Albertazzi: “Il pubblico del teatro è la risposta della civiltà a chi vuole farla fuori”

Teatro
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Il grande attore a Roma nei Panni di Prospero, nella tempesta di Shakespeare

“Un pubblico come quello di stasera è la risposta della civiltà a chi vuole farla fuori”. Giorgio Albertazzi è contento. Fuori dal camerino del teatro Ghione di Roma c’è la fila per abbracciarlo e tutti attendono il loro turno. Pazientemente.

Il maestro ha appena deposto i panni del mago Prospero, il duca di Milano esiliato su un’isola deserta con la figlia Miranda, protagonista de La tempesta shakespeariana, e ancora una volta, immancabilmente, ci ha fatto increspare l’aorta.

Avvolto in una sciarpa viola, il suo colore preferito alla faccia di tutte le superstizioni, si è fatto ipnotico testimone di questa storia di degrado antico e moderno, come un Hamm beckettiano che gioca la sua partita decisiva scortato da Ariel in chiave dark interpretata da Melania Giglio, non meno beckettiana, accalappiata come Lucky di Aspettando Godot.

La regia è di Daniele Salvo, con cui Albertazzi sembra avere stretto un sodalizio in nome del Bardo che lo ha visto Giulio Cesare e già Prospero in due importanti produzioni, oltre a Riccardo III, Amleto, Antonio, Lear in un allestimento monografico (Amleto e altre storie) che debuttò proprio al Ghione quattro anni fa.

Anche allora era la dimensione onirica a guidare gli incontri dell’attore con i personaggi, e anche allora ci trovavamo in un luogo dimenticato, sepolto nel tempo. Un teatro, forse, un territorio franco, stanza della memoria e dell’immaginazione dove tutto è ancora possibile. Qui l’idea si concentra sul ‘sogno di Prospero’, come da sottotitolo, unico ‘vivo’ a propiziare una nemesi di là da venire, tra ombre e simulacri che fendono la foschia e dialogano ininterrottamente con i quattro elementi naturali.

Re e cortigiani, creature fantastiche, spiriti, mostri, primati, lo spettacolo tutto è un flusso di visioni che prendono corpo, per dileguare di nuovo come incubi o sogni dimenticati. E in questo flusso, libero da convenzioni eppure fortemente radicato nella parola shakespeariana, si articola l’immaginario più fertile del regista, nutrito di surrealismo e amante di Dalì, di Kubrick e Tarkovskij.

Tra tutte le immagini che si stagliano sui due dislivelli del palcoscenico, ricordiamo il parto di Sycorax e lo statuario corpo di Ferdinando che si risveglia sulla risacca, Miranda dormiente su un letto sospeso e la partita a scacchi che si disputa alla fine, sullo sfondo, probabile omaggio a Duchamp e Man Ray.

Gli attori mostrano di condividere pienamente codici e poetica e sono in grande parte attinti alla compagnia dei Sognatori, fondata lo scorso anno. Sono Selene Gandini, Simone Ciampi, Marco Imparato, Federigo Ceci, Massimiliano Giovanetti, Mario Scerbo, Giovanna Cappuccio, Francesca Annunziata.

Le scene sono di Fabiana Di Marco e i costumi di Daniele Gelsi. Le musiche hanno il loro momento migliore negli arrangiamenti vocali originali su Jocelyn Pook e Peter Gabriel cantati in scena da Melania Giglio.

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