Ad Assisi la squadra del papa per la pace

Tiber
Papa Francesco

Con Bergoglio ci saranno alcuni di quei leader appartenenti a diverse fedi o confessioni, che condividono con il papa la necessità di superare le barriere e i muri, le paure e l’odio, che dividono i popoli

Francesco ad Assisi: quasi una tautologia a dirla così, eppure nel nome scelto da Bergoglio era ben visibile, fin dal principio del pontificato, l’indicazione di un cammino che continua a compiersi anno dopo anno. E allora il papa tornerà nella cittadina umbra per la terza volta – dopo averla già visitata il 4 ottobre del 2013 e il 4 agosto di quest’anno – il prossimo 20 settembre e con lui ci saranno centinaia di leader religiosi di tutto il mondo. L’occasione è una ricorrenza, ovvero il 30esimo anniversario della prima preghiera interreligiosa per la pace convocata da Giovanni Paolo II nel 1986; a promuovere l’iniziativa la Comunità di Sant’Egidio insieme ai francescani di Assisi e al vescovo Domenico Sorrentino. L’incontro che ha per titolo: “Sete di pace. Religioni e culture in dialogo”, durerà tre giorni, dal 18 al 20 settembre, e vedrà convergere nella città di Francesco una moltitudine di capi religiosi, personalità della cultura, fedeli.

Con Bergoglio ci saranno alcuni di quei leader appartenenti a diverse fedi o confessioni, che condividono con il papa un principio di fondo: la necessità di superare le barriere e i muri, le paure e l’odio, che dividono i popoli per dare all’umanità contemporanea una chance, quella della convivenza nella diversità. Fra di loro Bartolomeo, il patriarca ecumenico ortodosso di Costantinopoli, che ha in comune con il papa le stesse sensibilità in materia di rifiuto del fondamentalismo, di preoccupazione per la pace, e su temi come la difesa del Creato o l’accoglienza dei profughi. E poi il grande imam di Al Azhar, Ahmed al Tayeb, che solo di recente è stato in Vaticano dove ha incontrato il papa e di recente, a Parigi, ha promosso l’idea di un universalismo musulmano aperto, capace di comprendere la varietà e la pluralità del mondo, delle sue fedi e culture. Poi Justin Welby, leader della comunione anglicana, una delle chiese europee da sempre particolarmente sensibile agli interventi dei pontefici in favore del dialogo fra religioni e culture. Con loro molti altri, naturalmente; ad Assisi insomma dovremmo vedere la squadra delle religioni per la pace, con un capitano, il vescovo di Roma.

E se dal cuore dell’Umbria si leverà ancora una volta la voce dei capi religiosi contro chi strumentalizza e mistifica il nome di Dio per scatenare conflitti, violenze, terrorismo, a questo si aggiungerà probabilmente il passo ulteriore compiuto dal papa in questi mesi. Non si sta combattendo una guerra di religione, ha infatti affermato di recente Francesco, ma una guerra in nome del potere e del denaro. Parole che hanno fatto storcere il naso a diversi osservatori ma il cui significato era evidente: gli interessi particolari degli Stati e dei governi, delle grandi e piccole potenze del mondo e degli scacchieri regionali a cominciare da quello mediorientale, come le cupidigie di chi si arricchisce con il traffico di armi, con l’illegalità dietro la quale spesso si annida pure il traffico di esseri umani, sono le vere ragioni dei conflitti mascherati da ideologie e fedi religiose.

Un discorso semplice, che pure ha scosso un’opinione pubblica chiusa nel meccanismo dello scontro di civiltà, nella paura reciproca, nella “scomunica” culturale e politica verso l’altro. E proprio contro questa lettura fatta di contrapposizioni inevitabili, gli ultimi tre papi si sono espressi con accenti e sfumature diversi ma con lo stesso obiettivo: non rassegnarsi alla guerra, cercare i valori condivisi posti alla base di una convivenza possibile anche se complessa da costruire.

In tal senso ci sarebbe da aspettarsi dal prossimo incontro di Assisi anche qualche ulteriore passo in avanti: per esempio che venga affrontato il tema dell’espansione dei diritti umani e civili in varie regioni del mondo come presupposto indispensabile per costruire società plurali e provare a frenare militarismo e fondamentalismo; lo stesso Segretario di Stato vaticano, il cardinale Pietro Parolin, ha di recente ripetuto che l’affermazione dei diritti umani rappresenta il presupposto per ogni discorso di pace. In tal senso libertà religiosa, piena cittadinanza e parità fra tutte le componenti di una società, sono questioni che interessano i leader religiosi come quelli politici. Così come i fenomeni di emarginazione sociale, la povertà, il degrado di interi pezzi di società e centri urbani su entrambe le sponde del Mediterraneo, dai Paesi arabi all’Europa, sono questioni non più eludibili se si vuole mettere mano alla complessità dei problemi di questo tempo. La “terza guerra mondiale a pezzi” evocata da Francesco, del resto, vive di una pluralità di cause e fattori dalla Siria, all’Iraq, all’Afghanistan, all’Ucraina, alla Nigeria, al Corno d’Africa, alle piazze e alle strade delle città europee. In questa prospettiva il dramma dei profughi, milioni di esseri umani in movimento il cui impatto sui Paesi d’arrivo alla lunga non può essere sottovalutato, è collegato al dilagare e al perdurare dei conflitti, si pensi solo alla tragedia siriana; e su questi due punti pure è possibile che i leader religiosi si esprimano.

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