Accordo sull’Italicum, minoranza spaccata. Cuperlo: “Non sono io l’incoerente”

Pd
Roberto Speranza (s) e Pierluigi Bersani alla Camera durante comunicazioni del presidente del Consiglio in vista del Consiglio europeo.12 ottobre 2016, ANSA/GIUSEPPE LAMI

L’ala bersaniana resta sul No, nonostante le richieste di modifica siano state accolte. C’è una parte della sinistra dem che non si fida del proprio gruppo dirigente

“Non sono io l’incoerente. E’ evidente che non si può essere completamente soddisfatti, ma abbiamo ottenuto quello che come minoranza abbiamo chiesto per mesi. Quindi da parte mia firmare un documento su queste modifiche all’Italicum – i collegi per eleggere i deputati, il no al ballottaggio, il premio di governabilità, oltre all’elezione diretta dei nuovi senatori – è stato un atto di coerenza”. Coerentemente come voterà al referendum costituzionale? “Voterò Sì“. Così Gianni Cuperlo, il leader della minoranza Pd che ha trovato e firmato l’accordo per modificare la legge elettorale in vista del referendum sulla riforma costituzionale del 4 dicembre, spiega in un’intervista a Repubblica la sua posizione .

“Ho riscritto io la bozza perché la prima, quella di giovedì dopo la riunione al Nazareno, non andava bene… Ho sentito Roberto Speranza, mentre Bersani l’ho cercato ma non l’ho trovato“. Cuperlo sa che la frattura e il rischio scissione nel Pd restano, che i bersaniani (che stanno già facendo campagna per il No al referendum) accusano ora lui di incoerenza, di avere spaccato la sinistra: “Non sono io l’incoerente. Il documento è firmato dai capigruppo Rosato e Zanda, dal presidente del partito Orfini e vidimato dallo stesso Renzi. Se decidiamo che questo non vale nulla, per carità… ma allora diventa difficile pensarsi nella comunità del Pd”.

Poi passa al contrattacco: “Se stiamo sul piano della coerenza, allora potrei ricordare le battaglie che abbiamo fatto in commissione e in aula per migliorare la riforma…”. La riforma costituzionale, in effetti, è stata votata da tutto il Pd, minoranza inclusa. E’ stato l’Italicum invece a provocare la vera rottura: Speranza si dimise da capogruppo, la minoranza dem non votò la fiducia messa dal governo sulla legge elettorale. Dopo mesi di discussioni più o meno lineari, le richieste di modifica sono state però accolte dalla maggioranza, che, per decisione di Renzi, ha accettato che una commissione del partito formata ad hoc si occupasse di trovare una sintesi.

Sintesi che prevede un Italicum senza più ballottaggio, l’elezione dei deputati nei collegi anziché con i capilista bloccati, il premio di maggioranza ridotto, l’elezione diretta dei membri del nuovo Senato (come aveva già anticipato Renzi in direzione, si partirà dalla proposta Chiti-Fornaro, esponenti della minoranza dem). Queste modifiche andranno verificate con le altre forze di maggioranza e di opposizione, ma c’è l’impegno a sottoporre il documento al voto dell’Assemblea nazionale e alla direzione del Pd, così come all’assemblea dei gruppi parlamentari dem, dopo il 4 dicembre. La possibilità che venga presentato un ddl prima del referendum “non esiste, non è all’ordine del giorno” ha detto Guerini.

Ora sarà più difficile per l’ala bersaniana del partito spiegare il reiterato No alla riforma già votata in Parlamento. Roberto Speranza parla di una “paginetta fumosa”, Nico Stumpo spiega: “Saremmo stati disponibili a discutere un testo presentato in Parlamento prima del referendum, non un documento che deve passare la verifica di Verdini e pure dopo il voto. Continuiamo sul No”. Categorico Zoggia: “Questa operazione ha un obiettivo preciso, dimostrare che esiste una minoranza che dialoga e una che dice no”. L’impressione è che, invece, ci sia una minoranza che si fida del proprio gruppo dirigente e una no.

 

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