A Lesbo la ‘road map’ di Francesco per l’Europa: integrazione, asilo, negoziati

Immigrazione
Papa Francesco incontra i rifugiati durante la visita a Lesbo, 16 aprile 2016.
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Il Papa agli abitanti di Lesbo: “L’Europa è la patria dei diritti umani, e chiunque metta piede in terra europea dovrebbe poterlo sperimentare”

“Dobbiamo fare ponti, ma i ponti si fanno intelligentemente, col dialogo, l’integrazione. Io capisco un certo timore, ma chiudere le frontiere non risolve niente, perché quella chiusura alla lunga fa male al proprio popolo e l’Europa deve urgentemente fare politiche di accoglienza, integrazione, crescita, lavoro e riforma dell’economia. Tutte queste cose sono i ‘ponti’ che ci porteranno a non fare muri”. E’ in questa frase, pronunciata sul volo di ritorno del papa dall’isola di Lesbo, che si può cogliere un tratto essenziale del modo di ragionare di Bergoglio: l’interdipendenza dei problemi, delle questioni aperte, determina le crisi nelle quali ci troviamo e, allo stesso tempo, ci indica la strada per venirne fuori. Così non c’è da una parte la proposta idealista e poco praticabile di costruire ‘ponti’ fra i popoli e dall’altra la concretezza magari un po’ cinica dei ‘muri’.

Al contrario è evidente che l’integrazione sarà favorita dalla crescita, dal lavoro, dalle riforme economiche, e che l’Europa in tal modo godrà del contribuito di chi arriva sul suo territorio. Non solo: Francesco tornado a Roma, ha parlato anche dei “ghetti” sorti nelle città europee, realtà da cui provenivano alcuni degli attentatori protagonisti degli ultimi episodi di sangue, ha spiegato inoltre che non si può fare alcuna distinzione fra chi fugge per la guerra e quanti cercano scampo dalla fame, in quanto ai primi ha poi osservato: “Io inviterei i trafficanti di armi – in Siria ad esempio, chi dà le armi a diversi gruppi’ – a passare una giornata in quel campo profughi. Credo che per loro sarà salutare”. Forse chi rifornisce di armi le varie fazioni non si commuoverebbe tanto, ma di certo il messaggio di Francesco è chiaro.

Nelle poche ore trascorse dal papa nell’isola greco di Lesbo, è possibile individuare due filoni di fondo: uno pastorale, umano, cristiano, ovvero quello dell’abbraccio con i profughi e con la gli abitanti dell’isola. E qui emerge la commozione, l’umanizzazione dell’altro nel pianto, nella preghiera, nella stratta di mano, in chi s’inginocchia, in chi guarda negli occhi il vescovo di Roma, nei bambini che gli consegnano i disegni, nelle famiglie di profughi musulmani fatte salire a bordo dell’aereo papale, e anche nell’avanzare unito di tre leader cristiani: Francesco con il patriarca Bartolomeo di Costantinopoli (Istanbul) e Hieronymus, arcivescovo di Atene e capo della chiesa ortodossa greca. Di sicuro la giornata ha avuto anche una straordinaria importanza sotto il profilo ecumenico, del cammino verso l’unità dei cristiani, ma questo è un capitolo che meriterà ulteriori approfondimenti. L’altro aspetto importante e forse clamoroso della visita, è quello politico. Perché la dichiarazione congiunta fra i tre leader cristiani non è solo una dichiarazione d’intenti, di principi universali, contiene invece una sorta di ‘road map’ per affrontare una crisi migratoria e internazionale di fronte alla quale l’Europa fa fatica a trovare una visione e una strada.

I tre capi cristiani hanno condiviso l’urgenza di “affermare lo stato di diritto, difendere i diritti umani fondamentali in questa situazione divenuta insostenibile, proteggere le minoranze, combattere il traffico e il contrabbando di esseri umani, eliminare le rotte di viaggio pericolose che attraversano l’Egeo e tutto il Mediterraneo, e provvedere procedure sicure di reinsediamento”. Su questa base, hanno spiegato, sarà possibile aiutare i Paesi più direttamente coinvolti nei flussi, a cominciare dalla Grecia (e implicitamente c’è anche l’Italia). Quindi hanno chiesto “solennemente la fine della guerra e della violenza in Medio Oriente, una pace giusta e duratura e un ritorno onorevole per coloro che sono stati costretti ad abbandonare le loro case”. “Esortiamo tutti i Paesi – prosegue il testo congiunto – finché perdura la situazione di precarietà, a estendere l’asilo temporaneo, a concedere lo status di rifugiato a quanti ne sono idonei, ad ampliare gli sforzi per portare soccorso e ad adoperarsi insieme a tutti gli uomini e le donne di buona volontà per una fine sollecita dei conflitti in corso”.

Diritti umani, asilo temporaneo, mediazione per far cessare i conflitti, rientro dei profughi nelle loro case (nodo decisivo del conflitto siriano), reinsediamento dei profughi che arrivano attraverso il Mediterraneo, costituiscono una strategia politica e umanitaria. “L’Europa – affermano poi i tre – oggi si trova di fronte a una delle più serie crisi umanitarie dalla fine della Seconda Guerra Mondiale”, per questo i cristiani non possono che ricordare la pagina del Vangelo di Matteo nella quale si afferma: “ero straniero mi avete accolto”. E’ la riscoperta delle radici cristiane del continente, lo scrivevamo qualche giorno fa, in chiave umanistica e non reazionaria.

Infine va sottolineato quanto Francesco ha detto agli abitanti coraggiosi di Lesbo e, attraverso di loro, in realtà rivolgendosi a tutti gli europei, a tutti noi: “L’Europa è la patria dei diritti umani, e chiunque metta piede in terra europea dovrebbe poterlo sperimentare, così si renderà più consapevole di doverli a sua volta rispettare e difendere. Purtroppo alcuni, tra cui molti bambini, non sono riusciti nemmeno ad arrivare: hanno perso la vita in mare, vittime di viaggi disumani e sottoposti alle angherie di vili aguzzini”. “Voi, abitanti di Lesbo – ha scandito ancora Francesco – dimostrate che in queste terre, culla di civiltà, pulsa ancora il cuore di un’umanità che sa riconoscere prima di tutto il fratello e la sorella, un’umanità che vuole costruire ponti e rifugge dall’illusione di innalzare recinti per sentirsi più sicura. Infatti le barriere creano divisioni, anziché aiutare il vero progresso dei popoli, e le divisioni prima o poi provocano scontri”.

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