d’ingresso.  All’ingresso dello scalo ci sono altre guardie armate che si limitano a osservare e a chiedere informazioni ai viaggiatori.

Una volta entrati nella struttura, decine di agenti sono predisposti ad una sorta di “interrogatorio”, sono uomini dell’esercito con notevoli abilità nel capire chi hanno di fronte. Chiedono la destinazione e la professione, sfogliano il passaporto per capire se ci sono timbri di Paesi a rischio, fanno domande su cosa si è fatto in Israele e quali sono state le persone incontrate, chi ha preparato il bagaglio e se questo è sempre stato sotto il controllo del proprietario. Tutto passa al setaccio, ogni minima incertezza o linguaggio non verbale e tutto viene valutato. Alla fine dell’interrogatorio si assegna un “grado di pericolosità“, un adesivo che contiene un codice a barre e una serie di numeri: sulla base del numero ricevuto si procederà con diversi percorsi – che prevedono o meno altri controlli – per arrivare al proprio aereo.

Nell’aeroporto è previsto anche l’uso massiccio di videosorveglianza, cani anti-esplosivo, agenti in borghese e team di pronto intervento in grado di scattare in pochi secondi in caso di allarme ma anche radar e scanner, raggi X, infrarossi e telecamere che riconoscono le targhe e le controllano automaticamente su un database dei veicoli sospetti. In più ogni attentato messo a segno in altri aeroporti occidentali viene studiato e replicato in forma simulata per essere sempre certi che nessuno degli attchhi sarebbe potuto succedere al Ben Gurion.

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