A destra una guida populista e xenofoba

Politica
Il leader della Lega Nord, Matteo Salvini, durante il suo intervento alla Festa di Ponte di Legno, 15 agosto 2015. PROFILO FACEBOOK LEGA NORD - FRAME VIDEO
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Dietro l’avanzata leghista parole d’ordine che hanno presa anche sull’elettorato popolare. I pareri di Ignazi, Cardini e di alcuni sindaci del Nord

Quando si parla di Lega è come se si parlasse di un involucro, qualcosa fatto di immagine più che di sostanza, di slogan apparenti più che di strategia politica, mirato a creare il proprio consenso. Un messaggio elementare che scivola come una lama negli strati più superficiali dei sentimenti comuni, nelle paure “a pelle” del diverso, nella difesa primordiale del recinto, del territorio. Messaggio anche “aggressivo”, secondo i politologi, che sta guadagnando consenso sia per la reale emergenza immigrazione e sia perché va a occupare il vuoto lasciato da Forza Italia.

La Lega di Salvini, infatti, è data nei sondaggi come primo partito del centrodestra, e anche alle Regionali 2015 se la giocava al 9,3 per cento con Fi scesa all’11,3%. Un risultato che non avrebbe portato l’intero centrodestra oltre il 25%, calcolando anche i satelliti alleati della destra, come Fratelli d’Italia o Storace. Non a caso dal partito di Berlusconi, decisamente in difficoltà, Giovanni Toti lancia più di un amo a Salvini, anche la tentazione di competere per la leadership del nuovo cnetrodestra con delle «primarie di coalizione».

Secondo Piero Ignazi, autore di importanti libri sui partiti e sulla destra, Salvini cresce perché ha «reso più esplicita la vera natura della Lega, ovvero che è un partito xenofobo e sicuritario», (basti pensare alle “ronde” di Bossi o alle “ruspe” di Salvini). Il segretario del Carroccio, prosegue il politologo parlando con l’Unità, ha rivelato la Lega per quel che è, «al di là delle tante campagne per il federalismo, che non volevano dire nulla» e ha «allargato il serbatoio elettorale pescando a destra», approfittando della reale emergenza «aumenta il consenso, come accade nel resto d’Europa, a parte la Germania». Il messaggio di Salvini «è efficace, tocca corde sensibili», e «penetra molto fra i ceti popolari, cosa che la sinistra non capisce: la Lega sta rubando elettorato anche alla sinistra», osserva Ignazi. E il messaggio leghista è «potenzialmente aggressivo», anche se «dalla potenza all’atto stesso ce ne vuole, ma si identifica un obiettivo con gli immigrati».

E su questo, spiega lo studioso, c’è una grande differenza con i 5 Stelle: «Grillo non ha nulla di populista, semmai è per il rispetto puntigioso della legge, del diritto, contro i corrotti. Non sono temi tipici del populismo, che è più contro la legge». Certo c’è l’immagine “taumaturgica del capo”, ma ora «il leader fa un passo indietro», così come è guerra nella famiglia Le Pen in Francia. Insomma, il futuro del centrodestra è buio, «potrebbe nascere sotto altra forma con una presenza berlusconiana, più che una leadership. Di una cosa è certo, Ignazi, «il partito della Nazione è fantapolitica». Secondo Franco Cardini, storico di area di destra, neppure la Lega ha la patente populista, perché «anche per praticare il populismo, come Peron, ci vuole una strategia, più che una tattica. La Lega fa solo propaganda, non politica», ma quel «cavalcare la paura e di pregiudizio da parte di Salvini rischia di trasformarsi in una forma attiva, violenta. Non una guerra civile, ma se chiudono un centro commerciale la gente sì che si rivolta…». Quanto a Grillo, Cardini percepisce «la stanchezza» del movimento che intercetta «lo sdegno sciale». Due anime che però «non si sono saldate: Semmai si aggiungono all’esercito di chi non va a votare».

La Lega comunque ha avuto una curiosa evoluzione, ha “respirato” consenso di pari passo con le fortune (politiche) di Berlusconi: un primo exploit nel 1992, prima della nascita di Forza Italia, con l’8,6% e ancora di più nel 1996 (passando per la rottura con il primo governo del Polo). Poi una caduta al 4% nel 2001, nella parabola ascendente di Berlusconi (Fi al 29,43%) e un raddoppio nel 2008, affianco al Pdl che prendeva il 37,3%, per poi quasi dimezzare entrambi nel 2013. Da allora però Forza Italia è andata in caduta libera fino all’11,3 delle Regionali 2015, mentre il Carroccio, ripreso per le ruote da Salvini, è risalito al 9,3. E ora i sondaggi dell’agosto 2015 lo danno al 15,4%, con Fi inchiodata all’11.

Non è facile governare nei territori dove la Lega cerca proseliti approfittando dell’arrivo di immigrati. Però, secondo Simone Uggetti, sindaco Pd di Lodi, «è più un clamore mediatico che popolare. Si percepisce la strumentalità di certi temi. Ormai “profugo” è diventato sinonimo di “delinquente”. Ma al di là di questo non c’è una vera proposta politica della Lega, a parte alimentare una guerra tra poveri. Non è una situazione allarmante, stiamo accorti, ma quale persona sana di mente metterebbe il Paese nelle mani di Salvini?», si chiede il primo cittadino della città lombarda.. Qui la Lega è più forte del M5S (che è attorno al 6%), ma alle comunali del 2013 ha vinto il Pd con Uggetti. La Regione Lombardia di marca leghista non si impone granché: «Era più incisivo Formigoni, Maroni non passerà alla storia come governatore», prevede ironicamente il sindaco. E un suo collega del Pd, Roberto Tonon, che governa il comune di Vittorio Veneto, cerca di gestire l’arrivo di richiedenti asilo, di trovare loro una occupazione «di volontariato, perché dimostrino di dare un contributo per la città che li ospita e anche per frequentare corsi di lingua». Nell’emergenza «la Lega ci sguazza, ma va per slogan, per approssimazione», spiega il sindaco, «e approfitta della situazione difficile» in cui la burocrazia non aiuta.

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