Abusi sui minori, la svolta di Francesco sulla responsabilità del vescovo

Tiber
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Il lavoro per arrivare alla stesura di questo documento, ha occupato una parte consistente di tempo dei lavori del cosiddetto C9, ovvero del gruppo ristretto di 9 cardinali che sta riformano la Curia

Un altro passo importante è stato compiuto dal papa nella battaglia per contrastare il fenomeno degli abusi sessuali nella Chiesa: Francesco ha stabilito infatti che anche il vescovo, nel caso in cui abbia insabbiato o nascosto un caso di pedofilia, possa essere “rimosso dal suo incarico”. Si tratta di un passaggio decisivo in questa vicenda, la cui importanza va messa bene in luce.

Chi ha visto il film premiato con l’oscar, “il caso spotlight”, ha potuto comprendere bene, in modo quasi didascalico, quale sia la chiave dello scandalo che ha colpito la Chiesa: ovvero il sistema di coperture messo a punto dalle diocesi e dai loro titolari, cioè i vescovi, per evitare che la denuncia diventasse pubblica e quindi che il sacerdote autore di reati finisse davanti a un tribunale. Non solo: il problema cui badavano le gerarchie ecclesiastiche era anche quello della salvaguardia “del buon nome” dell’istituzione, cioè a scongiurare in ogni modo il rischio che lo scandalo gettasse comunque discredito sulla Chiesa; per questo, pure, andava occultato ogni fatto relativo agli abusi, a costo di compiere gravi ingiustizie verso la comunità dei fedeli. Una simile logica è stata criticata in discorsi pubblici e più volte dagli ultimi due pontefici, i quali hanno capovolto l’impostazione del problema ponendo al centro di tutto la sofferenza della vittima; non dalla reputazione dell’istituzione bisognava partire, ma dal male arrecato ai più deboli.

Una scelta, questa, che è stata vista con qualche sospetto da diverse conferenze episcopali per il timore che alla fine il prete, colpevole quanto si vuole, sarebbe stato lasciato solo dalla sua Chiesa. Si tratta di una cultura corporativa dura a morire in ragione della quale chi indossa il clergyman, vive comunque in una comunità soggetta ad altre regole e può avvalersi di qualche privilegio in più rispetto agli altri. Il crinale era delicato quanto fondamentale: attraverso lo scandalo degli abusi è infatti stato affrontato un nodo importante, quello dell’estensione delle leggi civili (e penali) ai membri del clero. In teoria era così anche prima, in realtà vigeva in molti Paesi di tradizione cattolica – in America e in Europa – una ‘prassi’ in base alla quale si chiudeva un occhio e a volte tutti e due, di fronte a reati commessi da un sacerdote, da un vescovo o da una istituzione religiosa.

Le migliaia di processi celebrati negli Stati Uniti relativi alle vicende di abusi sessuali hanno fatto emergere rapidamente problemi giuridici importanti: potevano le autorità civili accedere agli archivi diocesani se questo era richiesto dalle indagini o c’era il rischio che venisse violato il principio della libertà religiosa? Le diocesi erano un’estensione del Vaticano, e dunque era la stessa Santa sede a dover essere chiamata in giudizio? Il vescovo era processabile per negligenza? Col tempo e non senza interventi della Corte suprema, sono stati smantellati i vari muri difensivi e poste le necessarie controindicazioni a garanzia degli indagati. E sempre negli Usa sono stati avviati i primi procedimenti contro vescovi messi sotto accusa per aver insabbiato e coperto casi d abuso.

Parallelamente, in questi anni, la Chiesa ha cercato di dare una risposta interna al problema in primo luogo attraverso una sorta di esame di coscienza circa le proprie responsabilità e i propri comportamenti; di questo percorso, parte integrante sono stati i ripetuti incontri con le vittime di abusi realizzati di Benedetto XVI e Francesco e da alcuni vescovi; di particolare impatto mediatico è stato quello svoltosi nei mesi scorsi a Roma dove protagonista è stato il cardinale australiano George Pell, chiamato appunto a rispondere del proprio silenzio su fatti avvenuti diversi anni fa. Pell, dopo aver sostenuto le domande di una commissione governativa d’inchiesta australiana, ha avuto un drammatico e intenso faccia faccia con un gruppo di vittime.

Al medesimo tempo la Santa Sede ha messo a punto una complessa serie di norme per sottoporre a procedura canonica e penale i sacerdoti abusatori. Ora arriva un “motu proprio”, un atto che definisce in modo chiaro la volontà del papa, nel quale si stabilisce che un vescovo potrà essere rimosso per aver svolto un’opera di insabbiamento.

Non è il caso di addentrarsi in specifici aspetti giuridici, ma possiamo dire che, in base a quanto riferiscono fonti vaticane qualificate, il lavoro per arrivare alla stesura di questo documento, ha occupato una parte consistente di tempo dei lavori del cosiddetto C9, ovvero del gruppo ristretto di 9 cardinali che sta riformano la Curia, accorpando dicasteri, impostando il decentramento e affrontando diversi fra i temi più delicati cui da tempo la Chiesa universale doveva mettere mano. Questo spiega come la riforma della struttura sia intimamente legata a una riforma più ampia, che tocca – attraverso la norma – comportamenti, culture e visioni dell’evangelizzazione. Il pastore è responsabile i primo luogo del bene della sua comunità, fatto che viene posto al di sopra dell’istituzione in quanto tale, anche perché quest’ultima è al servizio della prima e non deve vivere, nelle intenzioni del papa, solo per perpetuare sé stessa.

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