Addio a Shimon Peres, una vita a servizio della pace

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Il mondo rende omaggio a uno dei più impegnati sostenitori di una soluzione al conflitto israelo-palestinese sulla base di “due Stati per due popoli”

Israele perde un altro dei suoi padri fondatori: Shimon Peres è morto nella notte all’età di 93 anni, dopo essere rimasto ricoverato per due settimane in ospedale in seguito a un ictus. Si è spento così uno dei più impegnati sostenitori di una soluzione al conflitto israelo-palestinese sulla base di “due Stati per due popoli”, in prima fila per anni sulla scena politica del Paese, ma anche dietro le quinte con la sua fondazione, il Peres Center for Peace.

Diversi gli incarichi istituzionali ricoperti, fin dalla prima elezione alla Knesset nel 1959 nelle fila del Mapai, il precursore del Labour. Negli anni, Peres ha guidato i dicasteri di Esteri, Difesa, Finanze e Trasporti, è stato due volte premier, fino a diventare presidente, dal 2007 al 2012.

Culmine del suo impegno per la pace sono stati gli Accordi di Oslo, firmati nell’agosto 1993 a Washington con il leader palestinese, Yasser Arafat, alla presenza dell’allora presidente americano, Bill Clinton, e del premier israeliano, Yitzhak Rabin. Un’intesa, frutto di lunghi e segreti negoziati, che valse ai tre uomini il premio Nobel per la Pace.

Una lunghissima carriera politica per un uomo nato il 21 agosto del 1923 a Vishniev, in Polonia, ed emigrato con la famiglia in Palestina nel 1934, scampando all’orrore nazista che di lì a poco avrebbe decimato gli ebrei d’Europa e i suoi stessi parenti rimasti indietro.

Messaggi di cordoglio sono piovuti su Israele, con i leader del mondo che hanno celebrato l’uomo della pace. Tra i primi, il presidente americano, Barack Obama, convinto che “ci sono poche persone che hanno cambiato la storia dell’umanità, non attraverso il loro ruolo negli eventi umani, ma perché allargano la nostra immaginazione morale e ci costringono ad aspettarci di più da noi stessi. Il mio amico Shimon Peres è stato uno di questi”. Bill Clinton, che insieme alla moglie Hillary, parteciperà ai funerali venerdì, ha ricordato quei giorni a Washington di 25 anni fa, quando “i critici lo chiamavano sognatore: era un lucido, eloquente sognatore fino alla fine”.

Commosso anche Paolo Gentiloni: “Voglio ricordare quanto si sia battuto in 30 anni per la soluzione politica del conflitto israelo-palestinese, in particolare per la soluzione dei due Stati. Oggi per rendergli omaggio bisogna dire non c’è alternativa a quella soluzione”.

A questo coro di voci si è unito anche il presidente dell’Autorità nazionale palestinese, Abu Mazen, che lo ha ricordato come “un partner nella costruzione di una pace coraggiosa”. Una visione non condivisa da tutti palestinesi, che ricordano il bombardamento di Qana, un villaggio nel sud del Libano, dove nel 1996 vennero uccisi 106 civili in un rifugio vicino a un edificio Onu, così come il ruolo dell’allora premier laburista nella promozione dei primi insediamenti ebraici in Cisgiordania in seguito alla guerra del 1967.

Esplicito il portavoce di Hamas, Sami Abu Zuhri, che ha esultato “per la morte di questo criminale”.

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