Addio a Cossutta, gran signore e filosovietico

Politica
UNITA32_20151215064109570

L’anziano leader comunista è deceduto lunedì sera a Roma. Fu uno dei principali dirigenti del Pci. Nel 1991 diede vita a Rifondazione comunista e poi al Partito dei Comunisti italiani

Innanzi tutto, Armando Cossutta, morto all’età di 89 anni dopo una lunga malattia, era un gran signore. Un dirigente comunista d’altri tempi, cresciuto nella lotta antifascista e poi nella Milano operaia degli anni Cinquanta, un “capo”, a suo modo, freddo nel ragionare, duro nell’intervenire, ma gentile e colto, abile parlamentare (dal 1972 al 2006), figura assai importante nel vertice del Pci negli anni Settanta e infine costruttore prima di Rifondazione comunista e poi del PCdI.

Un uomo coerente anche contro l’evidenza dei fatti. “Se domani ci sarà una pietra sulle mie ceneri, per favore scriveteci sopra: Armando Cossutta, comunista. Sono stato e sono ancora un comunista, senza vergogne e senza abiure”. Orgoglio, anzi, fede nel sol dell’avvenire, nel moto progressivo della Storia che, come scrivevano i teorici del comunismo, non potrà non vedere l’edificazione di una società prima diretta dal movimento operaio e poi addirittura senza classi.

Nulla di tutto ciò si è avverato, ma un uomo come Cossutta fino alla fine, pur con tutti i revisionismi imposti dalla tattica, era rimasto “un comunista”, perché la “fede” nel socialismo non lo abbandonò mai. Fu il capo dei filosovietici nel Pci. In modo “coperto” (e Enrico Berlinguer ne denunciò “il lavorìo” contro la segreteria del partito) e poi in modo esplicito nella battaglia dell’81-82 dopo il colpo di stato in Polonia contro Solidarnosc e la denuncia di Berlinguer dell’esaurimento della spinta propulsiva della Rivoluzione d’Ottobre (il famoso “strappo”) fino alla battaglia congressuale del 1984, con gli “emendamenti Cossutta” inevitabilmente battuti.

Ma fu anche, Cossutta, un “destro” sulla linea di politica interna. Fu il costruttore delle “larghe intese” nei comuni quando era responsabile degli enti locali – le prime giunte di sinistra a Roma e in mezza Italia -; e fu severissimo nella battaglia del Pci contro il terrorismo e l’estremismo.

Ruppe con Berlinguer, ma soprattutto con Achille Occhetto e la svolta dell’89. La sua opposizione alla svolta apparve però connotata da un sentimento nostalgico e ormai chiaramente fuori tempo – l’Unione sovietica, il comunismo – distante non solo dalla spinta innovatrice di Occhetto ma anche dalla polemica “di sinistra”, ma sui contenuti sociali e non certo sull’Urss, di Natta e Ingrao.

Non poteva che perdere, “l’Armando”. Da sostenitore della mozione contraria al superamento dell’ideologia comunista, non accettò mai il risultato della consultazione tra gli iscritti che sancì l’evoluzione del Pci nel Pds e la sostituzione del simbolo della falce e martello con la Quercia. E nel 1991, assieme ad altri fuoriusciti (Sergio Garavini, Lucio Libertini e Ersilia Salvato) fondò Rifondazione Comunista.

Per questo suo essere fondamentalmente un togliattiano, Cossutta non poteva amalgamarsi più di tanto con Fausto Bertinotti. I due leader di Rifondazione comunista impersonavano le linee politico-culturali sempre in rotta di collisione nella vicenda della sinistra italiana: la prima, appunto, togliattiana, la seconda massimalista-operaista. E infatti, dinanzi alla prova del governo, quando Bertinotti fece cadere il primo governo Prodi, i due ruppero e Cossutta fece con Diliberto i Comunisti italiani, esperienza peraltro molto molto limitata e infine esauritasi.

Dunque, un gran signore, Armando Cossutta, un gran signore comunista. Uno sconfitto, orgogliosamente sconfitto.

 

 

 

 

 

Vedi anche

Altri articoli