Addio Zygmunt Bauman, ‘anatomista della società contemporanea’

Cultura
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Lucido studioso dell’uomo e della contemporaneità, aveva visto l’essenza fluida e spersonalizzante della nostra società, frutto del crollo delle grandi narrazioni che reggono la storia

Polacco di origine ebraica, Zygmunt Bauman fugge non ancora maggiorenne dall’invasione nazista della Polonia, per mettersi al servizio di un’unità militare sovietica che ha lo scopo di fronteggiare l’anticomunismo (il KBW). Plasmato dall’esperienza primigenia della guerra e dell’Olocausto, conserverà per sempre un fervido spirito antinazista, che lo porterà a una lettura del negazionismo (in Modernità e Olocausto, del 1989) come incarnazione di un pericoloso spirito suicida; allo stesso tempo, la centralità che occupa il tema della dignità dell’essere umano nei suoi lavori è il portato di quei difficili anni di formazione.

Il pensiero di Bauman si articola attraverso un’analisi poliedrica, a metà strada tra sociologica, ricerca filosofica e osservazione antropologica, che ha la peculiarità di eccedere il campo di ognuno di questi specifici approcci. Da qui la definizione di ‘anatomista della società contemporanea’ che si guadagnò non a torto qualche decennio fa.

Zygmunt Bauman

Zygmunt Bauman

Sempre pronto a mettere sotto la sua lente d’indagine i fenomeni più attuali del nostro tempo, ha trattato i temi dell’identità nel mondo digitalizzato, dell’Europa e dell’immigrazione, del nostro uso/abuso di cellulari e social network. Uno dei suoi contributi teorici più importanti è legato alla descrizione della Modernità Liquida, dal nome di una delle sue opere più famose (pubblicata nel 2000), che analizza i cambiamenti subiti dalle nostre società a partire dall’inizio del secolo. Bauman parte dal presupposto che la nostra contemporaneità sia l’era del tramonto delle grandi narrazioni: quelle che avevano il potere di unificare la realtà sotto un orizzonte di senso unitario. Insieme a ciò che potremmo chiamare “spiegazione ominicomprensiva del reale”, a crollare sono anche le ideologie e il concetto di Stato, la cui crisi si manifesta in sintomi lampanti come il progressivo decentramento di potere appannaggio di organismi oligarchici e trans-nazionali (ma anche, come notano alcuni studiosi odierni, il generarsi di strutture di carattere economico e relazionale che eccedono i confini regionali, legate all’emergere di uno ‘spazio elettronico’ che sembra non rispondere alle classiche regole o logiche territoriali) .

Venendo meno lo stato, cade anche il senso di appartenenza alla comunità che consente all’individuo di risolvere i suoi problemi in maniera collettiva. All’individualismo sfrenato che diventa paradigma della nostra modernità fa da contraltare una fase di sfrenata deregolamentazione e flessibilizzazione dei rapporti sociali, che sanciscono la fluidità della società attuale. Al progressivo sgretolamento di punti fermi – perfino il Diritto è vissuto ormai come la sfera dell’arbitrio più assoluto – l’uomo risponde interiorizzando un malessere che pare condizione strutturale del cittadino moderno: “Il disagio della postmodernità nasce da un genere di libertà nella ricerca del piacere che assegna uno spazio troppo limitato alla sicurezza individuale” scrive Bauman ne La Società dell’Incertezza.

In questa visione dalle tinte fosche, il filosofo polacco lascia però (come abbiamo anticipato) aperta una dimensione etica e la possibilità di “invertire” il corso della modernità fluida. Dalla lettura di alcune sue opere traspare come l’apertura di una dimensione morale – che ci mette di fronte all’altro spogli delle sovrastrutture necessarie all’esercizio del potere – e la ricerca di nuovi strumenti di codifica della realtà – nuove narrazioni capaci di aggregare – sia riposta una non piccola speranza: quella di rompere il giogo del consumismo che prolifera in un terreno privo di ideologie, dove anche gli uomini possono diventare “rifiuti umani”, se non sono più funzionali alla bulimia senza scopo che si cela dietro al nome di capitalismo.

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