Addio Prince, il folletto di Minneapolis che ha reinventato la black music

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epa05271473 Diamond Patrick (L) of Las Vagas and Mitchell Pliego (2-L) of Minneapolis gather around the the makeshift memorial outside of First Avenue, the nightclub featured in the movie Purple Rain, in Minneapolis, Minnesota, USA, 21 April, 2016. American singer-songwriter and musician Prince, a multi-talented artist who produced a string of genre-fusing hits in the 1980s, died on 21 April at his residence in Chanhassen, Minnesota. He was 57.  EPA/CRAIG LASSIG

Trovato ieri il corpo nella sua villa a Chanhassen, in Minnesota. Aveva 57 anni. Ripercorriamo la sua incredibile carriera, nella quale ha saputo vedere il futuro della “popular music” e dargli forma

Il 2016 sembra confermarsi l’annus horribilis per quel che riguarda le perdite nel mondo musicale. Dopo David Bowie, ci abbandona un’altra stella di prima grandezza: Prince.

Ma la scomparsa della popstar è ancora avvolta da molti misteri. Sarà l’autopsia nelle prossime ore a stabilire con chiarezza quali sono le cause del decesso, per ora restano una serie di fatti e circostanze che fra le pieghe potrebbero nascondere la verità sulla morte. Il corpo di Prince è stato trovato senza vita nell’ascensore del suo studio di registrazione Paisley Park, a Chanhassen, vicino alla sua città natale, Minneapolis dove viveva. I soccorsi sono stati allertati telefonicamente da qualcuno che ha prima parlato di una persona incosciente da soccorrere e poi ha aggiunto “è morta”, specificando solo dopo insistenze “si tratta di Prince”. Inutili tutti i tentativi di rianimare il cantante sul posto. Il sito TMZ afferma che sei giorni prima della sua morte Prince sarebbe stato ricoverato per una overdose di droga. Un episodio che secondo il sito sarebbe direttamente collegato all’atterraggio di emergenza di qualche giorno fa dell’aereo privato di Prince, dovuto secondo il suo staff ad un malore a causa dell’influenza.

Il folletto di Minneapolis che ha reinventato la black music
Schermata 04-2457500 alle 20.42.02Una produzione discografica sterminata. Dal 1978, anno dell’esordio con For You, fino a HITnRUN Phase Two, di pochi mesi fa, il musicista passato alla storia come “il folletto di Minneapolis” ha letteralmente cambiato il volto alla black music. Capace di una personalissima sintesi di diversi generi: dal pop al funk, dal rock alla dance, Prince è riuscito a coniare un lessico musicale articolato e convincente, tra i più efficaci e suggestivi degli ultimi 40 anni.
La sua attitudine lo ha portato a districarsi come performer, polistrumentista, produttore e arrangiatore. Numerosi sono i brani realizzati per altri interpreti, così come molto esteso è il corpus di canzoni, firmate dal musicista, che non sono state nemmeno pubblicate.

Quasi fosse uno scherzo del destino, il 2016 si porta via due tra gli artisti più eclettici degli ultimi decenni. Come David Bowie, anche Prince ha spaziato tra generi e sonorità, facendo del costante mutamento d’identità la sua cifra stilistica, ma riuscendo a tenere unite tutti le sue esplorazioni musicali attraverso una sensibilità e uno stile unici e immediatamente riconducibili alla sua “impronta”.

Dopo cinque dischi che lo vedono in costante ascesa, a livello qualitativo e commerciale, nel 1984 Prince dà alle stampe Purple Rain; album dalle vendite multimilionarie e stabile al numero uno negli Stati Uniti per sei settimane consecutive. Tra i brani più famosi c’è l’iconica title track: uno dei suoi pezzi più riconoscibili.

Parade e Sign’o’ the times sono forse i dischi più importanti di Prince negli anni ottanta. Rappresentano inoltre il segnale che il musicista antepone sempre la ricerca artistica al facile ammiccamento commerciale. Non preoccupandosi assolutamente di frenare il suo istinto di manipolazione verso generi come il funk, la psichedelica e il blues più elettrico, Prince adatta questi approcci alle sue esigenze espressive, contaminando linguaggi che sembrano a sua totale disposizione. E il tutto assume una forma estremamente sensuale e contagiosa, viscerale ma allo stesso tempo concettualmente “futuristica”.

È del 1991 invece questa Cream, tratta dall’album Diamonds and Pearls, registrato insieme ai The New Power Generation, la nuova band del musicista dopo i The Revolution. L’album è il suo più grande successo dal 1985 e sancisce un ritorno al R&B più contemporaneo.

Gli anni Novanta rappresentano una fase di transizione nella quale Prince abbandona il proprio nome, facendo spesso riferimento a se stesso come The Symbol oppure The Artist Formerly Known as Prince. La sua indole difficile da imbrigliare lo porta a diffuse controversie con la Warner Bros. e l’artista sembra attraversare un periodo in cui qualsiasi schema o tentativo di conferirgli un’identità gli va stretto.

Negli ultimi 20 anni della sua vita realizzerà qualcosa come 25 album, l’ultimo dei quali, Hit n RUn Phase Two, è uscito su supporto fisico a gennaio di quest’anno (mentre da dicembre ne era stata diffusa una versione su Tidal).
Suonerà banale, ma uno dei brani scritti da Prince e portato al successo planetario da Sinead O’Connor nel 1990, Nothing Compares 2 U, suona oggi come la descrizione più esaustiva e veritiera del suo autore. Un genio quasi senza eguali, che ha saputo inventare una musica che nessuno sospettava potesse esistere: un altro artista visionario che finisce la sua avventura in questo 2016, vero e proprio anno nero per la storia della popular music.

 

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