Addio berlusconismo, addio antiberlusconismo: Renzi oltre la Seconda Repubblica

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Il presidente del Consiglio Matteo Renzi parla al teatro Rossini di Pesaro, 25 agosto 2015. ANSA/ PALAZZO CHIGI - TIBERIO BARCHIELLI   +++ ANSA PROVIDES ACCESS TO THIS HANDOUT PHOTO TO BE USED SOLELY TO ILLUSTRATE NEWS REPORTING OR COMMENTARY ON THE FACTS OR EVENTS DEPICTED IN THIS IMAGE; NO ARCHIVING; NO LICENSING +++

Al Meeting di Rimini il premier ha ripreso il senso della sua “rupture” e immagina una nuovo tipo di lotta politica

Addio berlusconismo, addio antiberlusconismo. L’ascissa e l’ordinata della politica italiana 1994-2014, il famoso ventennio dell’uomo di Arcore, sono state bombardate definitivamente da Matteo Renzi nel discorso al Meeting di Comunione e Liberazione (i cui dirigenti, c’è da immaginare, avranno apprezzato).

Probabilmente la Terza Repubblica non è ancora nata, ma per lui la Seconda è sicuramente morta. In questa transizione Renzi si trova a operare, anzi, è questa transizione che intende accelerare. Ecco spiegata la “fretta” sulla legge elettorale e sul nuovo Senato, per suggellare istituzionalmente il passaggio di fase. Lui ha certamente bisogno di ravvivare il senso di una novità rispetto al passato, e d’altra parte il “renzismo” o è rupture o non è: eppure non è solo una questione di “narrazione”, è un progetto politico generale.

Il bombardamento del presidente del consiglio è stato certamente politico, ma anche culturale e perfino psicologico: se non fosse un termine che genera equivoci, diremmo “ideologico”.

Partiamo dall’aspetto psicologico. Facilmente rintracciabile nel passaggio in cui Renzi ha inteso archiviare un “clima”, quello della contrapposizione ventennale ancora intrisa di pregiudizi ideologici, dall’ossessivo richiamo di Berlusconi al comunismo alla speculare risposta antiberlusconiana rivestita di novello antifascismo (la famosa manifestazione del 25 aprile ’94 a Milano): solo per fare due esempi. Ma al di là degli aspetti ideologici, per Renzi quel tipo di lotta politica ha significato premere il tasto “pausa”: una ricostruzione nella quale c’è una evidente forzatura (lo hanno scritto Massimo Franco sul Corriere della Sera e in chiave ipercritica Marco Travaglio sul Fatto) perché è evidente che in questi vent’anni del buono è stato compiuto, ci mancherebbe. E tuttavia se la crisi della politica è giunta a questi livelli, se la disaffezione dei cittadini- eufemismo – è a livelli record, se lievitano i consensi di leader populisti come Salvini e Grillo, almeno un po’ di responsabilità ce l’hanno i dirigenti della Seconda Repubblica di entrambi gli schieramenti.

Con questo Renzi vuole annullare le differenze fra gli schieramenti? E’ quello che sostengono i critici del premier, teorizzando la continuità de facto fra Berlusconi e Renzi. Travaglio insiste nel chiedere lumi sul giudizio che il premier dà dell’ex Cavaliere: ma temiamo che resterà deluso perché, per tutto quanto detto sin qui, a Renzi di dare un giudizio di Berlusconi non interessa poi tanto. Gli interessa di più oltrepassare la stagione dalla sua egemonia. (Il che è possibile – pensiamo – anche grazie a chi in questi anni si è battuto contro la destra, un elenco molto molto molto più vasto di quello stilato dal direttore del Fatto).

Ma non va dimenticato che il premier-segretario del Pd (e quando lo ha detto ha ricordato proprio questo suo secondo ruolo) ha spiegato che ci si continuerà a contrapporre, tanto è vero che ha voluto una legge elettorale fortemente “divaricante” grazie al doppio turno. Non in nome di una disputa ideologica ma di una alternatività di programmi (forse almeno su questo gli eredi più convinti dell’ulivismo dovrebbero apprezzare), e dunque il giudizio su una proposta va dato non  in base al soggetto che la avanza ma in base alla sua bontà. Lo ha detto chiaramente con un esempio che può far discutere: “Non è che abbassare le tasse è sbagliato se lo propone Berlusconi: è giusto e basta”.

E’ chiaro qui il cambio culturale della visione della lotta politica in Italia. Non solo l’avversario non è un pericolo per la democrazia, come per tanti a sinistra Berlusconi nei suoi anni ruggenti è stato: perché la democrazia italiana è forte e, certamente, perché il capo di Forza Italia è più debole e dunque nell’Italia politica post-berlusconiana ci si deve disporre ad una lotta di tipo nuovo. Non siamo più né nella fase del morettiano “D’Alema dì qualcosa di sinistra”, né in quella del veltroniano “leader dello schieramento avversario”, né del bersaniano “smacchiamo il giuaguaro”: tutte e tre subalterne alla figura del padrone di Mediaset.

Questo ci pare Renzi abbia voluto anche mettere in evidenza dicendo che, malgrado le legittime contrapposizioni politiche, poi “si lavora tutti insieme per il bene dell’Italia”. Si tratta di un concetto che da una parte recupera il senso nazionale dell’impegno di tutte le formazioni politiche, come fu nei momenti cruciali della storia repubblicana; dall’altra – e qui la questione diventa controversa – può alludere ad una visione meno conflittuale della politica.

Si può non condividere. Però bisogna tenere conto che la visione del premier è tutta dentro lo schema classico del bipolarismo: chi vince governa e chi sta all’opposizione si prepara a prenderne il posto. Ma intanto, come dice in politichese, non fa le barricate. Per cinque anni l’opposizione fa le sue battaglie ma non si mette di traverso: qui c’è probabilmente anche il riflesso della tensione che il presidente del consiglio sta vivendo rispetto a tutti gli appuntamenti più importanti della vita parlamentare, fra ostruzionismi e atteggiamenti in aula molto “rumorosi”. Ma l’impressione è che per lui questo tipo di dialettica “europea” sia un dato tutto da acquisire e che forse che stia qui il cuore del suo impegno.

 

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