A un passo dal via, istruzioni per le primarie Usa

Usa2016
epa04924622 Democratic presidential candidate and former Secretary of State Hillary Clinton waves as she walks on stage to speak to people gathered at a 'Women for Hillary' grassroots organizing meeting at the University of Wisconsin Milwaukee in Milwaukee, Wisconsin, USA, 10 September 2015. Clinton spoke for about 45 minutes before greeting the crowd of supporters, students and alumni.  EPA/TANNEN MAURY

Una lunga sfida per conquistare i delegati necessari alla nomination per la corsa alla Casa Bianca. Il primo febbraio si comincia in Iowa, poi avanti fino all’estate. Da una parte e dall’altra nulla si può dare ancora per scontato

Ormai ci siamo, le primarie americane stanno per entrare nel vivo con i primi voti in Iowa (1° febbraio), New Hampshire (9 febbraio), Nevada e South Carolina a fine febbraio e quindi con il cosiddetto Super-Tuesday, il super-martedi 1 marzo, quando si voterà in quindici Stati, dall’Alaska alla Virginia. Le operazioni di voto continueranno fino al 7 giugno per i repubblicani, mentre per i democratici termineranno il 14 giugno con il District of Columbia. Nella maggior parte dei casi, Democratici e Repubblicani votano lo stesso giorno, ma ci sono anche casi, come DC, con discrepanze di data. Le primarie americane sono infatti un evento straordinariamente complesso, che nulla ha a che vedere con le primarie nostrane e questa complessità si riflette nell’incertezza che sta caratterizzando questa tornata elettorale, primariamente nel campo repubblicano, ma ultimamente anche in quello democratico.

Meccanismo complesso

Negli Stati Uniti le primarie sono, assieme al football, lo sport nazionale: si organizzano elezioni primarie per quasi tutte le posizioni elettive – dai board delle scuole in su – per quanto quelle per il Presidente attraggono ovviamente maggiore attenzione. Il primo ad introdurre aperture nel processo elettorale fino ad allora dominato dai partiti fu John Kennedy, ma è sostanzialmente dagli anni ’70 che si tengono le primarie per le presidenziali.

Le primarie permettono ai cittadini di selezionare i candidati del loro partito: alcuni Stati permettono di votare solo ai cittadini registrati per un certo partito (si può essere registrati come democratici, repubblicani o indipendenti); altri Stati permettono anche alle persone registrate come indipendenti di votare; altri ancora permettono a chiunque di votare. Queste differenze influenzano le strategie che i candidati seguono in ciascuno Stato e moltiplicano le incognite. Per esempio, nella campagna 2008 gli indipendenti che votavano per i Democratici hanno scelto in larga maggioranza Barak Obama.

I delegati eletti alle primarie dovranno poi votare per il candidato presidente alla Convention del partito che si tiene in estate (a metà luglio in Ohio per i Repubblicani, a fine luglio a Filadelfia per i Democratici), avendo la maggior parte di essi un vincolo di mandato rispetto ai propri elettori. Non sono dunque primarie dirette come nel caso italiano.

L’assegnazione dei delegati differisce notevolmente tra Repubblicani e Democratici: i primi hanno un sistema misto (a seconda degli Stati può essere proporzionale, chi vince prende tutto o misto), mentre i democratici li scelgono su base proporzionale. Un’altra importante differenza è nel metodo di selezione, ovvero nella differenza tra primarie propriamente dette e caucus. Nel primo caso, i cittadini registrati per un partito vanno e votano il candidato ed i delegati alla convention nazionale. Il caucus è invece una riunione faccia-a-faccia con gli esponenti politici del proprio partito con i quali si discute prima di votare. Il processo inizia a livello di circoscrizione elettorale per poi arrivare a livello di Stato dove si scelgono i delegati per la convenzione nazionale. Le diverse dinamiche nei due sistemi – per quanto le primarie rappresentino la stragrande maggioranza – hanno dunque un’influenza considerevole sulla selezione. Ad esempio, nel 2008 Obama mostrò di rendere meglio di Hillary nei caucus.

Il numero di delegati totali e quindi il numero necessario per assicurarsi la nomination è inferiore per i repubblicani (1.237 su 2.472 totali, di cui più della metà «pledged», eletti a livello di stato) che per i democratici (2.383 su 4.764, di cui circa il 15% rappresentato da «superdelegati», che non hanno vincolo di voto per alcun candidato e sono i membri del Congresso, i governatori, gli ex presidenti ed i notabili del partito). Attenzione comunque, perchè il calcolo dei candidati non è facile né univoco: ad esempio, esattamente otto anni fa il New York Times attribuiva 1045 delegati a Hillary Clinton e 922 a Barack Obama contro i 1147 e 1124 calcolati invece dall’Associated Press.

Sulla scia di Obama

La partita è complicata, specie in campo democratico, dalle divisioni caratterizzanti la società americana: età, sesso, reddito, educazione e razza. La questione dell’età è particolarmente interessante: nel 2008, i giovani erano per Barak Obama e gli over 45 per Hillary Clinton, con un’accentuazione tra gli over 60; la stessa divisione vede oggi gli under 45 (donne incluse) favorire Bernie Sanders e gli over 45 la Clinton. La domanda è tuttavia: gli under-45, abituati ormai a fare tutto dallo schermo dello smartphone, andranno effettivamente a votare per le primarie, operazione che si può ancora oggi fare solo di persona? La questione razziale è poi complessa. Nel 2008, i neri (già grandi elettori di Bill Clinton) furono in stragrande maggioranza per Obama, oggi sono tornati dalla parte della Clinton, che infatti si sente abbastanza sicura per quanto riguarda il voto nel Sud-Est del paese. I latini – che oggi stanno premendo per occupare i posti di lavoro, tipo quelli nella pubblica amministrazione, per i quali le conoscenze sono indispensabili negli Usa nel 2008 sostenevano la Clinton, oggi ancora non è chiaro, dipenderà anche dal candidato repubblicano (Cruz e Rubio sono entrambe di origine cubana). In ogni caso, come ha detto Bernie Sanders durante l’ultimo dibattito democratico, «il candidato inevitabile non sembra più così inevitabile».

L’inevitabilità della Clinton era in parte dettata dal fatto che – a differenza del 2008 – ha dalla sua la maggioranza dell’establishment dem, cosa che come detto ha un suo valore anche in termini di delegati. Molti suggeriscono che il ridotto numero di dibattiti televisivi democratici sia per esempio stato deciso per avvantaggiare la Clinton, per lasciarle il vantaggio name-recognition, la popolarità del nome. L’establishement democratico ha certamente contato nella decisione di Joe Biden di non candidarsi, anche se il fattore numero uno è stato la necessità di privilegiare la famiglia dopo la morte del figlio Beau nel maggio scorso. Il discorso in cui Biden ha annunciato la sua non-candidatura ha tuttavia cambiato la direzione del dibattito democratico: il vice-presidente ha infatti detto con chiarezza che per conquistarsi il sostegno suo e del presidente, il candidato dem deve correre nel segno della continuità politica con Obama. Il risultato è stato che Hillary ha subito cambiato tono: se nel corso del 2015 aveva ripetutamente criticato Obama – distanziandosi in particolare dalla sua politica estera – nell’ultimo dibattito è stata over-zelante nel ripetere ossessivamente «io sto con Obama». Anche Bernie Sanders e Martin O’Malley, il terzo candidato dem rimasto, si sono posti su una linea di continuità, ma la cosa incredibile è che è il più vecchio dei tre – Bernie Sanders, 73 anni, da 20 anni Senatore e prima sindaco di Burlington in Vermont – l’unico ad essere riuscito nell’improbabile impresa di essere al tempo stesso per Obama e per il cambiamento: in altre parole, Hillary ha difeso lo status quo, mentre Sanders vuole usare quanto fatto da Obama per andare ben oltre, per fare – parole sue – una «rivoluzione», dalla salute pubblica per tutti alla politica estera.

Ormai sulla difensiva, la Clinton sta ricorrendo alla stessa strategia usata – inutilmente – contro Barack Obama a partire dal marzo 2008: poiché non riusciva a vendere i suoi punti di forza (la capacità, l’esperienza, la concretezza), cambiò musica, cominciando con un famoso «shame on you» e attaccando Obama per le sue posizioni non chiare sul liberismo, sul futuro del Nafta, sulla politica estera ed in particolare sulla sicurezza nazionale, argomentando che il senatore dell’Illinois non sarebbe stato all’altezza se fosse stato svegliato nel mezzo della notte per lo scoppio di una crisi internazionale. Come sia andata lo sappiamo.

Il problema è che la Clinton è chiaramente supercompetente, ma non è empatica e soprattutto è poco credibile quando parla di questioni come la povertà. L’impoverimento della classe media e quindi la fine del sogno americano sono un’amara realtà, oggi, nonostante la fine della crisi economica. Hillary e Bill hanno guadagna to negli ultimi 8 anni 140 milioni di dollari; la figlia Chelsea vive in un appartamento a New York costato 9 milioni di dollari: difficilmente possono proporsi come esempio di classe media. Come ha detto Biden in un’intervista alla Cnn all’inizio dell’anno: «Nessuno può mettere in dubbio la credibilità di Bernie sulle questioni sociali, mentre Hillary è ‘relativamente nuova’ in questo campo». Tra l’altro Sanders è l’unico candidato che ha scelto di non avere Super-pac – lo strumento che permette di aggirare i limiti ai contributi elettorali, normalmente finanziati dai super ricchi – battendo invece il record per contributi elettorali individuali (2,3 milioni di dollari contro il record precedente di Obama, nel 2011, di 2,2 milioni).

Il problema è che la «competenza» non è assolutamente il fattore vincente di questa campagna elettorale, né tra i democratici né tra i repubblicani. Martin O’Malley, faccia pulita e ottimo record da sindaco di Baltimore e da governatore del Maryland, non si schioda dall’1 per cento. Jeb Bush, un altro che ha fatto della competenza uno dei punti cardine della campagna, è rimasto indietro nel campo repubblicano, nonostante il nome e l’impressionante capacità di raccolta fondi.

L’altra cosa che accomuna Jeb Bush e Hillary Clinton – contro ogni previsione iniziale, quando ancora si parlava del verosimile scontro Bush-Clinton – è che il nome ormai non tira più. Un’avvisaglia – seppure su piccola scala – la si era avuta nella primavera 2014, quando la consuocera di Hillary, Margorie Margolies, già congress woman negli anni ‘90, si era candidata alle primarie dem nel collegio Filadelfia nord, un collegio roccaforte. Il fulcro della campagna era l’endorsement di Bill Clinton – cosa per altro dovuta perché a suo tempo Margolies aveva perso il seggio proprio per aver votato in favore della sua riforma sanitaria: ebbene, le primarie sono finite con un 3 a 1 per l’avversario, un giovane sconosciuto deputato dello Stato della Pennsylvania.

I conservatori

Nel campo Repubblicano le cose sono, se possibile, ancora più complicate. Inizialmente bollata come un fuoco estivo, la campagna di Donald Trump sta invece andando avanti a gonfie vele: circa un terzo dei repubblicani sarebbero per lui, un terzo per Ted Cruz ed un terzo per gli altri. Per chi per anni si è sentito sbertucciare su Berlusconi premier, è inutile negare un’inconfessabile soddisfazione: tutto il mondo è paese in fondo… Il problema tuttavia è che Trump potrebbe anche vincere e allora la preoccupazione prende il sopravvento. Anche perché l’ultima volta che i democratici sono riusciti a vincere un terzo mandato consecutivo fu con Franklin Roosevelt nel 1940, prima che fosse adottato il 22° emendamento che limita a due i mandati consecutivi. La volta precedente fu nel 1837, quando Martin Von Burien seguì a Andrew Jackson.

Al netto del folclore, è per altro difficile dire chi tra i due repubblicani al momento in testa nei sondaggi sarebbe il meno peggio: Donald Trump o Ted Cruz, un evangelico integralista di orgine cubano-canadese (tanto che Trump l’ha attaccato dicendo che la sua candidatura è incostituzionale), fervente antiabortista e, al contempo, acceso sostenitore della pena di morte. Grazie al recente endorsement di Sarah Palin, con un discorso che definire allucinante è riduttivo, Trump si contende adesso anche i favori del Tea party, nonostante i multipli divorzi. La cosa peculiare è che Trump non ha ancora speso una lira in pubblicità televisiva: grazie all’assurdità delle sue proposte (tra tutte, quella di buttar fuori i musulmani) riesce infatti ad avere spazio gratis sui media. Quanto agli altri, John Kasic e l’ex enfant prodige Marco Rubio arrancano, gli altri sono ormai dietro: Carson in netto declino, la Fiorina e Rand Paul, relegati al dibattito dei perdenti.

Come per i conclavi, tuttavia, chi entra Papa rischia di uscirne cardinale: non resta che aspettare febbraio per iniziare a capirci meglio…

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