“All for One”: Il ritorno degli Stone Roses, i padri del brit pop

Musica
Schermata 05-2457522 alle 17.39.24

Erano 21 anni che la band non registrava nuovi brani. Con soli 2 album all’attivo, il gruppo è stato tra i più influenti nel pop rock inglese

Le 21 ore italiane, le 20 di sera in Inghilterra. BBC Radio 1 trasmette in anteprima il nuovo singolo degli Stone Roses, All for One: quella che è, a tutti gli effetti, la loro nuova canzone da più di 20 anni a questa parte. E come se tutto questo tempo non fosse trascorso, per svelare il brano si è scelto di privilegiare il mezzo radiofonico invece di internet: un rituale che rimanda al periodo d’oro della band, a cavallo tra gli ottanta e i novanta, quando davvero ci si nutriva di novità discografiche tramite l’ascolto della radio e delle sue popolari trasmissioni. Anche il suono del gruppo sembra essersi congelato in quegli anni, con gli elementi caratteristici che lo hanno sempre contraddistinto: il chitarrismo di John Squire, di evidente matrice Hendrixiana, sempre in primo piano e in bilico tra riff, parti soliste e ritmata psichedelia pop (chiedere a Bernard Butler dei primi Suede); la vocalità soffiata, dalla timbrica inconfondibile, di Ian Brown (sublime su disco, ma uno dei più disastrosi cantanti live che il sottoscritto ricordi); una semplicità melodica che sarebbe sorprendente se gli Stone Roses non avessero già scritto (e meglio) lo stesso brano qualche decennio fa.

Dicevamo 21 anni (quasi 22 per la precisione), il tempo che ci separa dalle ultime registrazioni della band; da uno degli album più attesi e procrastinati della storia del rock inglese, Second Coming: come suggerisce il titolo, la loro seconda fatica. Il disco non riesce a farsi perdonare l’enorme iato temporale che lo separa dal suo predecessore e non fa altro che sancire la definitiva parabola discendente del gruppo. Storia simile tocca a un’altra formazione, questa di Liverpool, che nel 1990 esce con un lavoro dall’incredibile forza espressiva, capace di rigenerare una forma canzone così classica da sembrare ormai relegata al passato. Si tratta dei The La’s, anche loro rimasti vittime di un unico, ottimo disco: anche questo, ironia della sorte, un album eponimo come il primo degli Stone Roses l’anno precedente.

Molti conoscono il brit pop, quello stile che ha esondato dagli argini della nicchia musicale, per sfociare nelle cronache dei media più generalisti: soprattutto grazie al successo, e alla finta dicotomia, di Oasis e Blur, che negli anni novanta si danno battaglia a colpi di album e dichiarazioni al vetriolo.
In pochi sanno invece che la linfa vitale del Brit pop, che permette a questo genere di andare oltre al recupero di stilemi sonori degli anni ’60 e ’70, è la cosiddetta scena di Madchester; un nutrito gruppo di band mancuniane (Happy Mondays, Ispiral Carpets e i the Charlatans tra le altre) che, tra la fine degli anni ottanta e metà degli anni novanta, danno un senso nuovo alla canzone britannica. Il loro suono, una mistura di psichedelica, rock, dance, e perfino accenni all’acid house di Chicago, si nutre dell’apertura mentale tipica della New Wave ma allo stesso tempo rimanda a una certa classicità melodica di stampo U.K. (dai Beatles in poi). Questo elemento è particolarmente evidente nell’esordio degli Stone Roses, che diventa subito un istant classic per la caratura dei suoi brani, capaci di coniugare tradizione e innovazione con una spiccata fruibilità. Singoli come Made of Stone, I’m the Resurrection o questa I wanna be Adored rappresentano, ad oggi, uno standard insuperato per quel che riguarda una certa forma canzone pop rock alternativa, basata sul suono di chitarra. E, molto probabilmente, un’espressione ormai irrimediabilmente consegnata al passato per poterla riproporre senza metterne in discussione i fondamenti.

Vedi anche

Altri articoli